di Thomas Serres* – (traduzione di Sara Cimmino)

Hakim Addad

Pagine Esteri, 1 giugno 2021 – Hakim Addad è un attivista algerino e co-fondatore dello Youth Action Rally (RAJ — Rassemblement Actions Jeunesse), un’organizzazione fondata nel 1992 che promuove l’impegno civico dei giovani e difende i diritti umani. Oppositore di lunga data del regime algerino, Addad è stato arrestato nell’autunno del 2019 mentre partecipava a una commemorazione della rivolta popolare dell’ottobre 1988. Insieme ad altri attivisti, è statodetenuto per tre mesi prima di essere rilasciato in attesa del processo. Ha continuato a partecipare all’Hirak, la massiccia mobilitazione rivoluzionaria pacifica iniziata nel febbraio 2019 e che ha portato alle dimissioni dell’ex presidente Abdelaziz Bouteflika pochi mesi dopo. Hakim Addad è anche membro delle Forces of the Democratic Alternative (FPAD — Forces du Pacte de l’Alternative Démocratique), un coordinamento di partiti politici, sindacati autonomi e associazioni. Per lo più situato a sinistra, il FPAD mira a organizzare un’assemblea costituente e garantire l’indipendenza del sistema giudiziario. Addad è stato nuovamente arrestato nel giugno 2020 e rilasciato immediatamente. È stato dichiarato non colpevole al suo primo processo a dicembre. In questa intervista, l’attivista algerino parla dell’impatto della pandemia COVID-19, della repressione da parte dello Stato e del futuro dell’Hirak.

 

L’Algeria è stata relativamente isolata dal mondo esterno dall’inizio della pandemia, con la chiusura delle frontiere e la cancellazione della maggior parte dei voli. Qual è la situazione sul campo dopo diversi mesi di blocco e repressione? In che modo l’Hirak ha affrontato la pandemia?

L’Hirak persisteva sotto forme diverse oltre le marce settimanali. Dopo l’inizio del blocco nel marzo 2020, gli hirakisti hanno organizzato una campagna di solidarietà per sostenere le famiglie indigenti e i medici. Inoltre, i social media e varie note applicazioni hanno consentito anche l’organizzazione di meeting online. Successivamente si sono formati nuovi collettivi e in autunno sono state rilanciate le varie iniziative che erano in stand by. Notevole tra loro è Nida-22, un’iniziativa di protagonisti della società civile, che ha presentato una serie di proposte per porre fine alla crisi e restituire la sovranità al popolo. Ovviamente, questo non significa che l’Hirak funzioni bene come prima del COVID-19. Ma il movimento sta cercando di tenere il passo e di essere pronto per ciò che accadrà una volta che sarà finita la pandemia. Dobbiamo tenere a mente che le marce nella capitale sono (al momento) rigorosamente vietate e il regime sta reprimendo tutti coloro, individui o collettivi, che cercano di rimanere politicamente attivi.

Una manifestazione dell’Hirak

Sei stato attivo in Algeria sin dall’inizio degli anni ’90. Quando si paragonano la repressione sotto il presidente Abdelmadjid Tebboune e ciò che è accaduto in passato durante la guerra civile (1992-1999) o la Primavera Nera (2001-2002), quali sono le differenze più evidenti? C’è una continuità nelle tattiche repressive?

