Solo l’intervento statunitense è riuscito a mettere una pezza all’imbarazzante fuga della nave dei ribelli. Cirenaica ingestibile, mentre cresce la rabbia per le interferenze di Washington.
di Chiara Cruciati
Roma, 18 marzo 2014, Nena News – La Morning Glory è stata fermata: a bloccare la nave battente bandiera nordcoreana, a spasso per il Mediterraneo alla caccia di acquirenti del greggio libico gestito dalle milizie ribelli, è stata la Marina militare statunitense.
A chiedere l’intervento di Washington erano state le stesse autorità libiche, che nell’ultima settimana avevano tentato di fermare la Morning Glory sparandogli contro, ma senza successo. La Marina USA è intervenuta con il cacciatorpediniere Roosevelt nella notte tra domenica e lunedì, al largo di Cipro dove la petroliera viaggiava in cerca di acquirenti. Ora sarà ricondotta nei porti libici, scortata dalle truppe americane, mentre resta un mistero la destinazione della petroliera: secondo il leader del governo della Cirenaica, autoproclamato dai separatisti libici nei mesi scorsi, l’intenzione era una vendita che sganciasse la regione dal governo centrale.
Nessun ferito nell’operazione, riferisce il portavoce del Pentagono, John Kirby: “La Morning Glory trasportava un cargo di greggio di proprietà della Compagnia Nazionale di Petrolio del governo libico”.
La petroliera era stata la causa, la settimana scorsa, delle dimissioni repentine del premier libico Ali Zeidan, sfiduciato dal Congresso generale nazionale – il parlamento temporaneo del Paese nordafricano – e fuggito in Europa. La Morning Glory, carica di 350mila litri di greggio, pari a 36 milioni di dollari, aveva preso il largo dal porto di Sidra, nella ribelle Cirenaica lo scorso 11 marzo. Si trattava del primo carico venduto dalle milizie ribelli e anti-governative, intenzionate a ottenere per la Cirenaica una definitiva autonomia amministrativa da Tripoli.
Dal 2012 la regione orientale libica è teatro della ribellione delle milizie che sostennero nel 2011 la caduta del regime del colonnello Gheddafi. La Cirenaica, da sempre difficilmente allineata alla Tripolitania, rivendica la propria autonomia, mentre le milizie armate rivendicano la loro fetta di profitti delle risorse energetiche libiche. Da due anni il braccio di ferro continua, tra occupazioni di porti e tentativi di vendere all’estero il petrolio libico senza passare per la capitale, provocando un crollo delle esportazioni di greggio (da 1.4 milioni di barili al giorno dello scorso luglio fino i 375mila di oggi). Per ora la conseguenza più eclatante è la caduta di un governo messo in piedi dopo i bombardamenti della NATO e da subito incapace di tenere insieme le diverse anime politiche e tribali della Libia e troppo debole per controllare (e ritirare) le armi rimaste in mano alle milizie dopo la caduta di Gheddafi.
L’intervento statunitense, prova dell’interesse strategico rappresentato da un Paese ricchissimo di risorse energetiche come la Libia, potrebbe provocare un’ulteriore recrudescenza delle tensioni in Cirenaica: il timore di molti analisti è che l’interferenza americana possa alienare anche quelle fazioni ribelli più vicine a Washington, rafforzando il consenso verso i gruppi islamisti attivi ad Est.
Le ambizioni separatiste della Cirenaica restano uno degli ostacoli più significativi ai tentativi di stabilizzazione interna. Ieri una bomba è esplosa a Bengasi in un’accademia militare, almeno otto i soldati rimasti uccisi. L’esplosione si è verificata durante una cerimonia di diploma dei giovani militari. Nena News






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