Pagine Esteri – L’idea di svuotare Gaza della sua popolazione resta sul tavolo della politica israeliana e sarà parte del programma di un prossimo governo di estrema destra. A riproporla con determinazione e con un piano dettagliato è Itamar Ben Gvir, ministro suprematista della Sicurezza nazionale e leader del partito Otzma Yehudit. Ben Gvir ha inserito l’espulsione degli abitanti della Striscia in una delle principali questioni della campagna elettorale per le elezioni israeliane del 27 ottobre.
Ben Gvir ha chiamato il suo piano «Disimpegno 710», un nome che richiama contemporaneamente il ritiro israeliano dalla Striscia nel 2005 e il 7 ottobre 2023, l’attacco di Hamas nel sud di Israele. I numeri contenuti nel piano sono impressionanti. Ben Gvir punta a cacciare da Gaza circa 250 mila palestinesi nel primo anno, 1,11 milioni entro tre anni e 1,86 milioni entro sette anni. Si tratta, dunque, della stragrande maggioranza della popolazione della Striscia, stimata in oltre due milioni di persone.
La destra israeliana chiama tutto questo «emigrazione volontaria». Una formula che cerca di rendere presentabile un progetto di pulizia etnica.
Ben Gvir ha anche illustrato un meccanismo amministrativo, finanziario e diplomatico destinato a trasformare l’idea in una politica statale.«Invece delle illusioni della pace, abbiamo bisogno di azioni per l’emigrazione», ha dichiarato. «Invece di scavare tunnel, è ora che i gazawi preparino le valigie».

Il piano prevede inoltre la creazione di un cosiddetto Ministero dell’Emigrazione, dotato di un bilancio autonomo, una squadra incaricata di negoziati internazionali e una struttura operativa. Otzma Yehudit ha già annunciato che la creazione e il controllo di questo ministero saranno tra le sue principali condizioni per entrare nel prossimo governo dopo le elezioni.
Chi lascerà Gaza dovrebbe ricevere un «pacchetto di integrazione» comprendente spese di viaggio, un alloggio iniziale, formazione professionale, assistenza per trovare lavoro e sostegno economico fino a 24 mesi. Sono previsti inoltre finanziamenti ai Paesi che accetteranno i palestinesi, commisurati al numero delle persone accolte. Tra le possibili destinazioni vengono citate Turchia, Etiopia, Congo e non meglio precisati Paesi arabi. Nessuno di questi Stati, tuttavia, risulta aver accettato di accogliere la popolazione di Gaza.
Il progetto ha un costo enorme. Ben Gvir propone un investimento israeliano iniziale di 10 miliardi di shekel, circa 3 miliardi di dollari, e un successivo meccanismo finanziario fino a 50 miliardi di shekel, subordinato alla partecipazione internazionale. Un gigantesco apparato economico per rendere possibile ciò che viene definito «volontario». Ben Gvir ha rivendicato apertamente l’eredità ideologica di Rehavam Ze’evi, il ministro della estrema destra israeliana assassinato nel 2001 e soprannominato «Gandhi», noto per aver sostenuto il “trasferimento”, ossia l’espulsione, della popolazione palestinese dalla Cisgiordania e da Gaza. «Che peccato che non abbiano dato ascolto a Gandhi», ha detto Ben Gvir. «È ora di ammetterlo: Gandhi aveva ragione».
A inizio settimana, il ministro della Difesa Israel Katz aveva sostenuto che il programma israeliano per favorire “l’emigrazione di massa” da Gaza non era stato cancellato da Donald Trump, ma soltanto «congelato». Il progetto era stato concepito dopo che, nel febbraio 2025, Trump aveva proposto pubblicamente l’espulsione dei circa 2,3 milioni di abitanti della Striscia, provocando una dura reazione internazionale, compresa quella dell’Egitto. Successivamente Washington aveva accantonato l’idea di fronte alla sostanziale assenza di Paesi disposti ad accogliere la popolazione palestinese.

Trump era arrivato a immaginare Gaza trasformata, dopo la guerra, in una sorta di destinazione turistica di lusso. Nel suo piano in 20 punti presentato nell’ottobre 2025 aveva però preso le distanze dall’idea dello svuotamento della Striscia, promettendo di «incoraggiare le persone a rimanere». Il progetto, tuttavia, non è mai realmente scomparso. A giugno funzionari della sicurezza hanno cercato di rilanciarlo, anche attraverso una nuova denominazione destinata a renderlo più accettabile sul piano internazionale. E Katz ha ribadito che il piano per l’emigrazione è tuttora «oggetto di discussione».
Nel frattempo Gaza è già stata trasformata in un immenso territorio di sfollati. La devastante offensiva israeliana – che ha ucciso oltre 73mila palestinesi – ha costretto la stragrande maggioranza della popolazione ad abbandonare la propria abitazione. Oltre il 60 per cento della Striscia è oggi sotto occupazione militare israeliana e la ricostruzione non è mai cominciata perché Israele per permetterla vuole prima il disarmo totale di Hamas. Il 30 luglio il movimento islamico ha accettato il piano di disarmo del Board of Peace per Gaza (BOP) nato dal piano Trump, ma Israele sostiene che la proposta non garantirebbe la fine delle capacità militari di Hamas e ha quindi respinto il suo ritiro graduale previsto dall’accordo.
Davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, l’inviato del BOP; Nickolay Mladenov, ha criticato le restrizioni israeliane alla fornitura di alloggi alla popolazione palestinese, sottolineando le condizioni catastrofiche in cui vivono gli abitanti della Striscia. Ha inoltre affermato che la prosecuzione degli attacchi israeliani non ha portato e non porterà al disarmo di Hamas, pur criticando anche il movimento palestinese per il mancato rispetto degli impegni assunti.
Il piano di Ben Gvir ha scarse possibilità di essere realizzato nella forma annunciata. Servirebbero Paesi disposti ad accogliere centinaia di migliaia, e poi milioni, di palestinesi; enormi risorse finanziarie e soprattutto un consenso politico internazionale che oggi non esiste. Ma sarebbe un errore liquidarlo semplicemente come una fantasia elettorale. L’idea di svuotare Gaza della sua popolazione è diventata una proposta formalizzata, organizzata in dodici punti e destinata, nelle intenzioni di Ben Gvir, a diventare un pilastro per la formazione del prossimo governo israeliano.





Devi effettuare l'accesso per postare un commento.