La prima cosa da dire è che il regime è nato nella violenza (con l’eliminazione dell’ala politica del Fronte di liberazione nazionale (FLN) da parte del suo apparato burocratico-militare alla fine della guerra d’indipendenza, ndr) e ha sempre gestito questo paese attraverso la violenza. Quindi, c’è un’ovvia continuità da quando Tebboune è diventato presidente nel dicembre 2019 e il generale [Saïd] Chengriha che ha assunto la responsabilità del Ministero della Difesa. Questo regime non ha cambiato il modo in cui gestisce la società. Durante l’attuale repressione, il targeting di attivisti pacifici è quasi senza precedenti. Durante l’attuale repressione, il targeting di attivisti pacifici è quasi senza precedenti. Con l’eccezione della Primavera Nera, quando le forze di sicurezza assassinarono 125 giovani, non ho mai visto una repressione così feroce e sistematizzata. Né durante gli anni ’90 né durante i 20 anni di “bouteflikismo” (sotto il presidente Abdelaziz Bouteflika, 1999-2019, ndr).  Da quando Tebboune è presidente, la repressione ha preso di mira diversi settori della società. In passato sapevamo quando rischiavamo la nostra libertà. Le poche centinaia di attivisti schierati contro Bouteflika e i suoi collaboratori erano minacciati ma raramente venivano mandati in prigione. Oggi, non solo gli attivisti ma anche i normali cittadini che pubblicano un messaggio “sbagliato” su Facebook o che registrano una scena sensibile senza permesso in un ospedale o in uno spazio pubblico con il loro telefono possono essere perseguiti da ciò che viene definito il “sistema giudiziario”. Siamo tutti potenziali bersagli. Ovviamente, questa ondata repressiva mira a sopprimere gli hirakisti ma anche tutti coloro che osano criticare il regime, per strada o sui social media. A ottobre, una donna di Jijel, organizzatrice del lavoro e membro del Partito dei lavoratori, è stata giudicata colpevole di “aver sabotato un’istituzione statale”. Il motivo è che ha scritto un commento su Facebook denunciando la brutalità della polizia contro le donne. Questo è successo a marzo. Sei mesi dopo, è stata convocata alla stazione di polizia e portata davanti a un giudice. Con questa dimostrazione di forza, le autorità vogliono chiarire che finché dici apertamente ciò che pensi, non sarai mai al sicuro.

 

C’è qualcos’altro che sembra veramente nuovo: la centralità della nozione di cyber-criminalità che serve a distruggere ciò che resta dello spazio pubblico algerino durante la pandemia.

Una volta che gli hirakisti hanno annunciato la sospensione delle loro marce, le persone hanno usato i social media per esprimersi liberamente. Ciò ha reso la sorveglianza online uno strumento cruciale per controllare i cittadini e gli attivisti ma in combinazione con altre misure legali. Nell’aprile 2020, le autorità hanno modificato il codice penale in modo da introdurre pesanti sanzioni per chi oltraggia un’istituzione statale o manca di rispetto al presidente o a un ministro. Le persone però hanno continuato a utilizzare i social media per esprimersi ma il prezzo da pagare è alto. C’erano già forme di censura e arresti arbitrari sotto Bouteflika, rivolte a sindacalisti o blogger ma era possibile criticare il presidente e i suoi associati. La repressione sotto Tebboune è più diffusa e in completa contraddizione con le promesse che ha fatto quando è salito al potere per la prima volta.

 

C’è ancora modo per credere a quello che dicono i portavoce del regime?

Personalmente, non mi aspettavo molto da Tebboune. Ora la maggior parte delle persone è anche stanca della situazione di incertezza che ha seguito le dimissioni di Bouteflika. Alcuni credevano che la situazione sarebbe migliorata sotto Tebboune e che le richieste dell’Hirak sarebbero state soddisfatte. Ma la realtà si è manifestata subito. Nonostante tutte le promesse e le riforme – inclusa la nuova costituzione che garantisce i diritti e le libertà dei cittadini – nessuna di esse sarà applicata. Le bugie non sono più una sorpresa anche se non eravamo preparati per un simile tentativo di reprimere l’Hirak. Ora, la gente ha capito che Tebboune era solo un altro modo per imporre un quinto mandato presidenziale (per Bouteflika).

 

Sei stato arrestato due volte nell’ultimo anno e incarcerato per tre mesi tra ottobre 2019 e gennaio 2020. Tra le altre accuse sei stato accusato di “minare l’integrità dello Stato”. Qual è la tua esperienza del sistema giudiziario in Algeria? Come si continua ad essere politicamente attivi come oppositori in attesa del processo?

