di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 29 ottobre 2021Generalmente, il passaggio dalla dittatura franchista all’attuale democrazia parlamentare, verificatosi in Spagna nella seconda metà degli anni ’70, viene rappresentato come un processo lineare, ordinato e pacifico, a parte la breve parentesi costituita dal tentativo di golpe del tenente colonnello Tejero (1981). Ma da un esame appena più attento di quel periodo storico emerge una realtà assai più contraddittoria e opaca, contrassegnata dalla permanenza al potere della vecchia classe dirigente franchista e da livelli di repressione incredibili esercitati contro il movimento operaio, i movimenti sociali, le sinistre e i movimenti indipendentisti attivi nel Paese Basco e in Catalogna.

Una transizione pilotata

Tra il 1976 ed il 1979, nel Regno di Spagna la repressione politica causò la morte di almeno 88 persone (alcuni studi forniscono cifre ancora più alte), 56 delle quali nei territori baschi. Un vero massacro, realizzato dagli apparati di sicurezza e da squadroni della morte formati da membri delle varie polizie, da estremisti di destra e da sicari, compiuto dopo che il dittatore Francisco Franco era già scomparso e la “transizione” era avviata. Il “caudillo” si era spento il 20 novembre del 1975, nel suo letto, di vecchiaia. Ma prima aveva designato il giovanissimo e fedele Juan Carlos di Borbone come suo successore alla guida dello stato, ripristinando la monarchia e lasciando «todo bien atado» (tutto sistemato).
Dopo quasi 40 anni di fascismo, nel paese non si verificò nessuna rottura politica o ideologica. Semplicemente, una parte consistente della classe dirigente del regime decise di riciclarsi mantenendo le redini del potere e cooptando i settori più moderati delle opposizioni. Dalla costola cosiddetta aperturista del Movimento Nazionale (il partito unico) nacquero nuovi partiti “centristi” che guidarono il processo costituente, attenti a non mettere troppo in discussione i pilastri ideologici della Spagna “Una, Grande y Libre”.

Nel 1977, il governo di Adolfo Suárez (“primo presidente democratico” della Spagna al termine di una lunga carriera nel partito franchista e nelle istituzioni del regime) varò una Legge di Amnistia che cancellò i reati degli antifascisti, ma anche i gravissimi crimini commessi dagli aguzzini del regime, molti dei quali del resto rimasero al loro posto nella polizia, nell’esercito, nei servizi segreti, nei tribunali. La “Legge di Immunità” del 1978 chiuse il cerchio, impedendo che da quel momento in poi si potessero giudicare i crimini commessi durante la dittatura. Era nato il “Regime del ’78”.

La querella argentina

Non deve stupire, quindi, che ad interrompere decenni di impunità per certi personaggi non ci stia provando la magistratura spagnola, che negli ultimi anni ha respinto ben 80 denunce presentate da sopravvissuti e parenti delle vittime della repressione.

A tentare di punire i crimini compiuti durante la transizione è invece l’anziana e battagliera giudice argentina María Servini de Cubría, che indaga sui crimini del franchismo da ormai undici anni, dopo essersi “fatta le ossa” con le inchieste sulla dittatura militare argentina e il rapimento dei figli delle prigioniere antifasciste assassinate. A lei si deve una sentenza storica contro Rodolfo Martín Villa, ex ministro di Franco, capo del sindacato verticale fascista e governatore civile di Barcellona durante la dittatura, e poi titolare delle Relazioni Sindacali durante il governo di Arias Navarro e infine degli Interni nel governo di Adolfo Suárez, durante la cosiddetta “transizione”.
Nonostante gli ostacoli frapposti dai governi del Regno e dal suo sistema giudiziario, il 15 ottobre scorso la giudice della Corte Federale di Cassazione di Buenos Aires ha incriminato l’87enne Villa per crimini contro l’umanità – che non possono essere considerati prescritti – ordinandone la carcerazione preventiva (che vista l’età avanzata dell’imputato è stata sospesa) ed un embargo dei beni per un valore complessivo di quasi dieci milioni di euro.
Nel rinvio a giudizio Servini spiega che l’ex ministro «occupò una posizione preminente nella struttura gerarchica di potere» e per questo va ritenuto il responsabile ultimo dei crimini contestati, 12 casi di omicidio e tortura verificatisi durante la transizione. Quelli più efferati furono la strage di Gasteiz nel 1976 e l’assalto poliziesco alla Festa di Sanfermìn del 1978.

