Pagine Esteri – 8 maggio 2021 – Se la Comunità internazionale non si deciderà a fare qualcosa per arrestare la spirale di violenze e di crimini che sta sconvolgendo l’Etiopia, la situazione finirà completamente fuori controllo.
Amnesty International non usa giri di parole per denunciare i ritardi e le assenze delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana in merito a ciò che sta accadendo nella regione del Tigray, in Etiopia.

A Settembre, proprio nel Tigray, uno degli Stati della Federazione etiopica, si sono svolte le elezioni, illegali per il governo di Addis Abeba, che non ne ha riconosciuto il risultato. L’affluenza alle urne è stata comunque alta e il Fronte popolare per la liberazione del Tigray si è confermato, come previsto, il vincitore indiscusso. Un atto di sfida per il presidente Abiy Ahmed, che aveva già minacciato dure ripercussioni.

Così, a novembre è cominciata la guerra. E con essa i massacri, gli omicidi extragiudiziali, gli assassini di civili, le deportazioni, la marcia dei rifugiati verso il Sudan, le violenze sessuali e tanto altro.

Il presidente Abiy Ahmed ha ammesso solo dopo mesi di aver chiesto e ottenuto l’aiuto dell’esercito eritreo, che prima ha ammassato le proprie truppe lungo il confine e poi ha avuto libero accesso nella regione confinante del Tigray e non solo. Lo stesso presidente ha dovuto anche ammettere i crimini e le violenze compiute dai soldati eritrei ma allo stesso tempo ha ringraziato dell’aiuto e si è detto fiducioso che le stesse autorità eritree avrebbero individuato i singoli soldati responsabili.

Intanto, nonostante la presenza internazionale sia ridotta all’osso, per volere del governo, la gravità della situazione è stata documentata da alcuni membri di organizzazioni di supporto internazionale, come Medici Senza Frontiere, dai contatti con i sopravvissuti in Tigray e dalle testimonianze dei rifugiati che sono riusciti a raggiungere il Sudan.

Il presidente Abiy Ahmed

Amnesty International, che ha più volte acceso i riflettori sulla vicenda, lo scorso 4 maggio ha pubblicato un documento di accusa nei confronti delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana, per la risposta tardiva e insufficiente e per l’atteggiamento di tiepida condanna.

L’organizzazione è tornata a parlare di prove sostanziali di crimini di guerra, crimini contro l’umanità, gravi violazioni al diritto internazionale. Atrocità che sono state documentate, come gli assassinii di massa di centinaia di civili del novembre 2020. Ma anche esecuzioni extragiudiziali, espropri e detenzioni di massa. Le truppe eritree hanno ucciso centinaia di civili prima della fine del 2020 e altri nella prima metà di aprile 2021. Pulizia etnica nell’ovest del Tigray e un aumento esponenziale degli stupri e delle violenze contro donne e ragazze, come documentato dalle Nazioni Unite e da alcune ONG che lavorano nella zona. Nel Tigray vengono sistematicamente attaccati anche gli ospedali, distrutti i supporti umanitari e i macchinari medici.

Inoltre, nelle aree agricole la popolazione è stata sfollata in massa, i raccolti sono stati distrutti e le scorte di grano saccheggiate. Situazione che potrebbe causare una crisi alimentare e, addirittura, una carestia imminente, secondo quanto dichiarato dalle stesse Nazioni Unite.

Amnesty International chiede, quindi, un’immediata inchiesta indipendente e un intervento forte e deciso della comunità internazionale.

 

 

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