Ennesimo massacro a Sana’a, vittime donne e bambini. L’Iran propone la tregua, ma Riyadh (e ora Washington) ha bisogno di mantenere alto il livello dello scontro

Il raid contro il funerale ad ottobre 2016 in cui morirono 155 persone (Foto: Mohammed Huwais/Getty Images)
Il raid contro il funerale ad ottobre 2016 in cui morirono 155 persone (Foto: Mohammed Huwais/Getty Images)

della redazione

Roma, 16 febbraio 2017, Nena News – Senza pace, lo Yemen è costretto a piangere l’ennesima strage di civili. Questa mattina all’alba nove donne e un bambino (ma il bilancio potrebbe salire) sono stati uccisi in un raid lanciato dalla coalizione sunnita a guida saudita alla periferia di Sana’a. Le bombe hanno centrato un funerale nel distretto di Arhab, 40 km a nord della capitale.

“La gente ha sentito il suono degli aerei e ha cominciato a scappare fuori di case ma le bombe l’hanno colpita direttamente. Il tetto è collassato, il sangue era ovunque”, il racconto di un residente alla Reuters. Subito sono scattati i soccorsi, a mani nude: la gente ha cercato di tirare fuori le vittime dalle macerie della case di proprietà di Mohammed al-Nakaya, capo tribale alleato del movimento Houthi che a nord ha la sua roccaforte.

Secondo funzionari Houthi si sarebbe trattato di un doppio attacco, odioso tipo di raid che colpisce i soccorritori dopo il primo bombardamento. Per ora Riyadh non si esprime, ma poco cambia: in passato, ogni volta che una strage di civili è stata commessa, la coalizione ha promesso l’apertura di un’inchiesta di cui non se ne conoscono mai i risultati. Della carneficina di ottobre, quando un altro funerale fu colpito uccidendo 155 persone, non è stato pubblicato alcun report.

Continua a salire inesorabile il conto dei morti dal marzo 2015 quando l’operazione “Tempesta decisiva” fu lanciata dalla coalizione di 10 paesi sunniti tra Africa e Golfo contro il movimento Houthi. L’Onu parla di 10mila vittime, di cui 7.400 civili, ma fonti locali registrano bilanci più alti. Morti a cui si aggiungono 21 milioni di civili bisognosi di assistenza umanitaria immediata: le immagini che i media internazionali pubblicano mostrano gli scheletri in cui gli yemeniti sono stati trasformati, privi di cibo a causa del blocco aereo imposto dai Saud e che impedisce i rifornimenti ad un paese che importa il 90% dei beni alimentari che consuma.

La comunità internazionale non commenta, mentre il nuovo presidente Usa Trump alza il livello dello scontro trasformando lo Yemen nel terreno della guerra – che non può lanciare – contro l’Iran. Lo fa con il dispiegamento del cacciatorpediniere Uss Cole nello stretto di Bab al-Mandeb per chiudere il cerchio dell’assedio sullo Yemen, lo fa lanciando i primi raid del suo mandato contro Aqap, al Qaeda nella Penisola Arabica, nel paese. Senza dar troppo conto a chi riporta di un rafforzamento della rete jihadista proprio grazie alle bombe Usa.

L’Iran ha sempre negato un coinvolgimento in Yemen, ma i sauditi ci credono poco. Ieri è intervenuto il presidente iraniano Rouhani che ha chiesto la tregua immediata come mezzo per dare respiro alla popolazione e per stemperare le tensioni con Riyadh. Un cessate il fuoco, ha detto durante le visite di Stato in Oman e Kuwait dei giorni scorsi, che permetta di aprire il dialogo politico: Teheran è consapevole che l’ulteriore radicalizzazione dell’asse sunnita promossa dalla nuova amministrazione Usa non aiuterà la stabilizzazione della regione, né tantomeno i piani dei riformatori iraniani che puntano alla fine dell’isolamento.

Dall’altra parte sta Riyadh, impantanata in un indebolimento economico dovuto al calo del prezzo del petrolio e sconfitta nella guerra siriana di cui ormai è mera spettatrice. Dello scontro con l’Iran ha bisogno per mantenere alto il sostegno statunitense e stringere sotto banco relazioni con gli altri attori anti-iraniani a partire da Israele. Lo Yemen è il suo incubatore di guerra. Nena News


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