di Ilaria De Bonis

Pagine Esteri, 5 novembre 2021 – Il Sudan vive col fiato sospeso (e con rabbia e confusione) la grande attesa di un accordo tra civili e militari: le trattive proseguono dietro le quinte, dopo il golpe militare che ha bruscamente interrotto il power sharing, già molto claudicante tra le due componenti al governo. La gestione condivisa del potere (tra forze militari e rappresentanti civili pro-democrazia) è stata affossata con un atto di forza unilaterale dell’esercito. Ma il popolo non cede alla violenza e le barricate in strada vanno avanti, sebbene alternate a momenti di quiete.

«C’è una grossa tendenza alla normalizzazione – ci racconta una persona che a Khartoum lavora nell’ambito della Cooperazione allo sviluppo e che vuol rimanere anonima – Se ascolti i vicini di casa, la gente ti dice: “va tutto bene, è finito, riprendiamo la nostra vita!”. Ma poi in realtà nella via accanto c’è qualcuno che sta bruciando copertoni e ha bloccato una strada. Le persone fanno fatica a portare avanti forme di disobbedienza civile, però non mollano. È difficile tenere chiuse le botteghe, non lavorare, non ricevere la paga o non aver soldi per mangiare». Questo golpe militare anomalo (annunciato da mesi e realizzato il 25 ottobre scorso con la cattura del premier Abdalla Hamdok, prelevato con forza da casa), sembra avviarsi verso un epilogo. Ma di che epilogo si tratta? Diversi organi di stampa tra cui Al Jazeera parlano di «accordo quasi chiuso» tra civili e militari per un nuovo power sharing, con altre dinamiche e altri rapporti di forza. Circola l’ipotesi di un governo del tutto tecnico, senza partiti politici. La trattativa tra il generale golpista Abdel Fattah al-Burhan e il primo ministro rimosso Abdalla Hamdok, è un’anomalia. Ma il popolo non vuole subire passivamente le decisioni prese dall’alto e si organizza comunque per portare avanti una forma di protesta. L’agenda delle manifestazioni di questi giorni, diffusa alla Resistance Committee, segnala roadblocks a Khartoum, ossia sbarramenti in strada, sia oggi che domani, e per venerdì 5 novembre «visite alle famiglie dei manifestanti che hanno perso la vita» e preparazione alla grande mobilitazione del 7 novembre prevista «durante le preghiere del venerdì». Per il 10 novembre è in agenda ancora una marcia (march of million) che dovrebbe portare in strada un milione di persone. Sono andati avanti anche gli scioperi di diverse categorie di professionisti, privati e pubblici: dai medici agli avvocati. La prospettiva politica dell’immediato futuro resta fluida, ma aleggia anche il timore di un pericolo mai rimosso: il ritorno dell’entourage di Bashir. Un’altra fonte da Khartoum mette in guardia circa il rischio di un ritorno al passato. «Piuttosto che fare marcia indietro, se non trova alleati – spiega la fonte – l’esercito cercherà l’appoggio dei nostalgici di Al Bashir; sembra che alcuni membri del vecchio partito dell’ex dittatore siano stati rilasciati, e questa non è per nulla una buona notizia…». Pagine Esteri

 

 

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