di Mais Abu Ghoush e Ahmed Al-Arouri*
Pagine Esteri – In una delle sue poesie, Mahmoud Darwish evoca il ritorno ostinato della vita palestinese dopo ogni Nakba: «Le nostre vite sono un fardello per la notte dello storico. Ogni volta che le nascondo, spuntano dall’assenza”. Oggi quei versi sembrano attraversare le colline orientali di Gerusalemme, dove le comunità beduine palestinesi continuano a resistere alle politiche coloniali israeliane che puntano a espellerle e a costruire, sulle rovine delle loro vite, il progetto E1, parte della visione più ampia della «Grande Gerusalemme».
Decine di famiglie palestinesi risiedono in sei comunità all’interno di Khan al-Ahmar, tra cui Abu Nawwar, la Valle di Samen e la Valle di Qteef. La loro vita quotidiana è una testimonianza sia dell’oppressione che della fermezza. Controllata completamente da politiche israeliane che spaziano dagli ordini di demolizione e dai divieti di costruzione agli sfollamenti forzati, alla negazione dei servizi di base, alle restrizioni sull’accesso alla terra, alla confisca del bestiame e all’impunità concessa ai coloni nel compiere attacchi contro queste comunità.
Che cos’è il progetto «E1»?
Dagli anni Novanta, i governi israeliani hanno portato avanti il progetto E1 come un tassello strategico dell’espansione coloniale, con l’obiettivo di collegare Gerusalemme Est all’insediamento di Ma’ale Adumim.
Il governo israeliano intende sviluppare insediamenti su circa 12.000 dunam (12 chilometri quadrati) di terreno attualmente appartenente alle città di Al-Za’im, Anata, Al-Eizariya, Al-Issawiya e Abu Dis. L’area interessata è classificata come “Area C” ai sensi degli Accordi di Oslo conclusi tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e Israele.
In sostanza, il corridoio E1 punta a spezzare la continuità geografica tra la Cisgiordania e Gerusalemme Est, rendendo di fatto impraticabile la prospettiva di uno Stato palestinese con Gerusalemme Est come capitale e stringendo ulteriormente queste aree dentro una cintura di colonie israeliane.
Il progetto coloniale interessa circa 7.000 palestinesi che vivono nelle comunità beduine sparse nell’area interessata. Se il governo israeliano dovesse procedere con la sua attuazione, queste comunità andrebbero incontro alla prospettiva di uno sfollamento forzato e di un profondo sconvolgimento delle loro vite.

Area Khan Al-Ahmar
Comunità Abu El-Hilo
«Vogliono distruggere le nostre vite».
Per Eid Khamis al-Jahalin, 60 anni, «presentare E1 come un progetto di sviluppo per le comunità beduine è fuorviante: significa sfollarci, distruggere i nostri costumi, le nostre tradizioni e il nostro modo di vivere». Secondo lui, l’obiettivo reale è liberare l’area dalle famiglie beduine e aprire la strada a nuove iniziative coloniali.
Al-Jahalin, cresciuto all’ombra dell’occupazione del 1967 e che da allora non ha mai conosciuto la stabilità, afferma che nella comunità di Abu El-Hilo vivono circa 300 palestinesi, distribuiti in 42 famiglie. Vivono in uno stato di costante apprensione, mentre le minacce israeliane di sgomberarli dalla zona continuano a intensificarsi.
La comunità, che ospita la scuola, la clinica e la moschea della zona, funge da punto di ritrovo centrale per le comunità beduine di Khan al-Ahmar. I suoi residenti vivono in una costante incertezza, chiedendosi quale futuro li attenda se venissero sfollati e trasferiti con la forza nei siti sovraffollati preparati da Israele nella città di Anata, a nord-est di Gerusalemme.
Passeggiando per la comunità, l’atmosfera di paura e apprensione è inconfondibile, impressa persino sui volti dei bambini. Non hanno mai conosciuto una vita normale, essendo cresciuti vedendo i coloni e i soldati israeliani entrare ripetutamente nella zona, senza comprendere le più ampie realtà politiche che lasciano le vite di migliaia di persone in balia del destino di un progetto coloniale.
Comunità Wadi Qatif
I beduini privati del loro bestiame
Il bestiame che un tempo caratterizzava il paesaggio di Wadi Qatif, sulla strada per Khan al-Ahmar, è diventato uno spettacolo sempre più raro. Il loro numero è diminuito drasticamente a causa delle restrizioni imposte da Israele in seguito alla confisca delle terre e alla distruzione delle aree di pascolo da cui un tempo dipendevano i pastori.
