FOTOGALLERY. Quello che sempre più Libanesi lamentano è l’incapacità del governo attuale, così come dei precedenti, di provvedere servizi essenziali ai cittadini e di risolvere la crisi politica senza dar conto a pressione esterne. Le immagini delle proteste a Beirut
testo di Marta Cosentino – foto di Lorenzo Tugnoli
Beirut, 11 settembre 2015, Nena News – Che il movimento #YouStink abbia smesso, quasi subito, di parlare solo della pattumiera e che in ballo, nelle piazze di Beirut, ci sia davvero qualcosa di più, se ne sono accorti più o meno tutti, eccezion fatta, forse, per classe politica che rischia di non aver ancora capito che quel “Puzzate” è rivolto a lei, non ai rifiuti.
La cosiddetta crisi dell’immondizia, culminata a metà luglio con montagne di sacchi neri per le strade della capitale e dei villaggi circostanti a seguito della chiusura (per superamento dei limiti di capacità) della chiacchierata discarica di Naameh, è un problema antico che risale alla metà degli anni 90 e che attiene non solo alla raccolta dei rifiuti ma, più in generale, ad un preciso atteggiarsi della politica nei confronti dell’idea stessa di cittadinanza e delle prerogative proprie di un sistema di welfare.
Quello che sempre più Libanesi lamentano è l’incapacità del governo attuale così come dei precedenti di provvedere servizi essenziali ai cittadini che si trovano a pagare due volte un servizio senza poi poterne disporre. Succede con l’acqua così come con l’elettricità: a fronte di lampadine sempre più spente e taniche sempre più vuote, alle bollette dell’Autorità della rete idrica e dell’Electricite du Liban si aggiungono i conti (spesso molto salati) dei servizi suppletivi offerti dai privati che, a tutti gli effetti, si sostituiscono alla Stato nell’offerta e nella gestione di beni essenziali come l’istruzione e la sanità.
È quel potere passato di padre in figlio, rimaneggiato sempre dagli stessi, di cui i manifestanti sono stufi. Quel misto di corruzione e cattiva gestione delle risorse pubbliche di cui la mancata raccolta dei rifiuti è solo l’epilogo (sicuramente più maleodorante) di un’enciclopedia del malgoverno. Per questo, nonostante i rifiuti bruciati per le strade o lasciati marcire al sole, nonostante i topi e il rischio sanitario concreto, quest’estate non erano in pochi quelli, tutto sommato, contenti nella speranza che l’evidenza del problema ne imponesse una soluzione.
Hanno iniziato a scendere in piazza, davanti al Grand Serail, il palazzo del governo, chiedendo nuove elezioni trasparenti e un reale cambio di passo. Sempre più numerosi, sempre più frustati, hanno avuto la costanza di saper attrarre un numero di volta in volta maggiore di persone mantenendo, fino a questo momento, forte un’identità profondamente neutrale e secolarizzata. Dopo la rabbia vomitata e sedata a colpi di idrante e dispersa coi carri armati, hanno riempito Piazza dei Martiri, rimasticando gli slogan delle Piazze del Cairo e di Tunisi sapendo però che, in Libano, quello che la “Rivoluzione” vorrebbe rovesciare non è un dittatore ma un intero sistema corrotto, quando non paralizzato.
Sono scesi in piazza in un appuntamento a cadenza quasi settimanale, l’ultimo, lo scorso 9 settembre, in occasione della prima tornata della sessione di Dialogo Nazionale inaugurata per mettere fine alla vacanza presidenziale che perdura ormai da 15 mesi. Negoziati circondati da un’aura di profondo scetticismo sulla reale efficacia di un dialogo che, secondo i manifestanti, andrebbe condotto con la gente, non all’interno di una élite politica considerata inadeguata e antipatriottica per aver, a porte chiuse, in sostanza preferito ricevere ordini da potenze straniere piuttosto che eleggere un nuovo presidente.
E sarebbe proprio questa regia esterna, secondo molti libanesi, a spiegare il ritardo nel raggiungimento di una soluzione, perché nell’agenda delle potenze straniere appunto ci sono ben altre crisi prima del Libano: dalla Siria, allo Yemen, all’Iraq.
Quanto questo movimento riuscirà davvero a rappresentare una terza via al bivio tra una rapida fiammata rivoluzionaria e una lunga (nuova) guerra civile, dipenderà dalla sua capacità di darsi una precisa piattaforma programmatica, ben oltre le richieste iniziali, scongiurando il pericolo che il Paese dei Cedri precipiti, sulla scacchiera internazionale, in una strada senza ritorno. Con una protesta non violenta, fatta di gesti simbolici, scioperi della fame a oltranza e pratiche di resistenza passiva (come nel caso dell’occupazione del ministero dell’Ambiente lo scorso 1 settembre), quello di cui questi manifestanti parlano sono diritti che si pretendono in quanto cittadini, non in quanto membri di una comunità religiosa. Sono diritti che si pretendono in quanto cittadini, non in quanto clienti. Sono diritti che si pretendono in quanto tali, non perché frutto della benevolenza del governante di turno. Sono obiettivi distanti e ambiziosi da centrare ma, se così fosse, avrebbero il pregio di mostrare che, da qualche parte, la dura lezione delle Primavere Arabe è stata imparata. Nena News