La strage di Vitoria e i fatti di Pamplona

Il 3 marzo del 1976 la Policia Armada fece irruzione nella chiesa di San Francisco, nel popolare quartiere di Zaramaga a Vitoria-Gasteiz (nel Paese Basco) dopo aver sparato quantità industriali di gas contro un’assemblea di lavoratori protagonisti di uno sciopero generale indetto per rivendicare aumenti salariali e diritti fino a quel momento negati. Avendo ricevuto l’ordine di sgomberare la chiesa a qualsiasi costo, i poliziotti spararono ad altezza d’uomo molte centinaia di proiettili; duemila, per l’esattezza, come si evince dalle registrazioni delle trasmissioni radio della polizia di quel giorno.
In totale morirono cinque lavoratori – Pedro Martínez Ocio, Francisco Aznar Clemente, Romualdo Barroso Chaparro, José Castillo García e Bienvenido Pereda Moral – e i feriti furono 150.

Due anni più tardi, l’8 luglio una trentina di agenti fecero irruzione, armi alla mano, nella Plaza de Toros di Pamplona durante la popolare festa di San Fermìn, dopo che era stato esposto uno striscione che chiedeva la liberazione dei prigionieri politici baschi. La folla fu travolta da centinaia di pallottole vere e rivestite di gomma, che causarono un morto – Germán Rodríguez, colpito in testa dalla Policía nacional – e cinquanta feriti.
Servini accusa Villa di essere responsabile di altre morti: quella di María Norma Menchaca, uccisa dai “Guerriglieri di Cristo Re” (un gruppo paramilitare di estrema destra) il 9 luglio del 1976 a Santurtzi; quella di José Maria Zabala Erasun, ucciso l’8 settembre dello stesso anno a Hondarribia dalla Guardia Civil; quella dello studente Arturo Ruiz García, ucciso a Madrid il 23 gennaio del 1977 durante una manifestazione da un gruppo paramilitare; quella di Rafael Gómez Jáuregui, assassinato a Rentería il 12 maggio 1977 dalla Guardia Civil; quella di José Luis Cano Pérez, assassinato dalla Policía Armada a Pamplona, il 14 maggio 1977; quella di Francisco Javier Núñez, torturato a morte da alcuni poliziotti il 15 maggio del 1977 a Bilbao.

L’inchiesta di Maria Servini

L’inchiesta venne aperta nel 2010, quando alcuni familiari delle vittime del franchismo e della transizione si rivolsero alla magistratura argentina nel tentativo di bypassare il muro invalicabile rappresentato dal rifiuto dei giudici e delle istituzioni spagnole di contestare l’immunità concessa agli aguzzini dalla legislazione approvata nel 1977-78. La denuncia delle vittime e dei loro familiari fu raccolta dalla giudice Servini che nel 2014, appellandosi all’universalità della giurisdizione per i crimini di “lesa umanità”, iscrisse nel registro degli indagati l’ex ministro Villa e altri 19 esponenti del regime franchista, ordinandone l’arresto e l’estradizione in Argentina. Alcuni di questi, come l’altro ex ministro José Utrera Molina o il poliziotto e torturatore Antonio González Pacheco, detto “Billy el Niño”, nel frattempo sono morti (Pacheco se l’è portato via il Covid, senza che il governo Sànchez gli ritirasse la decorazione concessagli nel 1977 proprio da Martin Villa).
Nel 2017 la Corte d’Appello argentina ha dato ragione agli avvocati difensori di Villa ed ha bocciato la richiesta di arresto emessa dalla giudice Servini. Ma il recente rinvio a giudizio di Villa rappresenta comunque un precedente rilevante, che Máximo Castex, l’avvocato che assiste i querelanti in Argentina, ha definito «un grande successo», ricondando che l’istruttoria è stata un processo lungo e complesso, dato che «ogni richiesta di prove è stata quasi sistematicamente respinta dalle autorità spagnole».

L’establishment a difesa di Martin Villa

D’altronde a difesa dell’ex titolare degli Interni finito sul banco degli imputati si sono mobilitati numerosi leader politici e sindacali spagnoli non solo della destra ma anche del centrosinistra. Tra questi, gli ultimi quattro ex primi ministri, sia del Partito Popolare che del Partito Socialista – Felipe González, José María Aznar, José Luis Rodríguez Zapatero e Mariano Rajoy – ma anche ex segretari generali dei sindacati Ugt (tradizionalmente vicino ai socialisti) come Nicolás Redondo e Cándido Méndez, e delle Comisiones Obreras (CC.OO., vicine ai comunisti), Antonio Gutiérrez e José María Fidalgo.
Nelle lettere di solidarietà inviate a Villa, l’ex premier socialista Felipe González – sotto il cui governo vennero formati e finanziati i Gal, squadroni della morte dediti a rapimenti, omicidi e attentati contro la dissidenza radicale basca – ha definito “persecutoria” la campagna lanciata dalla giustizia argentina contro l’accusato, descritto come «impeccabile e fortemente impegnato nel rispetto dello Stato di Diritto». Per Zapatero, invece, Villa ha contribuito a «consolidare la nascita della democrazia nel mio paese».

