di Mjriam Abu Samra* – Jadaliyya

traduzione dall’inglese di Elena Bellini*

Questo articolo è stato scritto dall’autrice nel 2014 e pubblicato dalla rivista Jadaliyya. Sebbene non sia recente, Pagine esteri ha deciso di tradurlo e pubblicarlo poiché la sua analisi storica e politica lo rende ancora attuale.

Pagine Esteri, 5 novembre 2021 – Nel mese di luglio, alcuni gruppi sionisti hanno condotto diversi attacchi contro gli attivisti della solidarietà palestinese e le istituzioni palestinesi in Italia. Hanno aggredito ed insultato sette giovani italiani a Roma. Una delle vittime è stata avvicinata per il semplice fatto che indossava una kefiah nel primo giorno della più recente escalation contro la Striscia di Gaza. Alcuni colpi d’arma da fuoco sono stati sparati contro la sede diplomatica palestinese. Le istituzioni politiche italiane e i media non hanno condannato né commentato questi preoccupanti eventi, che sono solo l’ultimo episodio dell’aumento di sentimenti e azioni anti-palestinesi a Roma negli ultimi anni.

Com’è possibile che tali episodi rimangano impuniti, che vengano lasciati passare senza alcuna denuncia o reazione politica? Quando e perché le istituzioni italiane sono diventate così compiacenti e servizievoli? Quest’indifferenza deturpa la prestigiosa storia italiana di solidarietà verso la lotta di liberazione palestinese. Per comprendere gli eventi accaduti oggi a Roma, bisogna riflettere sulla genealogia delle relazioni tra Italia e Palestina e sul loro drammatico deterioramento.

Negli ultimi sessant’anni, le relazioni politiche tra Italia e Palestina sono cambiate, parallelamente a più profondi mutamenti nella politica italiana e in quella palestinese. Per decenni, l’Italia è stata considerata il Paese dell’Europa occidentale più solidale con i palestinesi. Tale approccio non derivava solo dagli interessi politici ed economici italiani nella regione araba, ma anche dall’impegno della solidarietà popolare italiana e dell’attivismo politico palestinese, soprattutto quello della General Union of Palestinian Students (GUPS – Unione Generale degli Studenti Palestinesi).

A partire dalla fine degli anni ’80, il sostegno politico italiano ai palestinesi ha subito un cambiamento graduale ma costante. L’Italia, infatti, è oggi uno dei più stretti “amici” europei di Israele. Ci sono due fattori principali dietro questo riposizionamento politico. Uno è la trasformazione politica e sociale dell’Italia – il lungo processo di “integrazione” culturale, economica e politica nelle politiche neoliberiste globalizzate, strettamente legato all’agenda neoimperialista – che ha portato ad una drastica revisione degli affari esteri italiani.

Essenzialmente, si tratta di un fenomeno del post Guerra Fredda. Inoltre, è nata anche una potente lobby dei media che, nonostante sia legata a più ampi cambiamenti culturali, tenta di sradicare il precedente sostegno popolare mondiale alla Palestina.

Il secondo fattore è costituito dai lenti ma inesorabili cambiamenti delle pratiche organizzative palestinesi e della visione politica, cristallizzata dagli Accordi di Oslo: ciò ha provocato una frammentazione politica e sociale che ha marginalizzato il ruolo dei palestinesi dello shatat (diaspora) nella lotta di liberazione. Non solo il l‘OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) si è trasformata da movimento rivoluzionario in apparato quasi statale che privilegia la diplomazia rispetto all’attivismo popolare, ma la frammentazione politica dell’organizzazione ha avuto anche un impatto negativo sull’attivismo popolare, causando una paralisi senza precedenti delle attività sociali, culturali e politiche per i palestinesi in Italia.

L’approccio italiano alla questione palestinese: contesto storico

Dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, l’Italia dedicò grande attenzione al mondo arabo. Il governo cercò di avere un ruolo attivo nella regione, ben consapevole della necessità di instaurare relazioni forti e durature, approfittando della propria posizione favorevole come “ponte” tra il Medio Oriente e l’Europa. L’Italia ha storicamente tentato di beneficiare della vicinanza geografica alla regione per costituire una presenza economica nell’area del Mediterraneo. Ciò era evidente nei tentativi di espansione coloniale diretta. Infatti, anche se la politica estera italiana aveva una portata decisamente limitata nel bel mezzo della crescente polarizzazione tra gli Stati Uniti e la sfera sovietica negli anni ’50, i suoi interessi nel Mediterraneo resistevano. Dopo la perdita delle colonie africane, l’Italia dovette elaborare nuove strategie per mantenere la propria presenza nella regione. Nel periodo successivo alla Seconda Guerra mondiale, l’approccio italiano al Medio Oriente è stato dinamico e incisivo.

