La giovane Narin Capan, dipendente del comune, è stata arrestata per aver accompagnato due giornalisti italiani per le strade di Silvan. Su di lei pesa anche l’accusa di appartenenza a organizzazione terroristica

Mezzi blindati turchi a Silvan (Fonte: kurdishdailynews.org)
Mezzi blindati turchi a Silvan (Fonte: kurdishdailynews.org)

di Oscar Tiresi

Diyarbakir, 8 aprile 2016, Nena News – Accompagnare due giornalisti italiani per le strade della propria città può ormai costare la libertà a chi vive in Turchia. È quello che è accaduto a Narin Capan, giovane dipendente della municipalità di Silvan, nel sud-est del paese a maggioranza curda. Il 30 ottobre 2015, alla vigilia delle elezioni nel paese, ha condotto un giornalista di Nuova Società, Davide Grasso, e un suo collaboratore, in giro per il centro abitato. I due stavano preparando un reportage sulla situazione nel paese, ma sono stati fermati da alcuni agenti delle forze turche in una via del centro città.

Narin Capan
Narin Capan

“La polizia ha accusato l’inviato di aver camminato in ‘closed areas’, ossia in parti della città chiuse da barricate costruite dalla guerriglia curda. A precisa domanda di un avvocato che ha telefonato da Istanbul, hanno ammesso però che non c’era né proibizione di recarsi in certe parti della città, né queste erano segnalate da cartelli o indicazioni stradali. Dopo una giornata intera i tre sono stati rilasciati ma con la perdurante accusa di ‘propaganda di un’organizzazione terroristica’”, scrive la redazione di una testata turca sul suo sito on line.

I tre sono stati rilasciati in giornata, dal momento che non esistono  prove contro di loro ma, se l’indagine a carico dei due italiani è tutt’ora in corso, il 2 aprile la polizia ha incarcerato Narin Capan con l’accusa di “oltraggio allo Stato” per aver “dato a giornalisti stranieri un’immagine negativa della Turchia”.

La famiglia ha chiesto agli organi d’informazione italiani di denunciare il caso all’opinione pubblica e alle autorità. “Ora non possiamo che aspettare il primo appello – ha dichiarato un familiare di Narin a Nena News – ma potrebbero passare tre mesi, e l’esito non è scontato”.

La ragazza non ha potuto neanche evitare la sempre più frequente, per quanto riguarda la Turchia, accusa di “appartenenza a un’organizzazione terroristica”. La giustificazione è stato il possesso sul suo telefono una fotografia che la ritrae a Kobane, ciò che farebbe di lei un “membro delle Ypg”. Tuttavia, come scrive sull’Huffington Post Andrea Doi, “Narin vive a Silvan e non fa parte delle Ypg, non è una combattente, è dipendente del comune”. Ennesimo caso di ritorsione arbitraria dell’apparato giudiziario turco contro appartenenti alla comunità curda e a chi informa o aiuta a informare sulla vita del paese. Nena News


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