Una delegazione israeliana proverà a dimostrare negli Usa l’accusa di “terrorismo” rivolta a sei tra le più note organizzazioni palestinesi per i diritti umani. Intanto, Tel Aviv approva altre 1.300 case per coloni, in violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni Onu. Passo indietro di Erdogan sulla questione ambasciatori stranieri. Infuria la battaglia a Marib (Yemen) dove è stato ignorato l’appello Onu

della redazione
Roma, 26 ottobre 2021, Nena News –
PALESTINA. Mentre la comunità internazionale discute dell’inserimento nella lista israeliana dei gruppi terroristici di sei tra le più note ong palestinesi, il governo di Tel Aviv procede nell’ormai solita violazione del diritto internazionale e di innumerevoli risoluzioni Onu: domenica ha annunciato la costruzione di oltre 1.300 nuove unità abitative in sette colonie nella Cisgiordania occupata. Si aggiungono alle 2mila autorizzate lo scorso agosto.
Così una delegazione del ministero degli esteri israeliano e dei servizi segreti dello Shin Bet si presenterà a Washington, insieme alle prove che dice di aver raccolto contro le sei ong (Al-Haq, Addameer, Uawc, Bisan, Dci e Upwc), impegnate da decenni nella difesa dei diritti di donne, bambini, prigionieri, contadini, tanto da avere in alcuni casi uffici all’Onu.
Secondo Israele, hanno legami stretti con il Pflp (Fronte popolare per la Liberazione della Palestina), partito marxista considerato da Tel Aviv terrorista. Il viaggio negli Stati uniti servirà a spegnere le mezze critiche espresse dal Dipartimento di Stato che lamentava di essere stato tenuto all’oscuro della mossa israeliana. Parla anche l’Unione europea che ad alcune delle ong coinvolte versa finanziamenti per progetti.
Se alcuni paesi membri si sono detti «oltraggiati» dalla decisione, ieri il portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna, Peter Stano, ha fatto sapere che Bruxelles «prende molto seriamente le accuse mosse» ed è in contatto «con i partner israeliani per chiarimenti». In merito ai fondi, ha aggiunto: «Abbiamo molte salvaguardie a garanzia dell’utilizzo delle risorse comunitarie e strumenti nel caso venga provato» un abuso del loro uso.
TURCHIA. Continua, a colpi di fioretto, lo scontro tra la Turchia e dieci paesi (Usa, Germania, Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia e Svezia) dopo l’annuncio del presidente Erdogan di espulsione degli ambasciatori a seguito di un appello per il rilascio del filantropo Osman Kavala. Ancora nessuna comunicazione ufficiale è pervenuta nei 10 uffici diplomatici e ieri Erdogan si diceva soddisfatto del tweet dell’ambasciata Usa (rilanciato poi dalle altre) in cui Washington si diceva rispettosa della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Per Erdogan è «un passo indietro».
Di diverso avviso il relatore permanente dell’Europarlamento e il presidente della delegazione parlamentare Ue-Turchia che ieri definivano «incomprensibili» le misure paventate: «Non sono questi ambasciatori o i loro governi che hanno deciso che è responsabilità della Turchia rilasciare Osman Kavala. È la Corte europea dei diritti dell’uomo a ordinarne l’immediato rilascio nel dicembre 2019». Intanto i primi effetti li subiva proprio la Turchia: ieri la lira ha toccato il minimo storico, 9,80 lire per un dollaro.
YEMEN. Prosegue da mesi la dura battaglia per Marib, città nel nord dello Yemen, 120 km in linea d’aria a est della capitale Sana’a. Qui si concentrano i bombardamenti della coalizione a guida saudita, impegnata dal marzo 2015 in una feroce operazione militare contro i ribelli sciiti Houthi. Nel fine settimana, ha riportato domenica la stampa saudita, sono stati uccisi 264 combattenti Houthi e distrutti 36 veicoli militari.
Gli Houthi avevano lanciato l’offensiva su Marib lo scorso febbraio. Provincia strategica per il debole governo ufficiale yemenita: è l’ultimo bastione energetico che controlla, zona ricca di petrolio. I ribelli rispondono: abbiamo ucciso, dicono, 550 combattenti filo-governativi e ne abbiamo feriti 1.200, senza però dare indicazioni temporali. Le duplici rivendicazioni giungono a pochi giorni dalla dichiarazione adottata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha chiesto «una de-escalation» del conflitto per far fronte alla carestia.
La prova plastica del fallimento delle numerose tregue negoziate negli ultimi anni e tutte violate la pagano i civili: una settimana fa l’Unicef calcolava in 10mila i bambini yemeniti uccisi o feriti negli scontri. Un numero parziale, che non tiene conto delle vittime per fame e malattia. Le stime parlano di oltre 230mila yemeniti morti per scontri, fame e malattia e 4 milioni di sfollati. Nena News




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