La tregua non c’era mai stata davvero, ma per settimane Stati Uniti e Iran avevano evitato di colpirsi con la violenza dei primi mesi di guerra. È bastata una notte: aerei e missili statunitensi sull’Iran, missili e droni iraniani contro le basi americane disseminate nella regione, popolazioni di Kuwait, Bahrain e Giordania invitate a cercare riparo.

Martedì gli Stati Uniti hanno lanciato la più importante ondata di attacchi contro l’Iran dalla fine di luglio, colpendo sistemi di difesa aerea, radar, installazioni navali, strutture per la posa di mine e centri di comunicazione dei Guardiani della rivoluzione. Il Pentagono sostiene di aver agito in risposta ai tentativi iraniani di minare lo Stretto di Hormuz e agli attacchi contro militari statunitensi in Giordania. Donald Trump ha definito i bombardamenti “pienamente giustificati” e aveva avvertito Teheran che qualsiasi risposta avrebbe provocato attacchi “a un livello molto più duro e più alto”. È lo stesso Donald Trump che ha continuato in queste settimane a pubblicare sul suo Truth social dichiarazioni e immagini che raccontavano una vittoria totale sull’Iran, descritto per l’ennesima volta senza più esercito, aeronautica, marina.

E invece la risposta militare è presto arrivata. I Guardiani della rivoluzione hanno annunciato attacchi contro installazioni statunitensi in Giordania, Bahrain, Kuwait e Iraq, mentre Teheran ha rivendicato anche l’invio di droni contro le basi di al-Dhafra e al-Minhad negli Emirati Arabi Uniti. In Giordania 13 missili balistici hanno attraversato lo spazio aereo del Paese: dieci sono stati intercettati e tre sono caduti in aree disabitate. In Bahrain le difese aeree hanno abbattuto droni iraniani e per diverse ore la popolazione ha ricevuto ripetuti avvisi di cercare riparo. In Kuwait un drone ha colpito un complesso residenziale della capitale, provocando un incendio ma, secondo le autorità, nessuna vittima.

A Erbil, nel Kurdistan iracheno, i Guardiani della rivoluzione sostengono di aver centrato strutture militari statunitensi, depositi e un centro di manutenzione. Teheran ha rivendicato morti americani anche in Giordania e in Kuwait, ma Washington nega.
Il bilancio più grave, per ora, è dall’altra parte del Golfo. A Kuhestak, nella contea costiera di Sirik, uno degli attacchi statunitensi ha colpito una casa in cui era in corso una festa di matrimonio. La Mezzaluna Rossa iraniana parla di almeno cinque morti e decine di feriti. Tra le vittime c’è Amir Ali Karimi, quattro anni. Le immagini diffuse dopo il bombardamento mostrano i resti dell’edificio e i soccorritori tra le macerie. Washington non ha ancora commentato l’ennesima strage di civili. Altri sette morti e otto feriti sono stati segnalati nella provincia del Khuzestan, mentre quattro membri delle forze aerospaziali dei Guardiani della rivoluzione sono stati uccisi a Kermanshah e tre paramilitari Basij nell’isola di Lavan. Secondo il bilancio raccolto questa mattina da Al Jazeera, almeno 18 tra civili e militari iraniani sono morti durante i bombardamenti statunitensi della notte.

La nuova escalation arriva dopo settimane in cui entrambe le parti avevano ridotto gli attacchi diretti senza però trovare alcuna strada per uscire dalla guerra iniziata il 28 febbraio. L’Iran è economicamente stremato, molte delle sue infrastrutture militari sono state distrutte e il blocco navale statunitense ha quasi azzerato le esportazioni di greggio attraverso Hormuz. Ma Washington non è uscita indenne da sei mesi di conflitto: le scorte americane di munizioni di precisione a lungo raggio si sono sensibilmente ridotte e le forze navali hanno sostenuto dispiegamenti eccezionalmente lunghi. La portaerei Abraham Lincoln, dopo oltre 200 giorni consecutivi in mare, ha appena raggiunto la Thailandia per una sosta.

“Queste operazioni offensive contro gli americani continueranno finché non si pentiranno dei loro crimini”, ha dichiarato il portavoce del comando militare iraniano Ebrahim Zolfaghari, minacciando risposte “più pesanti, più ampie e più distruttive”. Un alto ufficiale dei Guardiani della rivoluzione ha rivolto un avvertimento diretto anche ai governi arabi: espellere le forze statunitensi oppure accettare di diventare bersagli. Il presidente statunitense sostiene che Washington abbia ormai “quasi il controllo totale” dello Stretto di Hormuz e descrive l’economia iraniana come prossima al collasso. Poi torna a rivolgersi direttamente alla popolazione: “Quando si solleveranno gli iraniani e cominceranno a combattere?”. Poche ore prima aveva minacciato che, se Teheran avesse reagito agli attacchi, alla fine “rimarrà ben poco della Repubblica islamica dell’Iran”.

Al centro rimane proprio Hormuz. Prima dell’attacco di USA e Israele da quella lingua di mare larga appena poche decine di chilometri passava circa un quinto del petrolio consumato nel mondo. Martedì soltanto quattro navi commerciali hanno attraversato lo stretto, contro una media di circa 13 nei dieci giorni precedenti. Il petrolio ha immediatamente reagito alla nuova escalation: il Brent ha superato i 95 dollari al barile e i rendimenti dei titoli di Stato sono saliti in numerosi mercati, alimentando nuovamente i timori per l’inflazione.


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