Realizzato con notizie di agenzia e dai social
Foto fermo immagine da YouTube
Mentre lo sguardo del mondo nei passati due anni e mezzo si posava su Gaza e le sue distruzioni, tra le macerie avveniva un’altra battaglia per salvare la memoria e la conoscenza. È qui che si colloca la storia di Omar Hamad, 32 anni, e dei suoi compagni, protagonisti di un’impresa che oggi prende forma nella Biblioteca Phoenix, un presidio culturale nato nonostante la devastante offensiva militare israeliana.
A Beit Hanoun, nel nord della Striscia, Omar aveva iniziato a costruire la sua biblioteca personale quando era poco più che un ragazzo. Libri di letteratura, diritto, politica, scienze: una raccolta cresciuta negli anni fino a occupare ogni angolo della sua casa. Quando Israele ha dato inizio all’offensiva che ha distrutto Gaza, la città è stata tra le prime a essere evacuate. Nel caos della fuga, mentre famiglie intere cercavano di mettere in salvo documenti, denaro e pochi effetti personali, Omar ha fatto una scelta che racconta molto della sua visione del mondo: ha selezionato quaranta libri e li ha portati con sé, come fossero una seconda identità.

Durante i mesi della guerra, quell’ossessione per i libri si è trasformata in un progetto condiviso. Approfittando di una tregua temporanea nel gennaio 2024, Omar e il suo amico Ibrahim al-Masri sono tornati tra le rovine di Beit Hanoun con un obiettivo preciso: recuperare ciò che restava delle biblioteche distrutte. A loro si è unito Hussam Hamad. Insieme hanno iniziato a scavare tra edifici crollati, università devastate, biblioteche pubbliche saccheggiate o incendiate.
“Trasportavamo centinaia di libri al giorno, come se stessimo salvando un’eredità”, racconta Omar. Dai resti della Biblioteca Edward Said e dai corridoi delle università palestinesi hanno recuperato volumi sopravvissuti alle fiamme. Altri li hanno trovati sparsi lungo le strade, abbandonati, spesso destinati a essere bruciati o riutilizzati come carta di fortuna in una realtà dove anche la carta aveva assunto un valore di sopravvivenza.
Il contesto in cui operavano era devastante. Secondo le loro stime, oltre l’80% del patrimonio librario di Gaza City è stato distrutto. La Grande Moschea di Omari, custode di secoli di storia, è stata colpita, lasciando intatti appena 38 manoscritti su 230. La Biblioteca di Gaza per la Cultura e la Luce, affiliata alla Chiesa Battista, con i suoi 20.000 volumi, è stata annientata. Le università di Al-Aqsa, Al-Israa e quelle islamiche hanno perso oltre 240.000 libri e opere di riferimento. Un’intera infrastruttura del sapere cancellata in pochi mesi.

Eppure, mentre loro raccoglievano libri tra le macerie, non tutti comprendevano. In una Gaza piegata dalla fame, la priorità era sopravvivere. “Che valore hanno i libri quando manca il pane?”, si chiedevano molti. La domanda ha raggiunto il suo apice quando Omar si è trovato davanti a una scelta estrema: 22 membri della sua famiglia, affamati, e nessuna risorsa. Ha offerto mille libri in cambio di un chilo di farina. “La fame divorava i bambini intorno a me”, racconta. Alla fine è riuscito a ottenere farina senza perdere la sua collezione, ma quell’episodio segna il punto più drammatico di una tensione tra sopravvivenza materiale e resistenza culturale.
Dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, i tre sono tornati nel nord della Striscia. Quello che hanno trovato era un paesaggio di distruzione quasi totale. Eppure, proprio da lì è iniziata la fase successiva: dare una forma stabile a ciò che avevano salvato. I libri, spostati tredici volte durante la guerra, hanno trovato finalmente una collocazione in uno spazio di circa 200 metri quadrati. È nata così la Biblioteca Phoenix.
Oggi ospita circa 6.000 volumi. Metà sono stati recuperati dalle macerie, gli altri raccolti lungo le strade o donati da cittadini. È un “archivio vivente” che attraversa discipline diverse, dalla medicina al diritto, dalla politica alla letteratura palestinese, che occupa un posto centrale sugli scaffali come elemento di radicamento identitario. Accanto, romanzi tradotti dal giapponese, dal russo e dal francese aprono una finestra su un mondo che Gaza fatica a raggiungere, ma che continua a cercare.
Un quarto della biblioteca è dedicato ai bambini, in un tentativo deliberato di offrire alle nuove generazioni uno spazio di immaginazione oltre l’assedio. “È nata dalla solidarietà della conoscenza”, spiega Ibrahim, sottolineando come molti abbiano donato i libri sopravvissuti “per le anime dei loro martiri”, trasformando la biblioteca in un gesto collettivo di memoria.

Le difficoltà non sono mancate. Il blocco sull’ingresso di materiali da costruzione, in particolare il legno, ha costretto i tre a reinventare completamente l’allestimento degli spazi. Per cinque mesi hanno lavorato con materiali locali, sviluppando soluzioni improvvisate ma funzionali. Parallelamente, hanno avviato un processo di conversione di archivi digitali: migliaia di file PDF trasformati in libri stampati, per colmare il vuoto lasciato dalla distruzione fisica.
La Biblioteca Phoenix non è pensata come un semplice luogo di prestito. Nelle intenzioni dei suoi fondatori deve diventare un centro culturale capace di generare attività, dibattito, formazione. Un luogo dove ricostruire non solo scaffali, ma relazioni, pensiero critico, identità.
In una Gaza che continua a fare i conti con le conseguenze della guerra, la biblioteca rappresenta una sfida aperta alla cancellazione. Come la fenice da cui prende il nome, nasce dalle ceneri e insiste nel rivendicare il diritto a esistere




