Secondo uno dei capi negoziatori di Fatah, l’amministrazione Obama fa un passo indietro e invita il nuovo premier Hamdallah alla Casa Bianca. Obiettivo: non abbandonare il negoziato, ancora di salvezza delle strategie mediorientali americane

il premier incaricato Rami Hamdallah
il premier incaricato Rami Hamdallah

di Chiara Cruciati

Gerusalemme, 30 maggio 2014, Nena News – E governo fu. Il primo esecutivo di unità nazionale dal 2007 è ormai nato e, un po’ a sorpresa, avrebbe ottenito ottenuto la benedizione statunitense. Un cambio di rotta, affermano fonti palestinesi, che permetterebbe a Washington di prendere tempo fino alle prossime elezioni palestinesi. Quando nel 2006 Hamas vinse le elezioni parlamentari, monitorate dalla comunità internazionale e giudicate legittime e democratiche, la scelta libera del popolo palestinese non piacque affatto a Washington e Bruxelles, che tagliarono in un sol colpo i finanziamenti all’ANP come forma punitiva. Come a dire: va bene la democrazia, ma solo se scegliete quello che piace a noi.

Fonti palestinesi hanno fatto sapere oggi che il primo ministro Hamdalllah visiterà Washington a giugno, dove incontrerà il presidente Obama, parlamentari del Congresso e funzionari governativi: “L’amministrazione statunitense ha rinunciato alla sua precedente disapprovazione nei confronti del governo di unità nazionale”, ha detto uno dei capi del team di negoziatori di Fatah, Azam al-Ahmad.

L’invito è giunto dalla Casa Bianca, “come forma di riconoscimento ufficiale del nuovo esecutivo”, e – c’è da aspettarselo – non farà che inasprire le reazioni israeliane all’accordo di riconciliazione. Reazioni che finora si sono tradotte nella sospensione da parte di Tel Aviv dei negoziati di pace con l’ANP, la minaccia di non sedersi allo stesso tavolo con nessun governo palestinese a cui partecipi anche Hamas e il divieto a pubblicare e distribuire tre quotidiani vicini al movimento islamista a cui Ramallah aveva riaperto le porte della Cisgiordania poche settimane fa.

Diversa la posizione dell’amministrazione Obama e del segretario di Stato Kerry che non intendono abbandonare l’opzione del negoziato di pace. Ad oggi il processo in corso da luglio non ha condotto ad alcun risultato concreto, se non ad un’inasprimento dell’espansione coloniale israeliana nei Territori. C’è ben poco da salvare ma Obama non vuole perdere la seppur flebile possibilità di raggiungere un traguardo minimo che migliori le sue deludenti perfomance mediorientali. Intanto in casa UE, dall’inizio di maggio Bruxelles ha fatto sapere che riconoscerà il nuovo governo fino a quando l’ANP riconoscerà Israele e proseguirà sulla via della soluzione a due Stati.

E proprio lo stallo nel negoziato potrebbe aver spinto Washington ad ammorbidirsi nei confronti del processo di riconciliazione: fino al mese scorso, Stati Uniti e Unione Europea sbandieravano la minaccia di uno stop dei finanziamenti all’ANP nel caso di formazione di un governo unico con Hamas (che gli USA considerano organizzazione terroristica). Ieri la portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale, Bernadette Meehan, ha fatto sapere che Obama “non prenderà decisioni fino alla formazione dell’esecutivo ad interim quando potrà stabilire con certezza se si può lavorare con questo governo”. Insomma, si resta in attesa, soprattutto delle elezioni parlamentari che daranno il polso della situazione e scopriranno la posizione definitiva di Stati Uniti e Unione Europea.

“Che si tratti di un processo di pace in piena regola o di iniziative individuali, non lo so, ma so una cosa – ha commentato John Kerry – Che la sicurezza di Israele, che è fondamentale per gli Stati Uniti e per gli israeliani, sarà protetta meglio se si trova una strada da percorrere; il diritto e la capacità dei palestinesi di avere uno Stato proprio possono realizzarsi solo attraverso un qualche tipo di processo politico”.

A sette anni di distanza, dopo un lungo periodo di rottura totale tra i due principali schieramenti politici palestinesi, anni di divisione interna, arresti e repressione vicendevole a Gaza e in Cisgiordania (solo negli scontri del 2007 a Gaza morirono 260 membri di Fatah e 176 di Hamas), ieri il presidente Abbas ha dato l’incarico di formare il nuovo governo dell’Autorità Palestinese al premier Rami Hamdallah. Silenzio, invece, sui nomi dei ministri che andranno ad occupare i 19 dicasteri in palio: Hamas e Fatah stanno ancora discutendo la questione del Ministero degli Esteri con i secondi che premono per la riconferma di Ryad al Malki, sul cui nome Hamas storce il naso. Fonti interne hanno parlato oggi di un possibile accordo tra i due partiti: al Malki resta al suo posto e in cambio il movimento islamista ottiene per Ziyad Abu Amer (attuale vice premier di Hamdallah) la poltrona del presidente del parlamento. Nena News


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