Mentre Israele canta e balla per festeggiare la fondazione dello Stato, a Gaza e in Cisgiordania i palestinesi continuano a morire, colpiti da esercito e coloni, in un cessate il fuoco finto e ipocrita che da ottobre ha causato almeno 786 morti nella Striscia.
Anche ieri droni, aerei e carri armati hanno colpito la popolazione palestinese assediata, causando cinque morti nei pressi della moschea di Al-Qassam a Beit Lahia, nel nord di Gaza. Secondo il ministero della sanità e i medici, tre delle vittime erano bambini.
Le dichiarazioni dell’esercito, questa mattina, si sono limitate ad affermare di aver colpito un palestinese “sospetto” nei pressi della linea gialla. Il confine che Tel Aviv ha unilateralmente stabilito per dividere la metà della Striscia che occupa dall’area in cui vive l’intera popolazione palestinese, continua a muoversi e avanzare nell’assenza totale di meccanismi internazionali di controllo. I carri armati appiattiscono i terreni ben oltre la linea, pretendendo di costruire “zone cuscinetto” in cui i militari si sentono in diritto di giustiziare chiunque e in qualsiasi momento. Torrette e strutture militari continuano a nascere e crescere, costruite non come campi temporanei ma dotate di strade asfaltate, infrastrutture di comunicazione e collegamenti tra i centri di controllo militare all’interno di Gaza e con Israele.
Mentre Tel Aviv appiana, abbatte e poi edifica, a Gaza i palestinesi rimangono nelle tende. Il piano di “pace” e “ricostruzione” festeggiato dal presidente degli Stati Uniti insieme a una corte composta da mezzo mondo occidentale e arabo, si è arenato in un fallimento più che prevedibile. Il mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite al cosiddetto “Board of Peace” trumpiano non è servito ad altro che a rafforzare l’impunità israeliana e a normalizzare, anche agli occhi del mondo, una situazione che a Gaza resta disumana.
Gli accordi firmati da Israele e Hamas non sono bastati a rompere l’assedio di Tel Aviv, che continua a impedire l’ingresso di beni assolutamente necessari alla popolazione: cibo, medicine, mezzi pesanti per la rimozione delle macerie, materiale edile per la ricostruzione, carburante, oggetti utili anche solo a riparare le tende fatte di plastica e stracci. Cadono nel vuoto le denunce delle organizzazioni internazionali, composte da medici e personale proveniente da moltissimi Paesi, che testimoniano con la propria presenza le carenze gravissime dovute all’assedio. Gli israeliani bloccano i camion, a volte negandone il passaggio, ma più spesso utilizzando la burocrazia per allungare i tempi, ritardare le risposte ed evitare spiegazioni.
Lo Stato occupante sfrutta il doppio binario di consegna delle merci — aiuti umanitari e aiuti commerciali — per gonfiare il numero delle consegne umanitarie e sfruttare allo stesso tempo l’aumento dei prezzi, che rende la merce inaccessibile alla maggior parte della popolazione. È uno strumento utilizzato da sempre ma che, sotto l’assedio prolungato e per certi periodi totale di questi anni, ha raggiunto livelli inimmaginabili di calcolo politico, economico e crudeltà. Così accade, ad esempio, che la Striscia venga improvvisamente rifornita in gran misura di cioccolato e caramelle, da acquistare a prezzi altissimi, mentre mancano uova e farina. Senza contare che i bombardamenti ai convogli umanitari da parte dei militari causano gravi sospensioni della distribuzione, come accaduto la settimana scorsa, quando Israele ha ucciso due autotrasportatori di acqua che lavoravano per l’Unicef.
Anche gli ingressi attraverso Rafah e le evacuazioni mediche sono quasi fermi. I numeri di coloro che escono dal valico sono assolutamente ridicoli rispetto alle necessità urgenti e vitali di circa 20mila pazienti che non possono ricevere cure nella Striscia. Sono feriti o malati cronici, spesso bambini, che hanno bisogno di operazioni salvavita o anche di procedure relativamente semplici che potrebbero evitare cecità, paralisi e altre condizioni permanenti estreme, sulle quali non esiste modo di intervenire negli ospedali di Gaza.
Ma ai tavoli di negoziazione, quando ci sono, non si parla delle evacuazioni mediche né della crisi umanitaria o delle stragi causate da Israele, del ritiro dei soldati, della ricostruzione. Ormai si discute solamente del disarmo di Hamas. È ciò che Tel Aviv pretende attraverso i rappresentanti del “Board of Peace”, unilateralmente nominati da Donald Trump, il più grande alleato dello Stato ebraico. Il gruppo palestinese ha fatto sapere che le discussioni sono arrivate a un punto morto. Hamas dichiara di essere disposta a consegnare le armi, ma solamente con garanzie sicure in merito al ritiro israeliano, al passaggio del controllo politico alla struttura tecnocratica palestinese prevista dal piano di cessate il fuoco, e alla fine reale degli attacchi militari. L’ufficio media di Gaza ha contato almeno 2.400 violazioni del cessate il fuoco da parte di Israele e, per Hamas, questo significa una cosa semplice: il Board of Peace non è riuscito a far rispettare gli impegni di Tel Aviv per la prima fase del piano, dunque è prevedibile che non lo farà neanche per la seconda fase.
Inoltre, Hamas sembra essersi convinta che il disarmo faccia parte di un piano israelo-statunitense per scatenare a Gaza una guerra civile che finirebbe con la gestione coatta della Striscia da parte di bande criminali palestinesi armate e controllate da Israele. Le azioni di questi gruppi non si sono mai fermate durante il cessate il fuoco e, anzi, Tel Aviv le utilizza per rapimenti e uccisioni mirate nelle aree in cui vive la popolazione. I militari coprono le azioni dei miliziani con la contraerea, favorendone il ritiro protetto fino alle zone controllate dall’esercito. Scatenare queste bande — rifornite di armi e mezzi — contro combattenti e rappresentanti di Hamas rimasti indifesi garantirebbe a Israele il controllo completo di Gaza attraverso gruppi che foraggia, composti per la maggior parte da ex contrabbandieri e criminali comuni rinnegati dalle proprie famiglie.




