Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 10 luglio 2021 – Durante il suo mandato, il leader della destra ellenica Kyriakos Mitsotakis ha perfezionato la strategia di politica estera inaugurata dal premier socialista Giōrgos Papandreou e poi approfondita dal leader di Syriza Alexis Tsipras.
Innanzitutto, la Grecia mira a rafforzare le proprie capacità militari e ha notevolmente incrementato negli ultimi anni la propria spesa militare approvando un grande programma di riarmo del valore di 11,5 miliardi di euro.

Inoltre, Atene intende allargare e rendere più solido il proprio sistema di alleanze per tentare di contenere l’espansionismo turco nel Mediterraneo orientale e aumentare l’isolamento di Ankara in Medio Oriente.
Allo scopo, Atene ha rafforzato il proprio legame con gli Stati Uniti, ottenendo da Washington un aumento della propria presenza militare nella penisola. Poi, nell’aprile scorso, la Grecia ha siglato con Israele uno storico accordo militare del valore di 1,37 miliardi di euro e della durata di 22 anni, al centro del quale vi è la creazione di un’Accademia di addestramento per l’aviazione ellenica gestito da Tel Aviv.

Il generale Yair Kulas e il ministro della difesa greco Nikolaos Panagiotopoulos – Foto: Ministero greco della difesa

Inoltre, mentre elevava il livello delle proprie relazioni militari e politiche con Israele a quelle dello storico sodalizio con gli Stati Uniti, il governo Mitsotakis preparava la stretta con le petromonarchie, accelerata dalla firma, pochi mesi prima, degli “Accordi di Abramo” tra lo “Stato ebraico” ed alcuni paesi del blocco sunnita.

Lo storico passo ha dimostrato quanto il paese mediterraneo intenda cercare nuove alleanze al di fuori dei tradizionali confini dell’Alleanza Atlantica, all’interno della quale comunque la Grecia mira a rafforzare la propria centralità offrendosi come alternativa stabile e fedele ad una Turchia che negli ultimi anni ha allargato la distanza tanto con gli Stati Uniti quanto con l’Unione Europea.

Anche se segnali di un avvicinamento tra Atene e alcuni dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo si erano già avuti negli anni scorsi, la svolta nella politica internazionale della Grecia si è manifestata nella seconda metà di aprile quando Atene ha annunciato un importante accordo con l’Arabia Saudita.

L’intesa sottoscritta il 20 aprile a Riad prevede sostanzialmente il prestito, da parte di Atene, di un sistema di difesa aerea Patriot alla monarchia saudita. Il sistema di fabbricazione statunitense serve a Riad per proteggere le proprie installazioni petrolifere ed energetiche dagli attacchi lanciati dai ribelli Houthi yemeniti. Il 26 marzo 2015, dopo aver ampiamente sostenuto la repressione del regime locale contro i movimenti politici e le etnie all’opposizione, e in particolare contro quella sciita degli Houthi, di fronte all’impossibilità di piegarne la resistenza l’Arabia Saudita ha deciso per l’intervento militare diretto alla guida di una coalizione di otto paesi arabi e africani prevalentemente di confessione sunnita. Riad ha giustificato l’invasione – sostenuta per lo più da truppe mercenarie – accusando gli Houthi di essere foraggiati e manovrati dall’Iran.
Dopo aver occupato la capitale Sana’a ed altre regioni del paese ed aver cacciato il presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi – di fatto una pedina nelle mani di Riad – le milizie Houthi hanno più volte lanciato ingenti attacchi con missili balistici e droni contro il territorio saudita, provocando seri danni alle sue infrastrutture energetiche. Il raid più grave, il 14 settembre del 2019, ha distrutto due impianti petroliferi della compagnia statale Aramco nelle regioni orientali del regno e costretto i sauditi a ridurre per un certo tempo della metà le proprie esportazioni. Washington è corsa in aiuto degli alleati sauditi, dispiegando nel paese 4 batterie di Patriot – progettati proprio per contrastare gli attacchi condotti con missili balistici ad alta quota – che però sono stati ritirati nel maggio 2020.

Missili Patriot – Foto Wikimedia Commons

L’accordo firmato dal ministro degli Esteri greco Nikos Dendias e dal suo collega alla Difesa Nikos Panagiotopoulos con il responsabile saudita della Difesa Faisal bin Farhain ha restituito una certa tranquillità a Riad, che pure non riesce ad avere la meglio sugli Houthi e sui loro alleati dopo quasi sei anni di conflitto che in Yemen ha provocato un disastro umanitario e ha causato rilevanti problemi economici al regno.

