Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 16 febbraio 2022 – Mentre molte redazioni giornalistiche hanno già indossato l’elmetto trasformandosi in megafoni della propaganda bellica, l’escalation in atto nel quadrante ucraino preoccupa più di qualche cancelleria.
Analizzando lo scenario al di là delle facili quanto spesso poco fondate tifoserie, appare evidente che la maggior parte degli attori in campo non ha alcun interesse a imbarcarsi in un conflitto le cui conseguenze potrebbero essere gravissime.



La Russia ha molto da perdere

Accusata di preparare – da mesi e alla luce del sole, perdendo il vantaggio rappresentato dall’effetto sorpresa? – una massiccia invasione dell’Ucraina, la Russia ha più da perdere che da guadagnare dall’eventuale deflagrazione di un conflitto aperto col vicino. Risulta evidente che le lunghe e mastodontiche esercitazioni realizzate dalle forze armate di Mosca in prossimità della frontiera puntino a mandare un inequivocabile segnale a Kiev e alla Nato, energicamente avvisati di quali potrebbero essere le tragiche conseguenze di un ingresso dell’ex repubblica sovietica nell’Alleanza Atlantica. Dopo la pausa trumpiana, il ritorno alla Casa Bianca di un inquilino democratico ha di nuovo portato la politica estera statunitense su posizioni aggressive e interventiste che il Cremlino intende contrastare.

     Ma uno scontro diretto comporterebbe costi pesantissimi per un paese militarmente potente ma economicamente ancora debole, privo di un forte mercato interno ed estremamente dipendente dalle relazioni con avversari e competitori.

    Un conflitto porterebbe gli Stati Uniti a imporre sanzioni durissime nei confronti di Mosca e dei suoi alleati, e lo stesso dovrebbero fare – volenti o nolenti – i paesi europei, infliggendo un duro colpo ad un paese tutt’altro che autosufficiente sul piano economico e commerciale. Mentre dopo il regime change filo Nato a Kiev del 2014 Putin non ha esitato ad annettere la Crimea per assicurarsi un avamposto militare strategico nel Mar Nero – e quindi nel Mediterraneo – e il controllo dell’accesso al Mar d’Azov, la conquista dell’Ucraina o di una parte di essa non costituisce un obiettivo imprescindibile. In uno scontro diretto con Kiev, la Russia potrebbe contare su una superiorità soverchiante, ma rischierebbe di impantanarsi in una sfibrante occupazione e di pagare un prezzo troppo pesante in termini umani, economici e militari. A meno che non consideri ineluttabile lo scontro diretto con Washington e abbia quindi deciso di colpire per prima.

L’Unione Europea tra due fuochi

Il protagonismo di Francia e Germania nel tentativo di gettare acqua sul fuoco del conflitto, dimostra quanto una guerra nel quadrante ucraino preoccupi le cancellerie dei paesi pilastro dell’Unione Europea.
Ancor più delle sanzioni spiccate contro Mosca dopo l’annessione della Crimea, infatti, quelle più draconiane che seguirebbero un eventuale scontro in Ucraina provocherebbero un danno enorme alle economie continentali, precludendo l’importante mercato russo alle imprese europee e provocando la ritorsione della Federazione Russa sul fronte energetico. Il gas russo, infatti, copre attualmente più del 40% del fabbisogno europeo a prezzi relativamente contenuti. Soprattutto la Germania, che dipende per il 55% dal gas russo, risulterebbe assai danneggiata dalla rinuncia al Nordstream 2 – che dovrebbe aumentare in maniera consistente i rifornimenti provenienti da Mosca attraverso un condotto pensato per bypassare l’Ucraina – e dal crollo delle esportazioni nella Federazione Russa.

    Inoltre, il rinnovato protagonismo militare e di leadership di Washington e di Londra nell’offensiva – per quanto indiretta – contro Mosca imporrebbero una pesante battuta d’arresto ai piani europei, e in particolare francesi, di creazione di uno strumento militare dell’UE “complementare” ma autonomo rispetto alla Nato.