Questo non vuol dire che la politica italiana verso il mondo arabo, ed in particolare la causa palestinese, fosse coerente od omogenea. Nonostante il chiaro interesse politico ed economico per quella regione, l‘attenzione e la concentrazione dell’Italia erano rivolte quasi esclusivamente all’Atlantico e all’Europa. L’Italia era ben consapevole dell’importanza del vecchio continente per la politica estera statunitense, e intravvedeva i vantaggi dell’integrazione europea, il che rendeva una priorità il riposizionamento dell’Italia tra le maggiori potenze nella sfera USA.

Negli anni ‘50, l’Italia era troppo impegnata nel riacquisto della stabilità e nella gestione delle dinamiche interne per formulare una strategia politica solida in Medio Oriente. Era un Paese in fase di ricostruzione e, avendo perso la guerra, doveva ricreare la propria immagine per poter essere un alleato solido e credibile per gli USA nella NATO (North Atlantic Treaty Organization). Nello stesso tempo, l’Italia era una pedina fondamentale per gli interessi politici dell’Unione Sovietica e per il blocco comunista: il Partito Comunista Italiano, incoraggiato e rafforzato dall’esperienza partigiana, era il più grande e forte in Europa. La coesistenza di queste due spinte opposte influenzò profondamente le decisioni politiche italiane all’epoca della Guerra Fredda.

Da un lato, il partito di centro della Democrazia Cristiana, primo partito italiano, che era al governo dopo la Seconda Guerra mondiale, voleva dare priorità alle politiche pro-Europa e ad una politica estera basata sugli interessi atlantici. Dall’altro, diversi attori politici, economici e sociali stavano creando lobbies per un ruolo attivo nell’area del Mediterraneo. In particolare, le forze socialiste, i partiti laici e anche la corrente di sinistra interna alla DC erano convinti che il ruolo dell’Italia nel mondo arabo potesse contribuire alla nascita di una “terza via” rispetto alla dicotomia della Guerra Fredda.

Queste dinamiche – la necessità di garantire stabilità interna in una fase delicata della ricostruzione nazionale, ed il desiderio di riemergere come potenza politica ed economica di primo piano nell’area del Mediterraneo – hanno tutte influenzato le politiche italiane verso i palestinesi, con risultati a volte controversi. Dalla creazione di Israele, l’Italia tentò di allinearsi alla maggioranza della comunità internazionale, in altre parole con l’Occidente, stabilendo legami di amicizia con il neonato Stato.

Tuttavia, secondo l’approccio del Partito Comunista italiano, favorevole agli arabi, la lotta di liberazione palestinese non era solo una rivoluzione anticolonialista, ma anche anticapitalista e anti-imperialista. Quel polo influenzò in tal senso la diplomazia italiana, plasmandola in modo da preservare il ruolo privilegiato dell’Italia sia come interprete del mondo arabo che come amica di Israele. Il tentativo di perseguire una politica di equidistanza ha caratterizzato in particolare gli anni ’50 e ’60. Ed ha portato a risultati disomogenei. Per esempio, durante la crisi di Suez del 1956, l’Italia ebbe un ruolo fondamentale nella risoluzione del conflitto. Nonostante un tentativo iniziale di rimanere neutrale, non solo condannò l‘invasione da parte di Israele, Francia e Gran Bretagna, ma si impegnò anche nelle azioni diplomatiche per giungere alla fine delle tensioni.

Undici anni dopo, durante la guerra del 1967, il tentativo italiano di mantenersi ad una certa distanza dalla questione arabo-israeliana portò ad un risultato del tutto inatteso. Il governo era diviso da un duro dibattito interno tra chi simpatizzava per Israele e chi invece sosteneva gli arabi. Mentre inizialmente l’Italia rifiutò di condannare l’Egitto e gli Stati Arabi, dovette poi convergere verso il piano di “pace” americano, che ebbe ripercussioni piuttosto nefaste sui rapporti economici italiani con gli Stati Arabi.

