di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 7 giugno 2021 – Nel 2020 le conseguenze della pandemia di Covid19 hanno causato una crisi economica mondiale senza precedenti, anche più grave di quella che si è manifestata alla fine del primo decennio di questo millennio. I sistemi sanitari della maggior parte dei paesi si sono rivelati impreparati ad affrontare il Coronavirus, facendo aumentare velocemente il numero dei morti, mentre ovunque il numero di disoccupati e di poveri è salito in maniera preoccupante.

Eppure, invece di concentrare maggiori risorse sulla sanità, sullo stato sociale e sul contrasto alla povertà, la maggior parte degli stati ha aumentato ancora, l’anno scorso, le spese militari.

Secondo l’ultima edizione del rapporto redatto ogni anno dall’Istituto internazionale di ricerche sulla pace (Sipri) di Stoccolma e pubblicato il 26 aprile scorso, nel 2020 gli stanziamenti mondiali per il settore bellico sono arrivati a 1981 miliardi di dollari (1650 miliardi di euro), con un aumento del 2.6% rispetto al 2019, anno in cui si era già toccato un aumento del 3,6% rispetto all’anno precedente.

Si tratta del livello più alto registrato dal 1988, in piena Guerra Fredda. E questo nonostante il Pil mondiale, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, sia crollato l’anno scorso del 4.4%. Nel 2020, quindi, la spesa militare ha raggiunto una media globale del 2,4% del Pil, rispetto al 2,2% del 2019; si tratta dell’aumento annuale maggiore dalla crisi finanziaria ed economica mondiale del 2009.

La spesa dei primi 15 paesi della classifica ha raggiunto i 1.603 miliardi di dollari nel 2020, cioè l’81% della spesa globale.

I cinque paesi che spendono di più in armi, in ordine, sono gli Stati Uniti, la Repubblica Popolare Cinese, l’Unione Indiana, la Federazione Russa e il Regno Unito; da soli concentrano il 62% del totale mondiale.

Di tutte le spese militari mondiali ben il 39% sono sostenute dagli Stati Uniti, che nel 2020 hanno investito nella “difesa” 778 miliardi di dollari, pari al 4,8% del loro Pil, il 4,4% in più che nel 2019. Washington spende quanto tutti i 12 paesi che seguono gli Usa in classifica messi insieme. L’aumento – il terzo consecutivo – è il frutto delle politiche dell’amministrazione Trump che ha incrementato le spese militari per consolidare il vantaggio nei confronti dei nemici e dei competitori internazionali, in particolare Cina e Russia. La nuova amministrazione Biden sembrerebbe per ora decisa a mantenere il livello attuale di spesa.

Il bilancio militare dei paesi che formano la Nato ammonta a 1103 miliardi di dollari, cioè il 56% della spesa militare globale. Tra i membri dell’Alleanza Atlantica, ben 12 hanno speso lo scorso anno per la guerra almeno il 2% del loro Pil, rispettando gli impegni imposti ai propri partner dagli Stati Uniti. Nel 2019, invece, solo 9 paesi della Nato avevano centrato l’obiettivo.

Tra questi non c’è l’Italia, che però nel 2020 ha raggiunto l’1,6% del proprio Pil, con la più alta percentuale di crescita tra tutti i primi 15 paesi della classifica mondiale. Infatti Roma – attualmente all’11esimo posto a livello globale – è passata dai 26,8 miliardi di dollari del 2019 ai quasi 29 del 2020, con un incremento del 7,5%. Nel 2021 dovrebbe andare ancora peggio, visto che il dicastero guidato da Lorenzo Guerini ha previsto un aumento ulteriore dell’8,1%, per non parlare di altri ingenti stanziamenti ai settori collegati a quello della difesa provenienti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

Oltre alla Nato, anche l’esercito comune dell’Unione Europea sarà presto una ulteriore fonte di spese militari e di giustificazione di una ennesima corsa al riarmo. Bruxelles infatti ha già deciso la costituzione di unità militari continentali unificate e la realizzazione di un complesso militare-industriale europeo complementare – ma in prospettiva alternativo – a quello guidato da Washington, il che ovviamente prevede una ingente spesa in ricerca e sviluppo per nuove armi e tecnologie militari. Intanto in Europa si conferma l’ascesa della Germania come potenza militare con Berlino (52,8 miliardi, +5,2%) che scavalca Parigi (52,7 miliardi, +2,9%) nonostante la consistente crescita rilevata già nel 2019. Complessivamente la spesa militare di tutti i paesi membri dell’UE messi insieme arriva a 233 miliardi, vale a dire il 12% di quella globale.