Per i suoi avvocati e i suoi difensori, Villa non ebbe alcun ruolo nei fatti che gli vengono addebitati, in quanto all’epoca della strage di Vitoria, ad esempio, era “solo” Ministro delle Relazioni Sindacali senza alcuna competenza in materia di sicurezza e repressione. Ma a decidere di inviare la polizia contro migliaia di operai in sciopero nel capoluogo basco furono proprio Villa e l’allora Segretario Generale del Movimiento Nacional Adolfo Suárez perché il responsabile degli Interni – Manuel Fraga – era in Germania. L’imputato, scrive Servini nella sentenza di rinvio a giudizio, «occupò una posizione preponderante nella struttura gerarchica di potere attraverso la quale si propagarono gli ordini verso gli esecutori diretti dei crimini».
«Tutta la struttura repressiva del regime franchista continuò a funzionare sotto la direzione della nuova classe dirigente del processo di transizione. Durante i primi anni si mantennero le norme, le strutture, gli agenti e le pratiche repressive proprie del regime e si assicurò l’impunità alle forze di sicurezza con tutti i mezzi a disposizione» aggiunge Servini in quello che costituisce un duro atto di accusa contro l’intero processo di transizione che da alcuni storici è stato definito “franchismo senza Franco”.

Da notare che la carriera di Martin Villa non si interruppe certo con la fine del periodo di passaggio dalla dittatura alla democrazia. Nel 1988 divenne deputato del Partido Popular, formazione nata da Alianza Popular, il movimento nato dall’ala dura del franchismo che a metà degli anni ’70 contestò le aperture alla democrazia liberale. Nel 1997 il premier Aznar lo nominò presidente di Endesa, la più importante compagnia energetica del Regno di Spagna. Nel 2013, infine, fu scelto come membro della Reale Accademia delle Scienze Morali e Politiche.

L’occasione persa dal governo Sànchez

Le prese di posizione degli ex leader politici e sindacali della sinistra spagnola a difesa di Martin Villa hanno generato indignazione, ovviamente, all’interno delle associazioni delle vittime del franchismo, per la difesa dei diritti umani e per il ristabilimento della memoria storica, oltre che nei partiti della sinistra radicale e nei movimenti indipendentisti baschi, galiziani e catalani, i quali sono tornati a chiedere la fine dell’impunità per i crimini commessi durante il franchismo e la transizione. Una richiesta di deroga della Legge dell’Immunità del 1978 (alla quale si ispirò la “Ley de Punto Final” approvata in Argentina nel 1983 dopo la fine della dittatura militare) che si somma a quelle pronunciate nel 2009 dal Comitato dei Diritti Umani dell’ONU e dal Comitato contro la Tortura sempre delle Nazioni Unite, alle quali il governo spagnolo oppose un secco rifiuto. Stesso scenario nel 2012, con un nuovo ‘no’ delle autorità spagnole alla richiesta dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani di derogare la Legge sull’Immunità perché in contrasto con le convenzioni internazionali in materia.

Nonostante a Madrid in carica ci sia da inizio 2020 il governo più progressista che la Spagna abbia conosciuto dalla morte di Franco, con la presenza di Podemos accanto al Psoe, si è persa una grande occasione per concedere giustizia e riparazione a coloro che soffrirono la repressione durante il regime e la transizione. Il Congresso dei Deputati non ha derogato gli articoli più scandalosi della Ley de Amnistia; la timida Legge per la Memoria Democratica proposta dall’esecutivo non permette di processare i responsabili dei crimini; la magistratura spagnola, da sempre egemonizzata da elementi vicini alla destra e all’estrema destra, continua a boicottare le indagini invece di collaborare. Pagine Esteri

 

* Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e del Nordafrica. Scrive tra le altre cose di Spagna e Catalogna.

 

 

 

 


Link:

https://www.planetadelibros.com/libro-la-transicion-sangrienta/268977

https://www.publico.es/politica/transicion-cuento-hadas-591-muertos.html

https://www.eldiario.es/sociedad/jueza-argentina-servini-procesa-rodolfo-martin-villa-homicidio-torturas-durante-franquismo_1_8402952.html

https://ctxt.es/es/20200901/Firmas/33340/Luis-Suarez-Carreno-Martin-Villa-justicia-Argentina-franquismo-impunidad.htm