Mentre negli anni ’50 e ’60 ci furono solo timidi tentativi di giocare un ruolo attivo nella questione arabo-israeliana, negli anni ’70 l’Italia deviò verso una posizione più decisamente pro-Palestina. Sotto la guida dell’allora Primo Ministro Aldo Moro, l’Italia promosse varie iniziative a favore della causa palestinese. Per esempio, insieme alla Francia, sostenne la partecipazione di Arafat all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1974.

Il governo espresse anche solidarietà per il dramma palestinese, non solo con dichiarazioni e comunicati, ma anche al punto di permettere la presenza ufficiale dell‘OLP in Italia nel 1974. Si impegnò, inoltre, nella la Dichiarazione di Venezia della CEE, a cui Israele si oppose con forza. Gli USA criticarono fortemente queste iniziative, che invece vennero accolte calorosamente dagli Stati arabi e dai palestinesi.

Questo sostegno aumentò negli anni ’80, quando la politica italiana, sotto la guida di Bettino Craxi, segretario del Partito Socialista, e di Giulio Andreotti, segretario della Democrazia Cristiana, divenne apertamente favorevole alla Palestina, a volte fino al punto di mettere a dura prova l’alleanza con gli USA e Israele. Questo successe, per esempio, nel 1985, quando l’Italia rifiutò di concedere l’estradizione ai dirottatori palestinesi dell’Achille Lauro. Nel corso degli anni ’70 e ’80, però, l’Italia dovette anche far fronte all’intensificarsi delle attività delle forze palestinesi sul proprio territorio. La diplomazia nazionale mirava ad assicurare che la tensione tra i militanti palestinesi e i servizi segreti israeliani non degenerasse in Italia. Con un patto segreto, conosciuto come “Lodo Moro”, l’Italia assicurò ad alcuni gruppi palestinesi la libertà di coordinare ed organizzare le loro attività sul territorio italiano in cambio della garanzia che le azioni non si sarebbero poi svolte in Italia. Nondimeno, negli anni sono emerse molte ricostruzioni secondo cui risulta che la stessa politica del “far finta di non vedere” sia stata rivolta al Mossad.

Nemmeno questi sforzi, tuttavia, riuscirono a prevenire azioni armate e l’uccisione di persone innocenti sul suolo italico. Tra gli anni ’70 e gli anni ’80, quattro palestinesi furono assassinati a Roma – l’intellettuale palestinese Wael Zwaiter nel 1972, il funzionario dell’OLP Majed Abu Sharar nel 1981, il vice responsabile dell’OLP Kamal Hussein ed il medico palestinese Nazih Matar nel 1982. Il tecnico nucleare pacifista israeliano Mordechai Vanunu venne rapito dal Mossad nel 1986 a Roma. Inoltre, il gruppo Abu Nidal condusse una serie di attentati, a Roma, che fecero crescere la tensione e che furono duramente condannati dall’OLP.

Nel contempo, le politiche pro-palestinesi degli anni ‘80 potevano vantare una straordinaria solidarietà e sostegno popolare, soprattutto dopo il massacro di Sabra e Shatila del 1982. Quell’evento sconvolse l’opinione pubblica italiana ed ebbe una forte risonanza politica. L’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini condannò il massacro durante il Messaggio di Fine Anno agli Italiani del 1983.

Quest’ondata di sostegno diplomatico e popolare senza precedenti raggiunse l’apice con l’inizio della Prima Intifada, nel 1987. Durante gli anni ’90, però, cominciò ad affievolirsi, ed iniziò un lento ma radicale cambiamento: la fine della Guerra Fredda causò la crisi lunga ed irreversibile del Partito Comunista, che a sua volta influenzò la politica estera italiana. La sinistra italiana si trasformò drasticamente, in linea con l’ascesa del neoliberismo globale dopo la Guerra Fredda.

Negli anni ’90, la sinistra italiana concluse che “al di fuori dei principi liberaldemocratici tutto è vuoto o, peggio, demagogico. E poiché i Paesi a capitalismo avanzato sono governati dal centro, hanno scelto di orientarsi verso una coalizione neocentrista”. Questo credo rinnovato e i mutamenti politici che ne sono derivati ebbero un profondo impatto sull’approccio italiano alla causa palestinese.

L‘Italia compensò la tradizionale empatia per la causa araba con la costruzione di relazioni con Israele, e con un appoggio pressoché incondizionato alle politiche statunitensi filoisraeliane. Secondo alcuni studiosi, la politica estera italiana, a tal proposito, era sostanzialmente delegata agli USA. Ma soprattutto in seguito agli attentati dell’11 settembre, con l’emergere di un diffuso dibattito orientalista che identificava gli arabi e l’Islam con il terrorismo, l’approccio italiano al Medio Oriente, ed alla Palestina in particolare, cambiò totalmente.

