Terza e ultima parte del reportage di Mirca Garuti: la vita dei profughi, l’organizzazione tra assemblee e comitati, le attività interne, i servizi sanitari, le scuole, la raccolta dei rifiuti. Un confederalismo democratico in piccolo

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Testo e foto di Mirca Garuti*

Roma, 16 gennaio 2019, Nena NewsPer la seconda parte clicca qui

L’organizzazione sociale del Campo (III parte)

Il campo è diviso in 5 zone e ogni zona in 4 quartieri.  E’ gestito da due Assemblee istituzionali, una Popolare e una delle Donne. Ogni comitato del campo, istruzione, sanità, ecologia, economia, giovani, ginecologia ecc, ha un suo rappresentante in queste assemblee. Ogni quartiere ha una sua assemblea che ha l’obbligo di riportare a quella Popolare ciò che è stato discusso e deciso. L’assemblea Popolare è convocata ogni due mesi, mentre quelle di quartiere una volta alla settimana.

I problemi sono risolti normalmente nelle assemblee di quartiere, ma se si presentano complicazioni e non sono risolvibili, si passa all’Assemblea Popolare. Ogni due anni c’è il Congresso del campo per eleggere i nuovi rappresentanti delle due assemblee istituzionali.
Nella Assemblea Popolare ci sono due co-presidenti, un uomo e una donna, mentre  in quella delle Donne il Presidente è uno solo.
L‘assemblea Popolare è composta da 131 membri e 31 di questi formano il comitato di controllo.

Mi2L’assemblea delle donne, nata nel 2013  è composta da 81 donne elette solo dalle donne, di cui 33 fanno parte anche di un Comitato ristretto e di queste, 9  sono co-presidenti nelle varie istituzioni, come per esempio sindaco e assemblea popolare.
Ogni istituzione (scuola, sanità, economia, cultura, donne, orfani, lavoro, ecologia, gineologia) vede sempre la presenza di un uomo e di una donna e queste nove donne le rappresentano tutte. Le 33 donne del Comitato ristretto si occupano solo dell’Accademia delle donne. (vedi “Le donne del Kurdistan”)

In questi due ultimi anni abbiamo trovato il campo migliorato: sono state pavimentate alcune strade; è stato costruito un piccolo presidio sanitario in funzione da soli tre mesi; si applica la raccolta differenziata per la plastica e cartone; da due mesi è operativo un Centro per bambini down; è stato realizzato un anfiteatro per spettacoli culturali e si è anche  provveduto ad installare un sistema di illuminazione nel campo per migliorare la sicurezza  dal momento che l’ISIS è ancora presente in queste zone.Mi 1

Esiste anche un’Assemblea della Sanità costituita nel 2013 e composta da 50 persone tra medici di diversa specializzazione ed infermieri, il cui Co-presidente è il Dottor Mahmet che incontriamo durante la visita al piccolo ospedale. Nel campo di Makhmour esiste anche una vecchia struttura sotto il controllo dell’Unchr ma che funziona solo dalle otto alle tredici. Vista l’importanza di offrire una risposta adeguata ai problemi sanitari del campo, è sorta la necessità di avere un servizio aperto 24 ore. Così è nato questo piccolo ospedale che funziona dalle tredici alle ore otto del mattino seguente. L’ospedale è stato costruito solo con le offerte della popolazione stessa lavorando gratis e degli amici esterni.

In tre mesi di attività sono stati visitati e curati 3.700 persone tra i residenti del campo e da altre città. Il motivo principale della scelta di questo ospedale, dal punto di vista dei pazienti, è quello del diverso tipo di approccio medico. Qui trovano un rapporto umano, una fiducia  che manca invece in altre strutture. Il problema principale dell’ospedale per il suo funzionamento è la mancanza di energia elettrica, disponibile solo per 12 ore al giorno. Per questo avrebbero la necessità di avere un altro generatore di corrente.

Un altro problema è la mancanza di ambulanze per il trasporto di persone in pericolo di vita che necessitano di attrezzature più sofisticate rispetto a quelle esistenti. Per non parlare poi dei medici di questo ospedale che solo per il fatto di essere profughi non possono continuare gli studi di specializzazione, costringendoli così, per alcuni casi più complicati, a dover chiedere l’intervento di medici esterni. Le malattie più comuni sono legate all’uso dell’acqua inquinata proveniente da quattro pozzi o dall’esterno tramite l’uso di autobotti oppure, per problemi dovuti al diabete, pressione arteriosa, cuore e anemia.

L’assemblea sanitaria ha avviato, dal momento che le persone con malattie croniche sono ben 686, un progetto finalizzato all’apertura di un’Accademia sanitaria per coinvolgere i giovani allo studio della medicina, dell’infermieristica e per avviare un percorso di prevenzione per questo tipo di malattie.

Alla sede della municipalità del campo incontriamo i due co-sindaci, una donna ed un uomo. Le parole della donna si rivolgono subito ad una speranza di democrazia. Il fascismo si combatte con la democrazia. Tutti loro si trovano profughi in questo campo a causa del fascismo turco. Occorre quindi unire tutte le varie forze democratiche per combattere, resistere insieme contro l’oppressione fascista. L’obiettivo del Confederalismo Democratico è appunto quello di unire, di mettere insieme per opporsi ad un unico nemico.