Jamil al-Jahalin, che vive in una comunità di circa 30 famiglie, ha conseguito una laurea in ingegneria agraria e successivamente un master in sviluppo. Eppure, le terre che un tempo sperava di coltivare e sviluppare, rimangono fuori dalla sua portata da quando Israele ne ha assunto il controllo. Ora, anche il terreno su cui sorge la sua comunità è minacciato di confisca, mentre i piani di sfollamento continuano ad avanzare.
«Le aree di pascolo si sono progressivamente ridotte», spiega al-Jahalin. Israele ha istituito un insediamento a nord della comunità, mentre la Strada degli Insediamenti n. 1 ha ulteriormente limitato la libertà di movimento. Allo stesso tempo, gli avamposti degli insediamenti si sono espansi da ovest e i terreni meridionali sono stati dichiarati riserva naturale nel 2023.
I Jahalin ricordano quando le loro mandrie potevano pascolare liberamente sulle montagne circostanti per otto mesi all’anno. Oggi l’accesso a quelle terre è stato negato, costringendo le famiglie ad acquistare foraggio per sfamare i propri animali e aumentando in modo significativo i loro oneri finanziari.
La vita è stata ulteriormente resa difficile dalle ricorrenti interruzioni dell’approvvigionamento idrico causate dagli attacchi dei coloni alle condutture che riforniscono la comunità, afferma al-Jahalin. Allo stesso tempo, le forze israeliane hanno impedito ai residenti di trasportare acqua dalla comunità principale di Khan al-Ahmar, una pratica su cui facevano affidamento da anni.
Le famiglie sono quindi costrette a fare scorte d’acqua per giorni e giorni, conducendo una vita dominata dall’emergenza. Persino i bambini, di fronte all’escalation delle violazioni israeliane, non conoscono altro che la paura, osserva al-Jahalin, paragonando la sua infanzia a quella dei propri figli, i cui primi ricordi sono stati plasmati dalla sofferenza e dall’oppressione.
Solo nel 2025, al-Jahalin è stato trattenuto due volte dalle forze israeliane e dai coloni. La prima volta, stava lavorando a fianco di un’équipe veterinaria al servizio delle comunità beduine. La seconda volta è avvenuta mentre partecipava a un progetto di distribuzione di foraggio realizzato in collaborazione con il Ministero dell’Agricoltura. Ha trascorso nove giorni in detenzione, dove afferma di essere stato picchiato, insultato e rilasciato solo dopo essere stato costretto a pagare una multa.

La vita sotto gli attacchi dei coloni
Comunità Wadi al-Samn
Le difficoltà della vita quotidiana a Wadi al-Samn non sono diverse da quelle vissute in altre comunità beduine. La comunità si trova in un’area fortemente presa di mira dai progetti coloniali volti ad espandere i confini di Gerusalemme sotto il controllo israeliano.
Musa Al-Tabneh (80 anni), la sua famiglia e la comunità nel suo complesso stanno affrontando un’escalation senza precedenti della violenza dei coloni, un modo di aumentare la pressione su di loro e a favorirne l’allontanamento dalla zona. Le famiglie riferiscono che gli attacchi sono spesso diretti contro le infrastrutture di base della comunità, comprese le reti idriche e altri servizi essenziali per la vita quotidiana, attraverso ripetuti atti di sabotaggio e distruzione.
Lo scorso maggio, i coloni hanno fermato Younis (21 anni), figlio di Musa. Il ragazzo ricorda di essere stato picchiato prima di essere consegnato alla polizia israeliana, che lo ha trattenuto per diversi giorni «senza che avesse commesso alcun reato». Il suo rilascio è avvenuto solo dopo che la famiglia ha pagato una multa di 1.500 shekel (circa 500 dollari), aggravando ulteriormente le pressioni finanziarie su una famiglia il cui sostentamento era già stato compromesso dal devastante impatto sulla pastorizia.
Le famiglie ricordano un’epoca in cui la sola comunità possedeva più di 1.400 capi di bestiame. Oggi quel numero è sceso a poche decine, poiché molti sono stati costretti a vendere i propri animali per far fronte alle crescenti pressioni finanziarie causate dall’aumento del costo del foraggio, dalla perdita dell’accesso ai pascoli circostanti e dai continui attacchi dei coloni.