Sia i governi Berlusconi che la coalizione di Sinistra hanno rafforzato i legami economici e politici con Israele. Hanno giustificato tali decisioni in termini di interessi strategici, ma hanno anche sfruttato la retorica del debito morale verso gli ebrei, nonché una pretesa affinità culturale con Israele, “l‘unica democrazia del Medio Oriente”. Negli ultimi dieci anni, sui media, nel dibattito pubblico e perfino nelle dichiarazioni politiche, il dramma palestinese è stato spesso depoliticizzato o demonizzato. I palestinesi vengono rappresentati come un problema umanitario, e i principali media hanno denigrato le manifestazioni di solidarietà con il diritto dei palestinesi alla giustizia e alla liberazione accusandole di antisemitismo.

Inoltre, la discussione è stata inserita di proposito nel discorso dello “scontro di civiltà”, per meglio giustificare il sostegno italiano alle politiche neocoloniali. Anche la dicotomia tra “noi” – i buoni – e “loro”, o “l’altro” – i cattivi – è uno schema con cui si è legittimato il perseguimento di politiche neocoloniali in aree non occidentali.

L’Italia ha pienamente sostenuto l’assetto neoimperialista in cui sono state concepite queste politiche, ed il meccanismo culturale attraverso il quale Israele è diventata” noi” e i palestinesi “gli altri”. La vittoria democratica di Hamas alle elezioni legislative dell‘Autorità Nazionale Palestinese del 2006 è stata inserita in questo quadro. E, mano a mano che la lotta veniva sempre più resa in termini religiosi, si rafforzava l’identificazione dei palestinesi come “terrorismo islamico”.

Questa distorsione è rimasta a lungo praticamente incontrastata, nell‘incapacità di una comunità palestinese – un tempo dinamica – di respingerla. Se negli anni ‘60 e ‘70 – e, in misura inferiore, negli ‘80 – i palestinesi in Italia erano stati in grado di creare una rete politica stabile, negli ultimi vent’anni tale attivismo è entrato in crisi, segnato da una frammentazione sociale che ha paralizzato la capacità di avere impatto sulla società italiana e di mobilitare il sostegno popolare.

L‘impegno politico palestinese in Italia

I palestinesi sono tra le comunità straniere più integrate in Italia. La prima ondata di palestinesi arrivò in Italia negli anni ‘50. Numerosi gruppi di studenti palestinesi entrarono nel Paese negli anni ‘60 e ‘70. Provenienti dalla seconda diaspora dopo la guerra del 1967 e l‘occupazione israeliana di Cisgiordania e Striscia di Gaza, gli studenti palestinesi si diedero immediatamente all’attivismo politico, soprattutto con la nascita della sezione della General Union of Palestinian Students (GUPS) nel 1969. La GUPS fu la prima organizzazione palestinese in Italia, e gettò le basi per altre associazioni popolari e di settore. Riunì gli studenti palestinesi di ogni fazione e movimento, provenienti da tutta la regione araba.

La GUPS non mirava semplicemente a supportare gli studenti. Ebbe anche un importante ruolo politico, costruendo forti legami con i movimenti popolari italiani e con le organizzazioni di base. Tali formazioni includevano il Movimento Studentesco, guidato dal filosofo Mario Capanna, partiti di sinistra come Unità Proletaria e il Partito Comunista, e anche forze extra-parlamentari come Lotta Continua, Potere Operaio e altri gruppi marxisti, leninisti e maoisti. Negli anni ‘70, gli studenti palestinesi furono il motore del sostegno popolare italiano alla loro causa: organizzarono manifestazioni e pubblicarono e distribuirono costantemente materiale informativo, manifesti e opuscoli. Questa intensa attività aprì la strada all’OLP, che riuscì poi a stabilire legami con i partiti italiani ed a rafforzare le relazioni diplomatiche tra Italia e Palestina.