Il motivo di questo incontro è legato al progetto della costruzione dell’ospedale, per ora fermo a causa della guerra contro l’Isis. La co-sindaca assicura che il progetto sarà portato a termine quando avranno la disponibilità economica. Nell’ultimo periodo hanno dovuto optare per l’emergenza della guerra in atto con l’acquisto di kit sanitari e la necessità di rendere agibile subito il piccolo ospedale visitato il giorno precedente.  La municipalità ha comunque vari progetti da mettere in cantiere, come per esempio una casa di ritrovo per gli anziani, due nuove scuole  e la creazione di fognature. Sono riusciti anche a mettere in atto un riciclo di rifiuti, plastica e cartone, per poterli rivendere. Viene ribadito che il campo soffre di un grande problema legato all’acqua.

Ci sono sei pozzi, quattro utilizzati per bere e due per i lavori. Ogni casa ha quindi due tipi diversi di acqua. L’acqua era pulita, prima della guerra contro l’Isis, arrivava dal fiume Tigri, ma poi l’Isis a Mosul ha rotto la condotta e l’acqua è stata inquinata. L’acqua comunque del campo contiene molto calcaree e zolfo. A questo punto la nostra delegazione propone un progetto per depurare l’acqua.

Il campo si trova in una zona desertica e l’acqua disponibile non è sufficiente per tutto e tutti. La popolazione avrebbe bisogno di avere, per entrambi gli usi, almeno 12 metri cubi d’acqua. mentre ne hanno a disposizione solo 8.

I curdi sono una popolazione di contadini e di pastori, ma qui essendo la situazione geografica non favorevole riescono ad avere un orto o qualche pianta solo a livello personale. Difficoltà quindi anche far crescere un semplice pomodoro perché brucia prima di essere completamente maturo. Ci vorrebbero delle serre, ma non vogliono far crescere frutta e verdura sotto la plastica.
Anni fa i giovani andavano ad Erbil a lavorare, ora, data la difficoltà di uscire dal campo per la mancanza di permessi, il numero è molto diminuito. Quasi tutti sono occupati nell’edilizia.

Nella municipalità sono impegnate 32 persone, 9 di queste sono assessori con ruoli specifici. In verità è evidente che ormai questa  popolazione sta cercando piano piano di creare una vera città. Non pensavano certo di dover rimanere qui oltre 20 anni. Mi 3

Nel campo c’è anche un Centro  giovani formato da ragazzi e ragazze, organizzato da un’assemblea generale di 70 persone, 25 di questi hanno la responsabilità in altrettanti comitati, come cultura, sport, difesa del campo, studenti, diffusione del Confederalismo democratico per una vita migliore, ecc.

Non c’è un limite d’età per far parte di un comitato, tutti possono intervenire.  Erbil è considerata la città del capitalismo, non accettano la vita che si svolge nel capoluogo del Kurdistan iracheno. Non c’è differenza di ruoli tra maschi e femmine, tra di loro il confronto d’idee è praticamente giornaliero. Il loro obiettivo è quello di parlare con tutti i componenti del campo specialmente gli anziani e le donne per far cadere gli ultimi residui  di convinzione appartenenti ad una vecchia cultura patriarcale. Il loro motto è: credere e creare.

Il nostro soggiorno nel campo di Makhmour ci ha dato l’opportunità di conoscere persone, famiglie, di sentire i loro racconti, di percepire la loro sofferenza e la speranza per un futuro migliore. Sofferenza legata alla loro fuga dalle case, dai villaggi in Turchia dove prima vivevano. Case distrutte, villaggi dati alle fiamme. Le scelte erano: restare, diventare spie, morire oppure scappare con la speranza di poter ritornare un giorno non troppo lontano. Dopo un lungo pellegrinaggio sono arrivati qui al campo chiamato “della morte” ma che insieme sono riusciti a farlo diventare quello “della vita e della speranza”.

Questo campo ha sempre avuto  nemici, non solo Daesh ma anche lo stesso governo iracheno, in quanto questa formula di organizzazione, fa paura. Qui si è deciso per un auto-gestione, per il Confederalismo democratico, quasi tutti hanno studiato, sono preparati e sono diventati quindi un esempio per molti e questo fa paura ai governanti e al potere. Mi4

Il sistema educativo scolastico del campo prevede scuole che vanno dall’asilo alle classi superiori. La scuola superiore, frequentata dai 13 anni ai 20, è una sola, non c’è una scelta di indirizzo,  non esistono per esempio licei o scuole tecniche. L’obbligatorietà cessa con le scuole medie. I ragazzi però sono spronati a continuare gli studi, perché l’istruzione è ritenuta la base di un possibile cambiamento culturale che può portare poi ad una vera modifica della società attuale. Si studiano comunque tutte le materie, dalla geografia alla biologia, matematica, sociologia, gineologia, inglese, chimica, informatica  e naturalmente la storia.