«Il 2007 è stato il principale punto di svolta», afferma Al-Tabneh, riflettendo su decenni di difficoltà. Spiega che le restrizioni israeliane si sono progressivamente intensificate da quell’anno, mentre le sofferenze si sono ulteriormente aggravate in seguito alla costruzione di un ponte sotto la Strada n. 1, che passa vicino alla comunità. Il progetto ha aumentato le difficoltà di spostamento e ha isolato ulteriormente la comunità dalle aree circostanti, costringendo i visitatori a percorrere un itinerario difficile attraverso zone dominate dai coloni.
«Le nostre vite sono legate alle montagne e alla terra. Non ci piace vivere nei grandi edifici delle città», dice Al-Tabneh, con il volto segnato dalla tristezza. Indicando i bambini che corrono davanti a lui, parla della paura che ora li accompagna quotidianamente e del declino dei servizi di base dopo che la clinica medica mobile che un tempo serviva la comunità ha cessato di funzionare lo scorso marzo.

Il desiderio di una vita senza occupazione
Comunità di Wadi Abu Hindi
«Vorrei che tornassero quei giorni in cui ero bambino», dice Mohammed Hamadeen (65 anni), della comunità di Wadi Abu Hindi a est di Gerusalemme. Ricorda un’infanzia caratterizzata dalla libertà di movimento tra montagne e pianure, quando il bestiame costituiva la principale fonte di sostentamento per le famiglie beduine palestinesi. Oggi, contrappone quei ricordi a quella che descrive come una «vita d’assedio» a Wadi Abu Hindi, una realtà che ha preso forma attraverso successive ondate di espansione degli insediamenti israeliani nella zona.
La famiglia di Mohammed si stabilì a Wadi Abu Hindi nel 1968 dopo essere stata sfollata dalle proprie terre a Beer El-Sabe durante la Nakba del 1948, un viaggio forzato che li condusse attraverso diverse località della Cisgiordania prima che si stabilissero definitivamente nella comunità. Ma lo sfollamento non finì lì. Per le circa 75 famiglie di Wadi Abu Hindi, tutte appartenenti alla famiglia Jahalin, un secondo capitolo di difficoltà è iniziato nel 1975 con la fondazione dell’insediamento “Ma’ale Adumim”. Quello che era iniziato come un piccolo avamposto coloniale si è gradualmente espanso fino a diventare uno dei più grandi insediamenti della zona, estendendosi su oltre 48.000 dunam e ospitando circa 40.000 coloni, secondo le statistiche pubblicate dal movimento israeliano “Peace Now”. L’insediamento è stato costruito su terreni sottratti alle città palestinesi a est di Gerusalemme, tra cui Abu Dis e al-Eizariya.
Nel 1991, il governo israeliano ha concesso a «Ma’ale Adumim» lo status di città, e i governi israeliani che si sono succeduti hanno ripetutamente insistito sul fatto che essa rimarrà sotto il controllo israeliano in qualsiasi futuro accordo politico. L’insediamento è stato a lungo presentato come una pietra miliare del più ampio progetto della «Grande Gerusalemme», concepito su terreni appartenenti alle comunità palestinesi.
«I beduini amano la libertà», ripete Mohammed, con lo sguardo fisso sugli insediamenti che ora circondano la comunità. Dopo la fondazione di «Ma’ale Adumim», Israele ha costruito l’insediamento di «Kedar» su terreni appartenenti alla città di Sawahreh al-Sharqiya. Wadi Abu Hindi si è così ritrovato intrappolato tra due insediamenti che, sostenuti dalla potenza militare israeliana, hanno finito per plasmare la realtà spaziale e politica che governa la vita delle famiglie beduine palestinesi. Per le famiglie, la minaccia dello sfollamento rimane sempre presente. Come spesso ricordano, generazioni di beduini sono cresciute con la consapevolezza che il loro stile di vita dipendeva dalla libertà di movimento, dalla possibilità di spostarsi con le loro mandrie e dall’accesso a terre che, prima della fondazione di Israele, si estendevano libere davanti a loro.
La trasformazione del paesaggio ha inoltre alterato radicalmente i mezzi di sussistenza tradizionali. Prima dell’occupazione, le famiglie beduine coltivavano terreni di cui possedevano documenti che ne attestavano la proprietà e l’uso, producendo grano, orzo e altri cereali che sostenevano sia le persone che le mandrie. Nel corso del tempo, tuttavia, l’agricoltura e l’accesso a queste terre sono stati sempre più limitati dalle politiche israeliane. Aree un tempo destinate alla coltivazione e al pascolo sono state contrassegnate come zone militari chiuse o dichiarate «riserve naturali», misure che le organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani hanno ripetutamente identificato come meccanismi attraverso i quali Israele priva i palestinesi dell’accesso alla loro terra.