L’incontro a Mosca tra Macron e Putin

L’Ucraina è un vaso di coccio

Contrariamente a quanto si può pensare, lo scontro diretto con la Russia non conviene neanche alla stessa Ucraina, il cui governo infatti non fa che smentire – per quanto educatamente – le dichiarazioni allarmistiche e parossistiche diffuse dai governi e dai servizi segreti statunitensi e britannici riguardo una “imminente invasione”. A Zelenskyi, accusato in patria di scarsa determinazione nei confronti dei separatisti del Donbass e della Russia, non sfugge che una radicalizzazione ulteriore della situazione potrebbe aprire la strada ad una sua defenestrazione da parte delle forze ultranazionaliste e delle milizie fasciste, alcune delle quali integrate nell’esercito di Kiev.
Inoltre, pur promettendo “immediate e pesanti ritorsioni” in caso di intervento russo, Joe Biden ha già chiarito che non interverrebbe militarmente contro le forze di Mosca. Per quanto sostenuta da continui e ingenti rifornimenti di armi e dall’azione di reparti speciali e consiglieri militari della Nato, una Ucraina spinta contro la Federazione Russa non avrebbe alcuna chance di spuntarla. Kiev, vaso di coccio fra i vasi di ferro, rischierebbe di ripercorrere le orme della Georgia: spinta da Washington contro la Russia (con l’intento di ristabilire il controllo sulle repubbliche secessioniste dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia), durante il conflitto dell’agosto 2008 Tbilisi venne lasciata sostanzialmente sola dalla Nato – anche a causa dell’opposizione dell’UE a imbarcarsi in un conflitto con Mosca – incassando una cocente sconfitta militare. Al di là delle roboanti dichiarazioni dei propri leader politici e nonostante i massicci aiuti finanziari e militari – non certo disinteressati e a costo zero – da parte della Nato e della Turchia, l’Ucraina è ad un passo dalla condizione di “stato fallito”.

Un clash diretto con la Russia potrebbe condurre alla perdita di una vasta porzione di territorio, se non alla deflagrazione di uno stato composito afflitto da profonde fratture di carattere etnico, culturale e ideologico. Per quanto l’escalation indotta dalle lunghe esercitazioni delle truppe russe ai confini e dagli allarmistici annunci statunitensi abbia mobilitato una parte della popolazione ucraina, una parte importante di essa sembra avere ben altre preoccupazioni e priorità che la riconquista di Donetsk e Lugansk. In un sondaggio realizzato in Ucraina dall’International Republican Institute, un think tank conservatore americano, nel novembre del 2021, quando la tensione si tagliava già con il coltello, il 45% degli intervistati ha indicato la corruzione degli apparati statali come principale problema del paese, seguito dall’inflazione (34%), dall’aumento dei costi di elettricità e riscaldamento (31%) e dalla disoccupazione (30%). Solo il 20% dei sondati ha scelto “il conflitto militare in Donbass”, a pari merito con l’incompetenza del governo. Solo l’8% ha poi indicato “le relazioni con Mosca” e ancor meno – il 3% – l’annessione della Crimea alla Russia. Nelle ultime settimane la crisi, senza neanche sfociare in un conflitto militare diretto, ha già causato all’economia ucraina ingenti perdite approfondendone la dipendenza dai suoi sponsor occidentali e dalle istituzioni finanziarie internazionali.