Ma se gli studenti furono in grado di mantenere un ruolo centrale nel generare solidarietà nel popolo italiano fino alla fine degli anni ‘70, negli anni successivi, insieme ad ogni altro settore della società palestinese in esilio, dovettero riconsiderare e riorganizzare l’attivismo ed il proprio ruolo alla luce di due eventi: nel 1982, l’allontanamento forzato dell’OLP da Beirut e, nel 1993, gli Accordi di Oslo. Entrambi questi eventi rappresentano un punto di svolta fondamentale per i palestinesi della shatat (diaspora). Quando l’OLP lasciò Beirut nel 1982, i suoi organismi principali persero coesione ed efficacia, e subirono un processo di burocratizzazione che ebbe un impatto negativo sulle organizzazioni e sulle associazioni popolari – soprattutto quelle della shatat – all’interno delle quali persero rapidamente importanza.

Queste dinamiche erano evidenti anche in Italia, dove, alla fine degli anni ‘80, l’impegno politico delle associazioni popolari palestinesi e dei gruppi iniziò lentamente a declinare, mentre la causa palestinese veniva sempre più rappresentata dalla diplomazia della delegazione OLP. La frammentazione della società palestinese e la paralisi dell’attivismo popolare palestinese vennero cristallizzate dalla firma degli Accordi di Oslo, nel 1993. Tali accordi formalizzarono la trasformazione dell’OLP da movimento rivoluzionario impegnato per la liberazione e la giustizia in apparato quasi-statale il cui obiettivo era l’istituzione un micro-stato, interessato alla terra, ai confini ed al diritto di rappresentanza. Questa trasformazione ha privato la lotta dei suoi principi fondanti e ne ha lentamente pregiudicato la strategia.

Inoltre, Oslo ha accelerato la frammentazione della società palestinese, dividendola in “diversi raggruppamenti“ con – apparentemente – diverse agende politiche, mentre le rivendicazioni politiche della maggioranza del popolo palestinese venivano relegate agli ultimi punti del processo di pace. I palestinesi della shatat (diaspora) furono quindi marginalizzati, isolati dalla loro stessa lotta. Quando divenne chiaro che, al di là della retorica, la pace non si sarebbe raggiunta, i palestinesi della shatat si ritrovarono disconnessi dalla loro stessa società, separati dai loro stessi movimenti, e non sapevano come riorganizzarsi.

In Italia, una delle conseguenze più preoccupanti di tale frammentazione, e della mancanza di una strategia comune, fu l’incapacità dei dirigenti palestinesi di formare e preparare la nuova generazione di palestinesi nati in Italia a comprendere la propria causa ed a contribuirvi, nonché a coltivare i legami originari con la Palestina. Queste dinamiche, insieme ai cambiamenti politici e culturali che hanno caratterizzato la società e la politica italiana negli ultimi trent’anni, spiegano ampiamente la svolta filoisraeliana dell’Italia e l’incapacità palestinese di opporvisi.

Comunque, nonostante la crisi politica palestinese e le relazioni politiche, economiche e militari sempre più strette tra Italia e Israele, stanno emergendo nuove ondate di attivismo palestinese e di sostegno italiano alla causa. Alcuni dei più recenti e drammatici eventi della colonizzazione sionista della Palestina hanno profondamente colpito sia la società italiana che la comunità palestinese in Italia.

“Piombo Fuso”, il massacro israeliano nella Striscia di Gaza del 2008-2009, ha sconvolto l’opinione pubblica italiana. Centinaia di italiani e arabi musulmani si riversarono nelle strade. Sempre più persone cominciarono a riprendere a manifestare e a contestare la macchina della propaganda. La commozione generale suscitata dall’assassinio dell’attivista italiano Vittorio Arrigoni nel 2011, con l’imbarazzante silenzio delle istituzioni italiane in seguito all’evento, fu un altro passaggio fondamentale nel processo di riattivazione dei gruppi e movimenti di solidarietà in Italia. La campagna BDS, per esempio, ha acquisito un più ampio sostegno, contribuendo enormemente alla diffusione di consapevolezza nella società italiana, e la recente mobilitazione popolare contro l’ultimo attacco israeliano sulla Striscia di Gaza è un altro segnale incoraggiante.

I recenti sviluppi politici nella comunità palestinese sono un altro elemento cruciale. Negli ultimi anni, una nuova generazione di palestinesi ha cercato di riorganizzarsi e riunirsi, inizialmente accomunata solo dal desiderio di rinsaldare i legami culturali ed identitari con il proprio Paese. Ma questi gruppi sono andati avanti, sviluppando una forte consapevolezza politica ed un programma, il cui punto centrale è l’esigenza di ottenere “giustizia, liberazione e ritorno”.