Viene specificato che per capire la realtà in cui si vive, prima è necessario approfondire la storia mondiale e poi quella particolare del loro stato. Nel loro sistema non sono previsti voti, ma punti. Alla fine di ogni anno scolastico per passare a quello successivo si deve totalizzare 40 punti. Nel caso in cui non si raggiunga il massimo dei punti, si ripete l’anno di studio. Se poi questo si ripete un’altra volta, l’assemblea della scuola chiama i genitori per poter capire quali sono i problemi che impediscono al ragazzo di ottenere tale punteggio. In caso di rifiuto di continuare gli studi, l’insegnante va direttamente a casa del ragazzo per seguirlo ed insieme ai genitori cercherà poi di riportarlo a scuola. L’abbandono scolastico è comunque molto limitato, solo 3 casi all’anno.

Tutti gli insegnanti sono volontari. Dal 2005 al 2015 non hanno mai percepito nessuna forma di stipendio, solo dal 2016 ricevono un piccolo contributo. Le divise scolastiche ed i libri sono a carico delle famiglie, ma nel caso in cui questo non è possibile, sono donate dalla comunità. I problemi sono legati al numero insufficiente d’insegnanti e allo stato fisico delle strutture scolastiche. Le aule sono piccole e con problemi di sicurezza. Mancano i laboratori di ogni tipo, come per esempio di chimica, di lingue, d’informatica, ecc. Si studia quindi solo la teoria non riuscendo a mettere in pratica niente di quanto appreso. L’incursione di Isis all’interno del campo nel 2014 ha distrutto quello che c’era e non è mai più stato rimesso in piedi.

Le scuole superiori, come quelle medie, sono frequentate da circa 700 ragazzi ognuna, divisi in 23/24 classi con 33/35 insegnati. Ogni classe conta circa 30/36 alunni con doppi turni. Tutti gli studenti iracheni e curdi devono sostenere un esame d’ammissione per accedere agli studi universitari. Quelli curdi però non possono andare a studiare all’estero perché sprovvisti di documenti, anzi non potrebbero nemmeno uscire dal campo. Possono accedere all’università di Erbil, ma poi, per disposizione legislativa, non gli è permesso accedere alle specializzazioni e di lavorare nel settore pubblico. Tutto dipende dalla politica.

Fare studiare i figli diventa anche un investimento per arricchire il campo e, per questo motivo, non sono spinti ad andare fuori all’estero, perché se vanno via, anche il campo stesso perde. La loro scommessa è quella di farli studiare e farli rimanere. Scappare non è una soluzione perché si rischia di perdere la propria identità. Quando qualcuno riesce a raggiungere altri paesi, poi non torna più e se anche manda aiuti a chi è rimasto, è considerato un traditore, perché ha lasciato ad esempio i genitori da soli dando l’onere di sostenerli ad altre persone.

Nel campo di Makhmour da due mesi è in funzione anche un centro per bambini con la sindrome di down. E’ stata una decisione voluta per cercare di migliorare la loro vita, per non farli sentire troppo diversi da tutti gli altri e per non lasciarli isolati, nascosti agli occhi del mondo. Fino a questo momento, infatti sono sempre restati a casa senza frequentare nessuna scuola perché non c’erano insegnanti adatti.  I bambini sono 21 con 8 insegnanti.

Questa struttura è provvisoria in quanto servirebbe un centro più grande e adatto a questo tipo d’insegnamento. Gli insegnanti volontari hanno fatto un corso di specializzazione mirato proprio verso questo tipo di disabilità. Dal momento che le aule e gli insegnanti sono pochi e che i bambini necessitano di una presenza costante di un insegnante, sono costretti a farli arrivare a rotazione per poter dare un servizio migliore.

Durante la giornata c’è dunque un momento dedicato all’insegnamento con il solo bambino, poi c’è un momento di gioco dove si trovano tutti insieme. Quello che stanno cercando di fare per questi bambini è ammirevole, sono solo agli inizi, necessitano ancora di tante cose, di altri insegnanti, di medici, di materiale didattico e sanitario, ma importante è iniziare. Con l’apertura di questo centro, proprio per limitare questo handicap, hanno iniziato anche a sottoporre le donne in gravidanza ad uno screening con amniocentesi. E’ possibile anche effettuare, in caso di anomalie accertate, aborti terapeutici presso l’ospedale di Erbil.

Lasciamo fisicamente il campo di Makhmour ma il nostro cuore è ancora lì con la sua popolazione che è riuscita ad avere una vita dignitosa contro ogni altra prospettiva negativa. Il mio ricordo, il mio pensiero va verso le guerrigliere e guerriglieri che in montagna cercano di difendere il loro popolo sia dagli attacchi dell’Isis, non ancora sconfitto definitivamente, e sia da quelli dell’esercito turco…(continua)

Fonti: www.uikionlus.com
Libro “Guerra all’Isis”  di Gastone Breccia
Libro “La guerriera dagli occhi verdi” di Marco Rovelli

*Il reportage è stato pubblicato originariamente su alkemianews 

 


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