Non pretendo di vivere un’esperienza unica. Quando sono stato rilasciato, sono tornato alle mie attività politiche, perché questo è quello che sono. Anche se so di essere ancora sotto sorveglianza e mi è stato concesso il rilascio provvisorio, sono un attivista. C’ero negli anni ’90, quando abbiamo rischiato la vita, non la prigione. E credo in quello per cui sto combattendo. Non significa che non abbia paura o che a volte non sia demoralizzato. Non vuol dire che non abbia paura della prigione o di altre cose che potrebbero accadermi. Ma abbiamo combattuto per più di 25 anni per arrivare a questa nuova speranza che è l’Hirak, quindi non mi fermerò dopo tre mesi di prigione. Questo è probabilmente il motivo per cui hanno escogitato il piano per arrestarmi una seconda volta, il 14 giugno, al fine di aggiungere un secondo round di accuse. L’ironia è che questa volta sono stato arrestato mentre non facevo nulla. Le marce erano state sospese e così le nostre riunioni. Ma hanno trovato mio post su Facebook in cui chiedevo la liberazione dei prigionieri di coscienza. Quindi mi hanno arrestato di nuovo e ora sono sotto controllo giudiziario. Immagino che questo dovrebbe impedirmi di partecipare alle riunioni e parlare con la stampa. Ma dopo un paio di settimane ho ripreso le mie attività politiche. Non avrei mai potuto aspettare che mi dessero il via libera esplicito per partecipare alle riunioni. Però non sono l’unico in questa situazione. Ci sono molti ex prigionieri politici che continuano (il loro attivismo) ma con cautela. Cerchiamo di tenere conto di ciò che potrebbe portarli a incarcerarci ancora una volta. Allo stesso tempo è impossibile essere assolutamente al sicuro perché significherebbe essere del tutto silenziosi.

 

Quindi, quando pubblichi su Facebook, tieni presente che questo è uno spazio di sorveglianza e repressione?

Sì, sono stato particolarmente cauto nelle settimane successive al mio secondo arresto. Il problema è che quando guardo i miei post non c’è nulla di biasimevole, anche in quelli che hanno usato per giustificare l’arresto. Ad esempio, ho chiesto la liberazione di due hirakisti che erano stati arrestati a Timimoun, nel sud del paese. Non avevano fatto altro che marciare con altri quattro o cinque per le strade di Timimoun quando il movimento Hirak era ancora operativo di persona. Presentandomi il contenuto del mio fascicolo il giudice istruttore mi ha chiesto: “Perché chiedi la loro liberazione, conosci il loro caso?” Se questo è il motivo che giustifica l’arresto cosa posso dire? Essere al sicuro significa essere muti. In un altro post incriminante, mi hanno incolpato di aver scritto “Tebboune” anziché “Mr. Tebboune”. È così che costruiscono i loro casi. Non sto invocando una rivolta violenta. Scrivo le parole “pacifico”, “pacifico”, “pacifico” in quasi tutti i miei post. Ma devo continuare a parlare del cambiamento politico, dei prigionieri politici, degli hirakisti o vinceranno loro. Alcuni amici, avvocati e attivisti mi dicono che semplicemente non dovrei scrivere nulla di politico. Alcune delle personalità di spicco che erano visibili durante la prima fase dell’Hirak e che sono state arrestate, poi hanno taciuto. Qualcosa è cambiato. Quelli che sono i più visibili dal 2020 sui social media sono i nuovi attivisti che sono entrati in politica attraverso l’Hirak, giovani e meno giovani.

 

Le proteste di Hirak sono state un’esperienza fondamentale che ha portato alla mobilitazione di molti settori della società. Ora, sembra esserci una transizione tra due generazioni di attivisti in Algeria. Qual è la tua opinione su questa transizione, sul nuovo attivismo di centinaia, forse migliaia, di giovani algerini che si posizionano come una nuova avanguardia nella lotta per le libertà democratiche e sociali?