Le conseguenze si fanno sentire non solo nella perdita della terra, ma anche nella crescente vulnerabilità della stessa vita pastorale. «Oggi il beduino teme per le sue pecore, non solo per se stesso», afferma Mohammed, descrivendo un altro aspetto della vita sotto assedio a Wadi Abu Hindi. Oltre alla costante paura di essere sfollati, le famiglie ora temono il furto del bestiame da parte delle forze israeliane e dei gruppi di coloni. Secondo le organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani, la violenza dei coloni e gli attacchi contro le comunità palestinesi si sono intensificati in modo significativo dall’inizio della guerra genocida nella Striscia di Gaza, il 7 ottobre 2023.
Durante i mesi della guerra genocida, gruppi di coloni hanno organizzato visite guidate nella zona, alimentando i timori delle famiglie che Wadi Abu Hindi potesse subire lo stesso destino di altre comunità beduine costrette ad abbandonare le proprie terre a seguito delle continue violenze perpetrate dai coloni sotto la protezione delle forze israeliane. Questi timori sono stati rafforzati dalle politiche della coalizione di governo israeliana, i cui partiti di destra hanno apertamente promosso progetti volti ad ampliare il controllo sul territorio palestinese e a facilitare lo sfollamento della sua popolazione.
Le pressioni a cui è sottoposta la comunità vanno oltre la minaccia dello sfollamento in sé. Mohammed ricorda come un tempo le famiglie conducessero le loro mandrie alle sorgenti d’acqua come Ein Fara durante i mesi estivi, dove gli animali potevano abbeverarsi, e si radunassero attorno a fonti d’acqua che da tempo occupano un posto centrale nella memoria e nella vita quotidiana dei beduini. Negli ultimi anni, tuttavia, il crescente controllo esercitato dai coloni su queste sorgenti attraverso rivendicazioni religiose radicate nei racconti biblici si è intensificato, riflettendo un fenomeno più ampio attraverso il quale ai palestinesi è stato negato l’accesso alle risorse naturali in tutta la Cisgiordania.
«Non possiamo rinunciare alla terra in cui siamo radicati», afferma Mohammed. Nonostante decenni di sfollamenti, accerchiamenti e restrizioni crescenti, le famiglie continuano a rifiutare la prospettiva di andarsene. Richiamando un detto beduino tramandato di generazione in generazione, “Nurture beats nature” letteralmente “l’educazione vince sulla natura”, descrive un legame forgiato dall’infanzia, dalla memoria, dai mezzi di sussistenza e dalla vita quotidiana su quella terra.
Eppure, rimanere su quella terra comporta affrontare una serie di difficoltà che vanno oltre quelle imposte dalle politiche israeliane. La natura selvaggia circostante ospita serpenti, scorpioni e altri animali pericolosi, e la comunità subisce regolarmente morsi e punture. L’accesso all’assistenza sanitaria rimane gravemente limitato. La loro unica clinica è priva di personale medico permanente, con un’équipe medica che si reca sul posto solo una volta ogni due settimane. In caso di emergenza, le famiglie devono percorrere una strada sterrata vicino all’insediamento di «Kedar», che le autorità israeliane vietano loro di asfaltare o riparare. Il viaggio verso la città palestinese più vicina, a più di 15 chilometri di distanza, spesso le espone alle vessazioni delle forze israeliane o dei coloni, aumentando al contempo il rischio che le condizioni di un paziente possano peggiorare prima di poter ricevere cure.
Queste restrizioni influenzano non solo il presente, ma anche le prospettive future dei bambini della comunità. Quando viene chiesto loro quali siano le loro aspirazioni, molti faticano a immaginare cosa li attenda. Le opportunità educative rimangono limitate, poiché Israele ha impedito lo sviluppo dell’unica scuola di Wadi Abu Hindi, dove l’istruzione termina alla settima classe. Per proseguire oltre quel livello è necessario recarsi nelle scuole delle vicine comunità palestinesi, un percorso irto di pericoli, in particolare a causa degli attacchi e delle vessazioni da parte dei coloni. Le famiglie ricordano quante ragazze non hanno potuto proseguire gli studi, poiché i genitori temono di esporre le figlie a tali rischi. Per molti bambini che crescono a Wadi Abu Hindi, le barriere che circondano la comunità si estendono oltre i suoi confini fisici, limitando gli orizzonti di ciò che possono immaginare per il proprio futuro.
*Mais Abu Ghoush è una giornalista e corrispondente palestinese.
*Ahmed Al-Arouri è un giornalista e ricercatore specializzato nella storia sociale della Palestina.




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