Tornando alla classifica generale, il secondo paese al mondo che spende di più – il 13% del bilancio mondiale – è la Repubblica Popolare Cinese che da ormai 26 anni non fa che aumentare il proprio bilancio militare. Secondo il Sipri, in totale – anche se Pechino dichiara un bilancio inferiore – il gigante asiatico ha speso nel 2020 252 miliardi di dollari, l’1,9% in più del 2019 e il 76% in più del 2011. «La continua crescita della spesa cinese è in parte dovuta ai piani di espansione e modernizzazione militare a lungo termine del paese, in linea con il desiderio dichiarato di mettersi al passo con le altre principali potenze militari» spiega il Sipri.

In terza posizione a livello mondiale c’è l’India, il cui budget è stato nel 2020 di 73 miliardi di dollari, l’1,2% in più rispetto al 2019, pari al 3.7% della spesa militare mondiale. Sul bilancio di Nuova Delhi pesano soprattutto la rivalità con la Cina e il mai sopiti conflitto con il Pakistan per il controllo del Kashmir.

Missile anti-carro

Al quarto posto si piazza la Russia con quasi 62 miliardi di dollari (3,1% della spesa militare mondiale), in aumento del 2,5% rispetto al 2019 e del 26% rispetto al 2011. Dopo due anni di riduzione (2017-2018) la spesa militare di Mosca è di nuovo in ascesa, trainata dall’intervento in Siria e nel Mediterraneo e dalla necessità di adeguare il proprio esercito alla competizione con Usa e Cina.

Il primo paese europeo, in quinta posizione con il 3% della spesa a livello mondiale, è la Gran Bretagna, che nell’anno della Brexit ha dedicato alla Difesa 59 miliardi di dollari (+2,9%), pari al 2,5% del suo Pil.

Londra ha superato l’Arabia Saudita, che scende al sesto posto e compie un “inaspettato” passo indietro sulla spesa militare, con un calo del 10% in un anno, nonostante sia in prima fila nell’invasione dello Yemen e aspiri a diventare il paese guida di un blocco regionale dei paesi sunniti in competizione con l’Iran. Nel 2020 Riyadh ha speso per la guerra circa 57,5 miliardi di dollari.

Un discorso simile vale anche per la Turchia, che nel 2020 ha ridotto il proprio bilancio militare del 5%, scendendo a 17,7 miliardi di dollari dopo ben dieci anni consecutivi di crescita (+77% rispetto al 2011). Nonostante il paese sia impegnato nell’invasione del Nord della Siria e dell’Iraq, abbia sostenuto l’Azerbaigian contro l’Armenia e sia impegnata in un braccio di ferro nel Mediterraneo per il controllo dei giacimenti di gas naturale, Ankara da una parte soffre le conseguenze della crisi economica interna e dall’altra ha deciso di spendere meno in importazioni di armi, lavorando alla realizzazione di un comparto militare industriale indipendente.

Nel 2020 è sceso del 3% anche il bilancio militare di Teheran, fino a 15,8 miliardi di dollari; le spese militari dell’Iran, colpito dalle sanzioni statunitensi ormai da molti anni e nell’ultima fase dal 2018, sono ormai in calo da tre anni consecutivi. Continuano invece a salire le spese militari sostenute da Israele, che nel 2020 sono cresciute del 2,7% arrivando a 21,7 miliardi di dollari. È cresciuto sensibilmente anche il budget per la difesa del Giappone (49,1 miliardi, +1,2%) e soprattutto della Corea del Sud (45,7 miliardi, +4,9%).