Marcia nazionalista a Kiev il 12 febbraio

Gli obiettivi di Washington

Anche alcuni tradizionali alleati di Washington, tra questi la Turchia, temono l’esplosione di un conflitto. L’unico paese a trarre sostanziali vantaggi da uno scontro diretto tra Russia e Ucraina sarebbero gli Stati Uniti, ai quali dopo la Brexit si è tenacemente agganciata una Gran Bretagna in cerca di nuove occasioni di egemonia.
Innanzitutto, l’escalation permette a Washington di recuperare iniziativa e leadership all’interno di una Nato che da anni sembra immobilizzata dalla necessità per l’UE di dotarsi di un esercito europeo come strumento di proiezione internazionale dei propri interessi. La tensione fornisce inoltre l’occasione agli Usa di rafforzare la propria presenza militare in Europa orientale e settentrionale, esattamente ciò che Mosca contesta e intende frenare. Washington sta operando affinché la crisi, che pure contribuisce non poco ad esasperare, convinca alcuni paesi europei che finora erano rimasti fuori dall’Alleanza Atlantica ad aderirvi, a partire dalla Finlandia e dalla Svezia.
Sul fronte energetico, la rottura tra UE e Russia permetterebbe agli USA di sostituirsi a Mosca come fornitori di gas dei paesi europei, nonostante il prodotto dell’industria estrattiva statunitense – ottenuto in gran parte attraverso le attività di fracking, altamente inquinanti – risulti di gran lunga più caro e assai più complicato da trasportare. L’UE sta già cercando delle alternative tanto alla Russia quanto agli Stati Uniti – rivolgendosi ad esempio alla Nigeria o al Qatar – ma le conseguenze economiche per l’industria e la popolazione europee sarebbero rilevanti.
La crisi sta inoltre esasperando le tensioni all’interno dell’alleanza continentale, minacciandone la coesione, con i paesi dell’Europa orientale e settentrionale vicini a Washington che spingono in una direzione e quelli più vicini a Mosca – in particolare l’Ungheria – che spingono in un’altra.

Gli Usa sono convinti che allontanare ulteriormente l’UE dalla Russia, indebolendone l’economia e quindi la capacità di costituire un blocco geopolitico autonomo, possa ritardare il proprio evidente declino e colpire i propri competitori sullo scacchiere mondiale.

Vladimir Putin e Xi Jinping

La strategia USA avvicina Russia e Cina e indispettisce l’UE

Paradossalmente, però, l’aggressività e la palese strumentalità della strategia statunitense potrebbero contribuire – com’è del resto già avvenuto – a rafforzare il “partito indipendentista europeo” e a spingere la Russia e in particolare la Cina a sviluppare contromisure di tipo strategico. L’accerchiamento militare e diplomatico statunitense ha già spinto Mosca e Pechino a rincorrere Washington nello sviluppo del proprio potenziale bellico e della creazione di una propria area di influenza a livello mondiale. Dall’imposizione delle prime sanzioni statunitensi ed europee nel 2014, poi, la Russia ha differenziato i suoi investimenti, le sue riserve e le relazioni commerciali con altri partner, ridotto il debito denominato in valuta estera e la quota delle obbligazioni sovrane detenuta da stranieri. Soprattutto, l’assedio USA sembra spingere Russia e Cina verso una maggiore collaborazione, nonostante i due paesi siano in competizione su diversi fronti. Ad esempio, Mosca ha aumentato in maniera consistente le proprie esportazioni di combustibili fossili in Cina, passati dal 7% nel 2013 al 20,5% nel 2020. L’energivoro mercato asiatico potrebbe rapidamente compensare un crollo delle esportazioni verso l’Europa e in un recente incontro tra Putin e Xi Jin Ping in occasione delle Olimpiadi invernali di Pechino, il leader cinese si è per la prima volta espresso apertamente contro l’espansione della Nato.
Nella foga di affondare o indebolire i propri competitori, insomma, gli Stati Uniti potrebbero involontariamente contribuire a rafforzarli. Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e del Nord Africa. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale.


FONTI E LINK DI APPROFONDIMENTO:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/02/15/ucraina-la-guerra-del-gas-puo-diventare-un-deterrente-interrompere-le-forniture-non-conviene-a-nessuno-ma-gli-usa-provano-ad-allontanare-leuropa-da-mosca/6492884/

https://www.iri.org/resources/iri-ukraine-poll-shows-support-for-eu-nato-membership-concerns-over-economy-and-vaccines-for-covid-19

https://www.nova.news/nato-le-tensioni-con-la-russia-riaprono-il-dibattito-sulladesione-di-finlandia-e-svezia

https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/STATEMENT_22_1023

https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/ucraina-sanzioni-russia-af31qgli