Arresti in massa nell’utlima settimana che precede le parlamentari, tappa di quella transizione post-Mubarak che avrebbe dovuto portare alla piena democrazia e invece ha tradito le speranze degli egiziani
di Sonia Grieco
Roma, 15 ottobre 2015, Nena News – A chi interessano le parlamentari egiziane che si terranno il 18 e il 19 ottobre? Se lo domanda Hatem Maher su Ahramonline, facendo notare che ormai tra gli egiziani sono scemati l’entusiasmo e la passione che accompagnarono la rivolta di piazza Tahrir, nel 2011, con il suo carico di promesse di partecipazione alla vita politica, di democrazia e di libertà tradite nel giro di pochi mesi dopo dalla cacciata di Hosni Mubarak, l’ex presidente che ha guidato l’Egitto per tre decani.
Probabilmente queste elezioni, rinviate da marzo al prossimo fine settimana, destano scarso interesse anche nella cosiddetta comunità internazionale, rassicurata dal consolidamento al potere del nuovo uomo forte dell’Egitto, Abdel Fattah al Sisi sul cui operato spesso chiude gli occhi, che certo non teme il verdetto delle urne. D’altronde, perché dovrebbe? Con l’opposizione in carcere (non ci sono né candidati dei Fratelli Musulmani né di quel movimento di giovani attivisti salito alla ribalta in piazza Tahrir) si prospettano una scarsa affluenza e un Parlamento composto dai membri di un élite egiziana che ha tutto l’interesse a sostenere il presidente. E per essere più sicuri che le cose vadano lisce, da lunedì sono finite in carcere almeno 800 persone “sospettate di preparare attacchi terroristici”, ha spiegato la polizia. Si tratta soprattutto di studenti universitari, il motore più vitale dei cambiamenti che nell’Egitto di al Sisi sono considerati una minaccia alla sicurezza nazionale. Le università, infatti, sono tenute sotto lo stretto controllo delle forze dell’ordine e di compagnie di sicurezza private. Secondo i gruppi di attivisti locali, ci sono 40mila prigionieri politici dietro le sbarre.
Sarà per questo clima da stato di polizia, per la disillusione diffusa e per la mancanza di alternative che le parlamentari sembrano destare scarso interesse negli elettori che nell’immediato post Mubarak avevano assaporato il gusto del voto e adesso pronunciano frasi pregne di rassegnazione come “il mio voto non cambierà nulla” o “questo è l’Egitto”, cioè un Paese, fa notare il Maher, dove “ex generali promettono libertà e prosperità, ma finiscono per governare con il pugno di ferro”. È la descrizione dell’ascesa politica dell’ex generale al Sisi.
Anche la copertura mediatica del voto è piuttosto fiacca, al contrario delle parlamentari del novembre 2011, quando l’affluenza fu inedita: 50 per cento. Seguirono mesi travagliati, con le Forze armate, proclamatesi guardiane della rivoluzione, a gestire le fasi del post Mubarak. Un golpe bianco, lo definirono alcuni, che non fermò però alle presidenziali di giugno l’ascesa alla guida del Paese di un esponente del movimento islamico dei Fratelli Musulmani: Mohamed Morsi. Il verdetto delle urne, sgradito a molte potenze straniere, fu carico di conseguenze per l’Egitto. Le piazze si riempirono di oppositori della Fratellanza e questo bastò a far tornare apertamente in gioco il protagonista principiale della storia moderna egiziana: le Forze armate. Il 3 luglio del 2013 Morsi fu rovesciato dai militari e poi arrestato e trascinato in tribunale assieme a centinaia di membri e sostenitori del movimento islamico, mentre altre centinaia di persone scese in piazza contro il golpe militare furono uccise dai soldati. Nella purga messa in piedi da colui che tanti definiscono il nuovo faraone d’Egitto, eletto con voto plebiscitario da una minoranza di egiziani, sono finiti non soltanto i simpatizzanti di Morsi, ma anche tanti giovani, laici, oppositori, attivisti per i diritti civili e umani, intellettuali che avevano sperato che da piazza Tahrir iniziasse un cambiamento in senso democratico del Paese.
Quello che oggi di certo in Egitto non si può proprio più fare è manifestare. Proprio come ai tempi di Mubarak, se non peggio, dice qualcuno. Al Sisi, in assenza di un Parlamento, ha varato leggi draconiane che vietano ogni forma di protesta, ogni assembramento, ogni contestazione del suo potere. Nei tribunali militari, incaricati di giudicare i civili, fioccano le condanne a morte. Sono centinaia. Polizia ed esercito hanno mano libera ovunque, nelle scuole, nelle università, nelle piazze, e la brutalità dei loro metodi, che implica anche il ricorso frequente allo stupro, è stata denunciata da diverse organizzazioni egiziane e internazionali.
Questo voto non cambierà nulla. Non lo pensano soltanto gli analisti ma anche gli egiziani, tra i quali c’è pure chi in Al Sisi aveva visto una promessa di sicurezza, di stabilità e di crescita economica, seppur al costo del sacrificio di fondamentali diritti dei cittadini. Il presidente, elevatosi al ruolo di paladino anti-Isis, ha sbandierato grandi progetti e riforme, ma anche queste promesse non sono state mantenute. Come spesso accade nei regimi autoritari, si assicurano grandi opere, grossi investimenti nella modernizzazione, ma poi le riforme fondamentali, quelle che intaccano i poteri forti, che d’altronde Al Sisi deve coccolare, non si fanno. Così il 40 per cento dei laureati egiziani è disoccupato, la riforma del settore pubblico, dell’istruzione, della sanità o quelle con effetti economici di lungo periodo non sono state fatte e neanche iniziate, invece sono stati spesi fiumi di denaro in armamenti, nonostante il deficit. Il presidente ha anche preso parte alla guerra in Yemen, partecipando alla coalizione anti-Houthi guidata dall’Arabia Saudita. Gli arresti in massa non hanno garantito la sicurezza e centinaia di soldati e poliziotti egiziani sono morti nell’instabile penisola del Sinai, teatro degli attacchi terroristici di stampo islamico.
La disillusione sta prendendo il sopravvento tra gli egiziani che da queste elezioni forse non si aspettano proprio nulla. Ad Al Sisi però un Parlamento compiacente potrebbe far comodo, perché solo un’assemblea eletta dal popolo può cambiare la Costituzione, quella approvata con Morsi, e rimuovere quella scomoda clausola che limita il mandato presidenziale a due termini. Nena News





