di Eliana Riva 

Pagine Esteri, 7 ottobre 2021 – La crisi di fondi dell’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi, è stata ufficializzata a inizio mese. Il commissario generale dell’UNRWA, Philippe Lazzarini, ha dichiarato il bisogno urgente di 120 milioni di dollari, per poter garantire ai profughi l’istruzione, l’assistenza sanitaria e i servizi sociali necessari. A metà novembre dovrebbe difatti tenersi a Bruxelles una conferenza promossa da Svezia e Giordania per provare a garantire per i prossimi anni i finanziamenti basilari per il prosieguo delle attività dell’UNRWA.

Nel 2018 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sospeso lo stanziamento dei fondi all’agenzia ONU e nell’ultimo anno la stessa UNRWA ha comunicato una diminuzione dei finanziamenti da parte dei donatori europei e di quelli arabi, a causa delle nuove necessità economiche dettate dall’emergenza Covid-19. Ma ad aprile il nuovo presidente Joe Biden ha annunciato l’assegnazione di fondi per l’Agenzia e per alcuni progetti all’interno della Cisgiordania Occupata e di Gaza. Così, a luglio di quest’anno, è stato firmato un accordo, il Framework for Cooperation, che prevede per il 2021-2020 la somma aggiuntiva di 135 milioni di dollari. Dopo la sottoscrizione, Lazzarini ha dichiarato che “La firma del quadro USA-UNRWA e il supporto aggiuntivo dimostrano ancora una volta che gli Stati Uniti sono nostri partner e che comprendono la necessità di fornire assistenza ad alcuni dei rifugiati più vulnerabili della regione”.

L’accordo presenta alcune clausole che obbligano l’agenzia ad un controllo personale sui percettori del contributo stesso e sui propri dipendenti: il finanziamento statunitense è garantito solo se l’UNRWA non fornisce assistenza ai rifugiati che stanno ricevendo addestramento militare o che militino nell’esercito di liberazione palestinese o in altre organizzazioni simili. L’accordo prevede anche che l’Agenzia pratichi un monitoraggio sul curriculum e il percorso scolastico e che non vengano coinvoltienell’assistenza le persone che “incitano alla violenza”. Quest’ultimo passaggio è stato letto da alcuni come un tentativo di limitare la libertà di espressione dei dipendenti stessi dell’UNRWA e di controllare l’utilizzo che fanno dei social network. L’Agenzia delle Nazioni Unite dovrà, inoltre, inviare al Dipartimento di Stato USA un report semestrale sull’utilizzo dei fondi da loro stanziati.

Decine di palestinesi hanno organizzato una manifestazione sotto il quartier generale dell’Agenzia delle Nazioni Unite, chiedendo che l’accordo venga sospeso. Per alcuni dei rifugiati di Gaza e dei loro avvocati rappresenta, infatti, un’eccezione rispetto alle modalità di lavoro dell’UNRWA e un precedente pericoloso che mina l’autorità e l’indipendenza dell’Agenzia. Quest’ultima, secondo le critiche, sarebbe costretta ad agire come agente di sicurezza al soldo degli Stati Uniti, mettendo sotto indagine i palestinesi che beneficeranno dei suoi servizi di assistenza e fornendo agli USA le informazioni raccolte.

L’United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees, UNRWA appunto, è stata istituita nel 1950 per fornire nell’immediato un’assistenza ai profughi palestinesi che erano stati cacciati via dalle proprie case o che avevano dovuto abbandonarle dopo la proclamazione, nel 1948, dello Stato di Israele. A quei profughi non è mai più stato permesso di tornare nelle proprie case o nei propri villaggi, nonostante la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata il 10 dicembre 1948, preveda all’Art. 13, il Diritto al Ritorno: “Chiunque ha il diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese”. Per l’UNRWA la definizione di rifugiato palestinese è da applicarsi ad ogni “persona il cui posto di residenza era la Palestina durante il periodo dal 1 giugno 1946 al 15 maggio 1948 e che abbia perso la casa e i mezzi di sussistenza a causa della guerra del 1948”. L’anno in cui l’UNRWA fu fondata il numero dei profughi palestinesi era stimato in 750.000 dalla stessa Agenzia. Al 31 dicembre 2020 i palestinesi registrati nella lista dei rifugiati UNRWA erano più di 5 milioni e 700mila. 1 milione e 476mila solo nella Striscia di Gaza. L’Agenzia delle Nazioni Unite si occupa della loro salute, dell’istruzione, dei servizi sociali, delle infrastrutture dei 58 campi profughi e di altro ancora.

Secondo il piano economico programmato per il 2021, degli 806 milioni di dollari ricevuti dall’Agenzia, 462 sarebbero stati utilizzati per i progetti scolastici e di educazione e 123 per la sanità. Quando fu istituita si immaginò che il suo lavoro sarebbe durato un anno e che la crisi sarebbe stata presto risolta, attraverso il risarcimento o il ritorno. Sono trascorsi 71 anni da allora e l’esistenza stessa dell’UNRWA, a ben vedere, si basa sul riconoscimento di un diritto, quello al ritorno, per il quale si è tentato negli anni di trovare una soluzione negoziale, senza alcun risultato, anche a causa dell’intermediazione degli Stati Uniti. Cosa questa che non cambia lo status dei rifugiati né ne indebolisce le rivendicazioni. Non è previsto, d’altro canto, che l’Agenzia possa decidere in che modo i profughi debbano provare a far valere il proprio diritto al ritorno, quali siano le pratiche e i comportamenti consentiti per esercitare tale diritto e per godere dell’assistenza prevista in seguito ad una violazione. Certo, non sarebbe questo il primo caso in cui uno Stato tenta di modificare, attraverso l’elargizione di denaro, le iniziative di una delle Agenzie delle Nazioni Unite e dunque delle Nazioni Unite stesse.

 

 

 

 

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