Le marce erano ancora in corso e i giornalisti mi chiedevano della cosa più positiva di questo movimento. Ho risposto che era la mobilitazione dei giovani, questa nuova generazione che si è unita alle lotte. Questo è qualcosa che ho sperimentato personalmente dopo l’ottobre 1988, il massiccio impegno di una nuova generazione di attivisti. Quando il comitato (per la liberazione di Mohamed Tadjadit, ndr) si è riunito per la prima volta, più della metà della sala era piena di giovani provenienti dai quartieri popolari. Questo è esattamente quello che è successo con l’Hirak. Alcuni chiamano Mohamed Tadjadit il “Poeta della Rivoluzione”. Viene dalla Casbah (di Algeri, ndr), quindi il suo caso è altamente simbolico. È importante sottolineare che i giovani combattono attraverso i social media e anche sul campo. Quando organizziamo riunioni o piccole marce, ad Algeri o nel resto del Paese, i giovani si fanno vedere. Questa generazione si è unita alla lotta nel momento in cui la precedente se ne è totalmente ritirata. Dopo il 1988, la mia generazione è stata sostenuta da attivisti più anziani. Ci hanno insegnato le basi per organizzarci in partiti politici, associazioni e così via. Anche questa nuova generazione dovrebbe beneficiare di una simile trasmissione di esperienze. Le persone più giovani di me dovrebbero condividere subito ciò che hanno imparato. Ci sono strumenti, pratiche che si usano per evitare di dire o fare cose stupide. La sfida per persone come me è sostenere la generazione che è entrata in politica attraverso l’Hirak e che sta cercando di tenere il passo con la sua mobilitazione in un contesto di repressione permanente.

 

Parlando di sfide, ci sono anche alcune aspre critiche nei confronti dell’Hirak, alcuni denunciano la sua mancanza di rappresentanti chiari. Altri presentano l’Hirak come un movimento immaturo e irrealistico, incapace di proporre qualcosa di concreto. Qual è la sua opinione riguardo a questa presunta incapacità di offrire un’alternativa politica al regime?

Le critiche sono assolutamente normali. Non si dovrebbe evitare la realtà. Dobbiamo ammettere che l’Hirak può aver fallito sotto alcuni aspetti, in particolare nel suo tentativo di organizzarsi in modo indipendente. Coloro che erano i più visibili quando l’Hirak era al suo apice, persone come Karim Tabbou o Mustapha Bouchachi, potrebbero non aver avuto il coraggio o l’opportunità di dire chiaramente che l’Hirak aveva bisogno di una struttura. C’erano collettivi giovanili, collettivi studenteschi, collettivi di artisti e giornalisti, collettivi di quartiere. Ma non siamo riusciti a unificare queste iniziative. Coloro che avrebbero potuto dire qualcosa, me compreso, scelsero di aderire all’Hirak perché rifiutò l’organizzazione centralizzata e i portavoce. Ma c’è una differenza tra l’organizzazione e l’avere un portavoce. La prima è necessaria, il secondo no. Quindi eccoci qui, con questo deficit organizzativo, e riconoscerlo è solo accettare la realtà. Ma ci sono anche alcuni individui isolati, come Kamel Daoud, che affermano che l’Hirak ha fallito nel suo insieme, e questo è un peccato. Anche il regime non dice che l’Hirak ha fallito. Affermano che ha facilitato la nascita di una nuova Algeria e ora è finita. Sia chiaro: Kamel Daoud ha il diritto di scrivere quello che vuole, anche se questo è soprattutto per il suo pubblico in Francia. Però affermare che l’Hirak ha fallito significa ignorare le migliaia di giovani che si sforzano di migliorare lo stato del loro paese unendosi alla lotta sociale e politica. Sta trascurando proposte molto concrete che sono state formulate ma ignorate dal regime. Nonostante la repressione, le persone parlano tra loro grazie all’Hirak. Da est a ovest, da nord a sud. Questa è una vittoria. Quando saranno presi in custodia o incarcerati, gli algerini del nord del Paese si mobiliteranno per difendere gli algerini del sud e viceversa. Queste sono cose che coloro che rifiutano l’Hirak non vogliono riconoscere – come se avessero bisogno di convalidare un modo di pensare coloniale che presenta gli arabi come incapaci di organizzarsi e portare avanti una rivoluzione. Come se non fossimo in grado di emanciparci da un regime dittatoriale e aspirare a qualcosa di meglio senza aiuti stranieri. C’è una tendenza tra alcuni oppositori di alto profilo a trattare gli hirakisti come se fossero bambini. Assomiglia davvero ai discorsi delle autorità coloniali e del regime. Descrivono i prigionieri di coscienza come se fossero piantagrane, come se la repressione fosse una conseguenza dei loro errori. Dopo un po’ verranno rilasciati e se non hanno imparato la lezione, torneranno in prigione.