L’intesa prevede che sia l’Arabia Saudita a provvedere ai costi di trasporto e di dispiegamento dei Patriot, oltre che al loro aggiornamento alla versione più recente che ne potenzia velocità e precisione.
Ad aprile i rappresentanti dei due paesi hanno anche firmato una bozza di accordo sullo status giuridico dei membri delle forze armate elleniche impiegate in Arabia Saudita nella gestione delle batterie antimissili e nell’assistenza tecnica. In seguito all’intesa, Atene potrà mantenere nel regno fino a 120 membri della propria aeronautica militare.

Dendias ha definito “una nuova era” quella aperta nei rapporti bilaterali tra i due paesi dagli accordi di aprile, accompagnati da un’intensificazione della collaborazione tra i due eserciti e le due rispettive agenzie di intelligence.
A marzo e di nuovo a giugno le aeronautiche militari della Grecia e dell’Arabia Saudita hanno partecipato a manovre congiunte. In primavera i piloti di sei F-15 della Royal Saudi Air Force si sono addestrati nella baia di Souda, a Creta, partecipando all’esercitazione denominata “Falcon Eye 1”. A inizio giugno invece sono stati i piloti degli F-16 ellenici a spostarsi nella regione saudita di Tabuk per partecipare ad un addestramento congiunto di ben due settimane nell’ambito delle manovre “Falcon Eye 2”.

Oltre agli accordi specifici con Riad, Atene ha voluto anche firmare un memorandum d’intesa con il Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’alleanza regionale tra le petromonarchie guidata proprio dall’Arabia Saudita. Nikos Dendias e Nayef Al-Hajraf, segretario generale del GCC, hanno siglato un documento che prevede periodiche consultazioni tra i due paesi in merito a questioni di interesse comune, in particolari nei settori politico, economico, commerciale e degli investimenti.

Non può sfuggire che gli accordi in campo militare tra Grecia e Arabia Saudita sono stati resi pubblici pochi giorni dopo la conferenza di Paphos del 16 aprile durante la quale Cipro, Emirati Arabi Uniti, Grecia e Israele hanno raggiunto un’intesa per rafforzare la cooperazione sulla “sicurezza” e nello sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi del Mediterraneo Orientale, sui quali accampa pretese anche la Turchia di Erdoğan.

Recep Tayyip Erdoğan

Gli Emirati si sono aggiunti al “club” subito dopo la firma degli Accordi di Abramo, il 15 settembre del 2020, che hanno sancito l’avvio delle relazioni diplomatiche con Israele, unendosi immediatamente agli altri membri della Conferenza svoltasi nella località cipriota che ha segnato un salto di qualità nella geopolitica regionale.

Nel cruciale mese di aprile, i caccia israeliani ed emiratini stavano partecipando ad una esercitazione congiunta internazionale ospitata dalla Grecia e denominata “Iniohos”, insieme alle aviazioni militari di Cipro, Francia, Spagna, Canada e Stati Uniti.
D’altronde Atene ed Abu Dhabi avevano stretto un accordo di cooperazione sulla politica estera e di difesa già il 18 novembre del 2020, quando Mitsotakis si era recato in visita ufficiale negli Emirati. L’intesa contiene una clausola di mutua assistenza militare e anche lo scambio di personale militare e la condivisione di informazioni classificate d’intelligence, mentre è in discussione un progetto per la formazione di tecnici emiratini da parte dell’aeronautica ellenica all’interno del centro di addestramento di Avlona.

Il nuovo gioco di alleanze tra la Grecia e Cipro, Israele e le petromonarchie si regge su un collante esplicito, rappresentato dalla comune volontà di contrastare l’Iran, la stessa che ha portato alla firma degli Accordi di Abramo con gli Emirati e il Bahrein.

Ma Teheran non rappresenta l’unico target che accomuna i protagonisti della nuova alleanza varata a Paphos e allargata, per quanto indirettamente, all’Arabia Saudita.
Infatti, per ragioni diverse, tanto Israele quanto le petromonarchie sunnite condividono l’avversione della Grecia e della Repubblica di Cipro nei confronti dell’aggressiva agenda neo-ottomana di Erdoğan.
Le ragioni del conflitto mai sopito tra Grecia e Turchia sono note; ma le mire espansionistiche e neo-ottomane di Ankara in Medio Oriente, nel Mediterraneo Orientale, nei Balcani, nel Corno d’Africa e nell’Africa Settentrionale hanno destato allarme in numerose capitali.
Il momento di svolta è stato probabilmente rappresentato dall’acme della crisi greco-turca dell’agosto 2020, quando le imbarcazioni dei due paesi si sono più volte fronteggiate in porzioni di mare di spettanza ellenica ma rivendicate dalla Turchia.
A quel punto gli Emirati hanno inviato per due settimane quattro caccia a Creta per partecipare ad esercitazioni militari congiunte con le forze greche e mandare un esplicito segnale a Erdoğan, mentre altri paesi si mobilitavano a sostegno di Atene.
A febbraio, funzionari sauditi, emiratini e del Bahrein si sono incontrati ad Atene con i rappresentanti greci, insieme a funzionari ciprioti ed egiziani, nell’ambito del Philia Forum, sostenendo le ragioni elleniche nella disputa sullo sfruttamento del Mediterraneo Orientale.

