C’è più rivoluzione nel cinema o nella rivoluzione in sé? È questo l’interrogativo al quale il movimento cinematografico Palestine Film Unit (PFU) prova a dare una risposta documentando gli accadimenti politici e sociali che riguardano la regione mediorientale 

(Foto tratta dal sito:https://theworldiswithus.wordpress.com/18-05-14_3/)
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di Cecilia D’Abrosca

Roma, 28 novembre 2016, Nena News C’è più rivoluzione nel cinema o nella rivoluzione in sé? È questo l’interrogativo al quale il Palestine Film Unit (PFU), movimento cinematografico nato in Medio Oriente negli anni Settanta prova a dare una risposta, documentando gli accadimenti politici e sociali, che riguardano la Palestina e il Libano in particolare, privilegiando l’informazione e il valore della testimonianza

Il Movimento prosegue la sua attività, secondo ritmi e forme diverse, ancora oggi. Due tra i registi più giovani, Mohanad Yaqubi e Monica Maurer, hanno presentato i loro documentari in Europa confermando lo spirito iniziale del progetto: il lavoro di Yaqubi, Off Frame, nasce dal ritrovamento di segmenti di pellicola dei primi due anni della guerra civile libanese (1975-1980), custoditi e ritrovati a Roma, nel 2011, poichè il PFU, temendo la loro distruzione, decide di metterli al sicuro in Italia.

Diverse personalità contribuiscono a determinare i contenuti della poetica del Palestine Unit Film: documentaristi, ricercatori, registi internazionali ma sopratutto autori arabi come, Mustafa Abu Ali, Sulafa Jadallah, Hani Jawhariah e Salah Abu Hannood, che sono gli iniziatori stessi del Collettivo.

L’azione del Palestine Film Unit (trad. “Unità del Cinema Palestinese”), si concretizza in un genere di cinema, definito “politico.” Cosa significa? La risposta non è univoca, dal momento che il significato del termine varia a seconda delle epoche, del pubblico e del regime in vigore.       Il cinema politico è fatto di impegno civile, essendo espressione del cinema Neorealista italiano dell’immediato dopoguerra (pur non avendo il medesimo impatto simbolico sull’immaginario). L’idea di dedicarsi ad un cinema che sfugga ad un valore puramente estetico, si delinea in area mediorientale, nel 1968, sulla base dell’ideologia del movimento internazionale studentesco (legato ai gruppi della sinistra extra-parlamentare). A partire da allora, “quel modo di fare cinema” sarà etichettato come “cinema militante.”

I tratti del cinema militante in Medio Oriente. Come in altri centri di diffusione, anche qui, il cinema muove dall’urgenza di comunicare e rappresentare una società in tumulto che individua nella contro-informazione un punto di partenza all’utilizzo “di parte” del mezzo filmico. La critica sollevata al cinema dominante concerne la struttura narrativa e la tensione tra il regista e gli attori. Mentre, il passo in avanti compiuto dal cinema militante si attua, da un lato, attraverso la fedeltà alla regola neorealista e alla sua estensione in senso “politico”, dall’altro, focalizzandosi su una modalità di fare cinema che sia osservazione e risposta ad una situazione reale e collettiva di estrema criticità.

La storia della cinematografia palestinese, e di conseguenza del cinema militante, ha subìto profondi arresti: gli sconvolgimenti storico-politici, seguiti alla creazione dello Stato d’Israele, nel maggio del ’48, e il conflitto politico, militare e sociale tra i due popoli, destabilizza la vita del cinema, infatti, a partire da quella data, la realizzazione di film è pressochè assente. Intanto, nel 1968, si verificano eventi che portano alla creazione dei Territori occupati (a seguito della sconfitta della Guerra dei sei giorni), e ad una reazione da parte del campo cinematografico: ad Amman, in Giordania, viene istituita l’ “Unità del Cinema Palestinese”, ossia il Palestine Film Unit (PFU).

Seguono progetti cinematografici scritti a più mani, come risultato del lavoro collettivo di un laboratorio sperimentale permanente in cui la produzione è articolata in registrazioni filmate, materiali di archivio assemblati e documentari. Il cinema militante non compie scelte formali definite ma ha il presupposto di mostrare le lotte sociali e militari in atto e difendere la memoria della “diaspora” palestinese. La carenza di competenze tecniche e di mezzi finanziari, limita l’incisività del Collettivo, spingendo numerosi registi di fama ad avvicinarsi al progetto, per portare alla ribalta internazionale la questione palestinese e quelle del Libano. Tra gli esempi, Qafr Qāsim (1974), nato dall’idea del regista libanese Bohrane Alaouié, che rievoca il massacro di un villaggio palestinese a opera dei soldati israeliani nel 1956.

I membri del PFU filmano la vita quotidiana e si fanno interpreti degli eventi più scottanti che avvengono nei Territori. La camera è un mezzo usato per la lotta di cui è la quintessenza. Il Palestine Film Unit si afferma come movimento globale che condivide e affina le competenze di narrazione e di ripresa a fini sostanzialmente divulgativi e di reportage. Tra gli internazionali, oltre il regista Jean-Luc Godard, partecipano al progetto Chris Marker, Santiago Alvarez e Koji Wakamatsu, che assegnano al film la funzione di ispirare la rivoluzione. Il mezzo filmico, segmentato in sequenze, scene e inquadrature, presenta l’azione e la reazione di un popolo. Per questo motivo, il cinema militante, sin dalla sua nascita, è vissuto come una minaccia dallo Stato nascente di Israele, un progetto, in nome del quale, gli autori rischiano la vita per preservare la loro produzione. Nena News

 

 

 


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