Questo gruppo di giovani comprende sia studenti italo-palestinesi che palestinesi della regione araba e della Palestina storica. La loro mobilitazione si può far risalire al 2005, quando fondarono l’associazione dei giovani palestinesi “Wael Zwaiter“, attraverso cui riuscirono a far aumentare la consapevolezza relativamente alla loro battaglia per la liberazione. Anche se l’associazione è stata in grado di raggiungere grandi risultati e di coordinarsi con diversi movimenti italiani, principalmente a Roma ma anche a livello nazionale, le sue attività terminarono all’inizio del 2010. Il coinvolgimento politico dei giovani, comunque, è continuato, basandosi su un approccio più informale e decentralizzato.

Quindi, nonostante le difficoltà, nell‘ultimo anno i giovani palestinesi in Italia si sono riorganizzati. In generale, sono impegnati nell’elaborazione di nuove strategie politiche e di una nuova concezione della lotta palestinese su due diversi piani: all’interno della società italiana e all‘interno della società palestinese in Palestina storica e nella diaspora.

La loro visione mette in luce la rilevanza regionale ed internazionale della causa palestinese, che viene collocata nella lunghissima storia delle rivoluzioni anticolonialiste. Secondo la loro visione, la lotta palestinese è collegata e non separata da battaglie più ampie. Mentre insistono sul ritrovare quell’impegno nei confronti di altri popoli oppressi che caratterizzava il movimento di liberazione palestinese, questi giovani danno risalto allo spirito anticolonialista della lotta, denunciano lo slittamento del movimento nazionale verso la costruzione di uno Stato e fanno appello ad una “riunificazione“ del popolo palestinese intorno ai principi condivisi di giustizia, ritorno e liberazione.

In questo senso, i giovani palestinesi in Italia hanno coordinato le proprie azioni ed elaborato la propria visione in modo transnazionale, cercando di organizzarsi con i palestinesi che la pensano come loro sparsi in giro per il mondo. Hanno il grande merito di essere riusciti a contribuire al dibattito interno alla comunità palestinese e ai gruppi ed associazioni palestinesi di Roma. Gli sforzi volti a rilanciare l’attivismo politico palestinese in Italia hanno interessato anche la vecchia generazione, che stava tentando di ridare slancio alla propria strategia e struttura partecipando in modo più diretto a qualsiasi tipo di mobilitazione collegata alla Palestina. Tuttavia, l‘approccio politico della vecchia generazione – ed in particolare la mancanza di un’analisi critica dell’attuale, enigmatica, situazione politica palestinese – ha talvolta impedito di arrivare ad una collaborazione più costruttiva con i giovani, rispecchiando così le dinamiche conflittuali che hanno caratterizzato la società palestinese nel periodo successivo agli Accordi di Oslo.

Nonostante tali contraddizioni, il sostegno del governo a Israele è stato recentemente controbilanciato da una più coerente mobilitazione palestinese e da una maggiore organizzazione dei movimenti di solidarietà con la Palestina. Mentre le istituzioni italiane rafforzano le relazioni economiche, culturali ed anche militari con Israele, dando dimostrazione di sostegno acritico e remissività, l’opinione pubblica si sta di nuovo mobilitando.

La strada da fare è ancora lunga. Ma il ruolo nella società italiana della nuova generazione di palestinesi in esilio che si stanno organizzando – anche se sono ancora all’inizio – apporta nuovo vigore alla scena politica filopalestinese. Con i giovani finalmente pronti a condividere il peso della lotta nazionale palestinese in Italia, il futuro, forse, appare un po’ meno cupo. Pagine Esteri

Link all’articolo originale di Jadaliyya “Italian-Palestinian Relations: What Went Wrong?”

https://www.jadaliyya.com/Details/31162/Italian-Palestinian-Relations-What-Went-Wrong

 

 

*Mjriam Abu Samra è un ricercatrice in Relazioni Internazionali presso l’Università di Oxford con un master in Middle East Politics conseguito alla SOAS di Londra. Il suo lavoro si concentra sui movimenti studenteschi transnazionali palestinesi. Risiede ad Amman, in Giordania, dove ha insegnato alla Facoltà di Politica e Studi Internazionali. 

 

 

*Elena Bellini, laurea in Scienze Politiche a Padova e Master sull’Immigrazione a Venezia, è traduttrice freelance, lettrice compulsiva, grande amante del caffè e sognatrice indomabile. Vive a Faial (Azzorre, Portogallo), dove gestisce Casa BuonVento (http://casabuonvento.com/).

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