Kyriakos Mītsotakīs

Da qualche tempo, ormai, Abu Dhabi considera l’egemonismo turco più rischioso anche del ruolo iraniano di capofila dell’asse sciita. La Turchia è infatti ormai da tempo all’offensiva su tutti i fronti e in competizione con le petromonarchie sunnite in vari scenari. I due paesi sono stati schierati su fronti opposti in tutte le crisi regionali e i conflitti che si sono susseguiti negli ultimi dieci anni, dalla Libia alla Siria. Lo scontro si è acceso quando Erdoğan tentò di utilizzare le primavere arabe per sostenere l’ascesa al potere in Medio Oriente e in Nordafrica di movimenti legati alla Fratellanza Musulmana (di cui fa parte il Partito Giustizia e Sviluppo al potere in Turchia) che avrebbero dovuto scalzare i regimi e le monarchie sostenute dalle petromonarchie. Le preoccupazioni dei paesi aderenti al Consiglio di Cooperazione del Golfo sono cresciute dopo il rafforzamento dell’alleanza, anche militare, tra Turchia e Qatar, che minaccia di creare un polo concorrente all’interno dello spazio geopolitico sunnita. Il colpo di stato del generale al-Sisi (sostenuto da Emirati e Arabia Saudita) che depose il presidente egiziano ed esponente della Fratellanza Musulmana Mohammed Morsi nel 2013 ha fatto precipitare le relazioni tra i due paesi, già incrinate.

Per quanto Israele e la Turchia collaborino su molti fronti e facciano buoni affari, anche le relazioni di Ankara con Tel Aviv non sono mai tornate ai livelli precedenti all’assalto delle teste di cuoio israeliane contro la Freedom Flotilla e la Mavi Marmara in particolare (2010). Se nel 2018 le esportazioni turche verso Israele valevano 6,5 miliardi di dollari e le importazioni quasi 2, dopo l’ennesima crisi tra i due paesi e l’espulsione dell’ambasciatore israeliano da Ankara le esportazioni sono scese a 4 miliardi di dollari e le importazioni a 1,7.
Ancora recentemente,
Erdoğan è tornato ad attaccare la repressione contro i palestinesi di Israele, che negli ultimi ha intessuto stretti rapporti con i nemici e i concorrenti della Turchia in Medio Oriente, nel Mediterraneo e nei Balcani (la Grecia, appunto, ma anche la Romania e la Bulgaria). Inoltre, le sovrapposte rivendicazioni su alcuni tratti di mare e sui relativi giacimenti di idrocarburi mantengono alta la tensione.

Il governo turco, da parte sua, guarda con preoccupazione al nuovo schieramento che unisce alcune petromonarchie a Israele e alla Grecia, e cerca di uscire dall’isolamento. Negli ultimi mesi la Turchia ha più volte offerto ad Ankara un’alleanza sullo sfruttamento dei depositi di gas contesi ed ha cercato di stemperare le tensioni con l’Egitto di al-Sisi. Ma sauditi, greci ed emiratini stanno cercando di sabotare la distensione tra Ankara e Il Cairo.
Il patto con la Grecia per lo schieramento dei Patriot in Arabia Saudita e l’avvio di esercitazioni congiunte tra l’aviazione del Regno e quella ellenica hanno ovviamente suscitato la reazione della Turchia.
In un contesto in cui le relazioni con Riad sono tese dall’omicidio del giornalista saudita Jamal Kashoggi nel consolato di Ankara a Istanbul nel 2018 ed in presenza di un boicottaggio saudita ufficioso che ha fatto crollare gli scambi commerciali tra i due paesi, il presidente turco ha minacciato di negare la vendita al regno di una partita di droni da tempo oggetto di una difficile trattativa.

https://www.middleeasteye.net/opinion/egypt-turkey-sisi-regime-gulf-allies-leverage-using

https://greekreporter.com/2021/04/14/greece-deploy-patriot-missile-system-saudi-arabia/

https://www.forbes.com/sites/pauliddon/2021/03/31/how-significant-is-greeces-growing-military-cooperation-with-the-uae-and-saudi-arabia/

 

 

* Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e del Nordafrica. Scrive tra le altre cose di Spagna e Catalogna.

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