A causa della colonizzazione e dell’emigrazione, anche la politica algerina è integrata in un quadro internazionale più ampio. C’è una tensione costante tra una cultura politica molto nazionalista e la transnazionalizzazione de facto delle lotte politiche. Sei tu stesso binazionale, algerino e francese, ma non puoi lasciare il paese. A un livello più macro, la diaspora algerina è stata molto attiva nel sostenere l’Hirak, a Parigi, Londra, Montreal e altrove. Ho incontrato alcuni hirakisti molto impegnati nella Bay Area della California. Ma i confini del Paese sono stati chiusi dall’inizio della pandemia. In questo contesto, qual è l’impatto del sostegno di questi algerini che vivono all’estero? Può compensare il fatto che la maggior parte degli hirakisti sono attualmente intrappolati all’interno dei confini nazionali in Algeria?

Personalmente, lotto per una causa in uno dei miei due paesi e non sono ossessionato dall’Algeria tutto il giorno. Ma il mio internazionalismo si scontra certamente con la realtà di una specifica cultura politica centrata sulla nazione, che diffida di ingerenze straniere. Ovviamente, essere binazionali non aiuta, perché il regime ha fatto di tutto per decenni, dall’indipendenza, per alimentare il sospetto (dei binazionali). Le persone sono state formate per avere paura e rifiutare qualsiasi discorso che proviene dall’estero. È vero anche per le élite culturali che stanno cadendo nella trappola del regime e trascurano il contributo degli algerini che vivono all’estero. Tuttavia, con l’Hirak e ancor di più sotto la pandemia e la repressione in atto, gli algerini che vivono all’estero ci supportano enormemente, con tutto il loro lavoro intellettuale, con i loro sforzi per mantenere la mobilitazione e il sostegno ai prigionieri politici. Ma la cultura del sospetto e alcune misure legali introdotte dal regime impediscono loro di essere pienamente riconosciuti come cittadini e contributori essenziali alla rivoluzione. L’ho sperimentato qui. Essere screditato dal regime non è una sorpresa. Ma alcuni partner, e persino amici attivi nelle forze democratiche, vedono i binazionali come intrinsecamente sospetti e meno legittimi, nonostante tutti i loro contributi. Questo ci porta alla questione della nostra mobilità limitata. Se avessi la possibilità di viaggiare, di andare da un’altra parte, potrei certamente contribuire di più all’Hirak, organizzare sforzi di solidarietà attraverso il Mediterraneo e denunciare sui media francesi ciò che sta accadendo qui. Questo è paralizzante per tutti. Non poter viaggiare, uscire dal Paese, non è facile. Ad essere onesti, era già così per molti algerini prima della pandemia. Ma il COVID-19, la repressione e la crisi economica hanno peggiorato le cose. Ci sono pochissimi voli per l’Europa. Anche viaggiare all’interno del paese è abbastanza difficile. Molti hirakisti non possono spostarsi da una città all’altra. Solo gli avvocati sono costantemente in viaggio per assistere ai processi. Stiamo tornando a una sensazione di claustrofobia, di chiusura, una versione accentuata di ciò che abbiamo già sperimentato sotto Bouteflika. Dal punto di vista di un attivista, la prima cosa è tenere duro. Poi dobbiamo continuare a organizzarci, con il sostegno degli algerini che vivono all’estero. L’obiettivo è essere pronti a ricominciare la lotta il prima possibile.

*Thomas Serres è docente presso il dipartimento di politica presso l’Università della California, Santa Cruz e specialista del Nord Africa. L’intervista è stata pubblicata in origine da Merip  

 

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