Pagine Esteri – Il governo sostenuto dall’Arabia Saudita ha lanciato ieri una nuova offensiva diretta a riconquistare le regioni dello Yemen controllate dal movimento Ansar Allah e dai suoi alleati.
Le milizie sciite yemenite non solo controllano la capitale del paese Sana’a, ma nelle scorse settimane hanno conquistato le province del sud ovest strappandole alle truppe governative e rafforzando così il controllo sulle coste che si affacciano sullo stretto di Bab el Mandeb, dal quale passano le esportazioni petrolifere della petromonarchia dopo il blocco dello stretto di Hormuz.
Ma proprio mentre il Consiglio di Leadership Presidenziale annunciava l’avvio dell’ennesima offensiva, i portavoce di Ansar Allah hanno rivendicato il lancio di diversi missili balistici e di droni da bombardamento contro alcune installazioni e depositi della Saudi Aramco nella zona di Riad e nella regione di Khurais.
I cosiddetti “Houthi” hanno causato vasti incendi e ingenti danni alle infrastrutture della compagnia petrolifera saudita – circostanza confermata da numerosi testimoni oculari – e all’aeroporto di Riad, in risposta ai 50 raid aerei e missilistici condotti nelle ore precedenti sulle città da loro controllate.
Negli ultimi giorni le milizie di Ansar Allah hanno anche compiuto evidenti progressi, nello scontro con le milizie mercenarie assoldate dal governo di Aden, per il controllo della strategica città di Taiz. Se le milizie sciite riuscissero a conquistare la strada che collega la terza città del paese con Aden – dove ha sede il governo internazionalmente riconosciuto – potrebbero tagliare fuori le forze governative dal sud-ovest del paese e circondare in una sacca le ingenti forze governative concentrate a Taiz. Ansar Allah sembra avvicinarsi a quest’obiettivo con la conquista nelle ultime ore di al-Turbah, importante centro della regione.
Nelle ultime ore, hanno annunciato i portavoce del governo di Aden, le milizie governative avrebbero riconquistato alcune località nella zona di Dhubab.

Per evitare un eventuale tracollo del Consiglio di Leadership Presidenziale si stanno muovendo non solo l’Arabia Saudita ma anche gli Stati Uniti e il Pakistan.
La petromonarchia intende non solo intensificare i bombardamenti aerei ma vorrebbe utilizzare in maniera massiccia le truppe agli ordini del governo yemenita per condurre un’offensiva di terra contro Ansar Allah al fine di allontanarne le milizie dalle coste del Mar Rosso e mettere così in sicurezza il passaggio delle proprie petroliere attraverso Bab el Mandeb. Si tratta però di una strategia che Riad ha già perseguito più volte nelle ultime settimane senza ottenere risultati, e che cozza con l’impreparazione e la scarsa motivazione delle truppe assoldate dal governo di Aden. Per questo i sauditi starebbero lavorando per arruolare nuove milizie mercenarie e per condurre un attacco sincronizzato in diverse aree del paese, oltre che direttamente contro Mocha e Dhubab, le due principali località sulla costa sud-occidentale dello Yemen conquistate a settembre da Ansar Allah.
Nei giorni scorsi, secondo il sito di informazione Axios, i principali membri del gabinetto Trump si sarebbero incontrati segretamente nella residenza presidenziale di Camp David per discutere i prossimi passi relativi alla guerra con l’Iran e al conflitto tra Arabia Saudita e “Houthi”. Pur avendo negato un sostegno militare diretto, l’amministrazione statunitense avrebbe acconsentito all’invio ad Aden e a Riad di un numero consistente di consiglieri militari e di sistemi tecnologici in grado di contrastare gli attacchi delle milizie sciite yemenite, mossa adottata anche dal governo britannico. Recentemente anche il governo francese ha annunciato che invierà sistemi di difesa e consiglieri militari in Arabia Saudita per contribuire alla protezione della strategica città portuali di Yanbu, sul Mar Rosso.
Una strategia simile è stata adottata anche dalla Turchia e dal Pakistan che, nonostante poche settimane fa abbiano firmato un patto di reciproca assistenza militare con Mohamed bin Salman nell’ambito del “Patto della Mecca”, hanno finora rifiutato il proprio coinvolgimento diretto nello sforzo bellico diretto ad annientare i cosiddetti “Houthi”. Entrambi i paesi avrebbero però inviato a Riad un certo quantitativo di equipaggiamenti militari; in particolare Islamabad avrebbe inviato ad Aden quattro aerei cargo carichi di sistemi di difesa aerea, artiglieria leggera, droni e sistemi anti-drone. Secondo alcune fonti, a supporto delle milizie filosaudite il Pakistan avrebbe inviato anche consiglieri militari e tecnici oltre a migliaia di militari in Arabia Saudita per contribuire alla difesa delle installazioni di Riad dai devastanti attacchi delle milizie sciite dello Yemen.
La Turchia avrebbe invece messo a disposizione del governo di Aden un certo numero di droni acquistati dal governo saudita.
Per cercare di aumentare il proprio margine di manovra in Yemen, Mohamed bin Salman starebbe anche cercando di ricucire parzialmente i rapporti con gli Emirati Arabi Uniti, che fino ad alcuni mesi fa hanno partecipato all’offensiva contro i guerriglieri sciiti prima che Riad espellesse le truppe di Abu Dhabi dal sud dello Yemen. Martedì, in particolare, il principe ereditario saudita ha ospitato a Riad il vicepresidente emiratino Mansour bin Zayed.
L’intensificazione dei combattimenti ha ulteriormente aggravato le conseguenze sulla popolazione di una guerra in corso ormai dal 2014. Secondo varie organizzazioni locali, solo a settembre circa 200 mila persone sono state costrette a sfollare dalle proprie case per sfuggire agli scontri.
Secondo un rapporto del Programma Alimentare Globale (PAM), in alcune regioni dello Yemen tre famiglie su quattro patiscono la fame a causa dell’impatto “assolutamente devastante” dell’intensificarsi dei combattimenti, che ha causato una interruzione dei rifornimenti di cibo e medicine a milioni di persone.
Nel giro di poche settimane, i combattimenti hanno portato la percentuale di famiglie che devono fronteggiare la penuria di cibo al 74% del totale nelle aree controllate dal governo e accessibili al PAM. In generale, i prezzi dei prodotti alimentari di base come la farina di frumento e l’olio vegetale stanno aumentando a dismisura in un paese che importa oltre il 90% del suo fabbisogno alimentare. – Pagine Esteri





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