Dividendo la spesa militare per continenti, la parte del leone la fanno ovviamente le Americhe (43%), nonostante un calo del 2,1% degli stanziamenti dei paesi dell’America del Sud, seguite dall’Asia e poi dall’Europa (19%) e dall’Oceania. L’Africa è in coda, con solo il 2,2% delle spese militari globali, in crescita però lo scorso anno del 5,1% rispetto al 2019 e dell’11% rispetto al 2011. In totale l’Africa ha speso, per le armi, 43,2 miliardi di dollari.

È soprattutto il Nord Africa a pesare sul dato, con gli stanziamenti per la guerra cresciuti del 6,4% a 24,7 miliardi di dollari; e questo nonostante il fatto che il Sipri conteggi l’Egitto (+7,3%) nella regione mediorientale. Il paese africano che investe di più in armi e in tecnologie di guerra resta l’Algeria – 9,7 miliardi di dollari – anche se in calo del 3,4% a causa del crollo del prezzo del petrolio.

Nel 2020 la spesa bellica del Marocco – protagonista di nuove operazioni militari contro il Fronte Polisario nel Sahara Occidentale – è stata di 4,8 miliardi, con un balzo del 29% rispetto al 2019 e del 54% rispetto al 2011. Nell’Africa subsahariana invece al primo posto si piazza il Sudafrica con 3,2 miliardi, seguito dalla Nigeria con 2,6 e una crescita del 29%. Sono calate invece le spese militari dell’Angola (994 milioni di dollari, -12%) e del Sudan (934 milioni e -37%). Segue l’Uganda, che nel 2020 ha speso 985 milioni di dollari con una crescita del 46%.

Per quanto riguarda il commercio internazionale di armi, possiamo dire in estrema sintesi che negli ultimi 10 anni Stati Uniti, Francia e Germania hanno aumentato le esportazioni, mentre Russia e Cina le hanno diminuite. Gli Stati Uniti rimangono il più grande esportatore di armi del mondo, aumentando la loro quota globale dal 32 al 37% tra il 2011-15 e il 2016-20.

Secondo i dati pubblicati dall’Istituto di Stoccolma, le importazioni di armi dal Medio Oriente sono aumentate del 25%, trainate principalmente da Arabia Saudita (+61%), Egitto (+136%) e Qatar (+361%).

Dietro i freddi dati si nascondono situazioni drammatiche, fatte di conflitti cruenti, di morti, di distruzioni, di risorse sottratte al lavoro, all’assistenza sanitaria e all’istruzione. E purtroppo non solo la moltiplicazione dei conflitti locali ma la feroce competizione tra le diverse potenze mondiali e regionali per il controllo dei territori, delle risorse naturali e dei corridoi commerciali ed energetici non potrà che aggravare una tendenza all’aumento della spesa bellica e della militarizzazione delle società che è già assai evidente.

Nonostante la pandemia, soltanto pochissimi paesi – tra questi il Cile, la Corea del Sud, il Brasile e la Russia – hanno rinunciato a una parte del proprio budget militare per far fronte all’emergenza. In alcuni casi, invece, la spesa bellica è stata aumentata volutamente, per tentare attraverso un potenziamento del warfare di contrastare la crisi economica indotta dalla pandemia.

Versione italiana dell’articolo dal titolo “La despesa militar mundial corre, malgrat la pandèmia” pubblicato sul sito della rivista Catarsi Magazin

* Giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio poriente e del Nordafrica. Scrive tra le altre cose di Spagna e Catalogna.

 

FONTI

https://sipri.org/media/press-release/2021/world-military-spending-rises-almost-2-trillion-2020

International arms transfers level off after years of sharp growth; Middle Eastern arms imports grow most, says SIPRI | SIPRI

 

ARMI. L’occidente le vende in abbondanza, il Golfo aumenta le importazioni, Israele conquista nuove fette di mercato

Versione italiana dell’articolo dal titolo “La despesa militar mundial corre, malgrat la pandèmia” pubblicato sul sito della rivista Catarsi Magazin

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