di Bruno Sergentini a Ramallah

Pagine Esteri, 22 aprile 2022 – La questione israelo-palestinese è scomparsa da lungo tempo dall’agenda della comunità internazionale. La guerra in Ucraina ha offerto un pretesto inatteso per metterla definitivamente da parte. La principale pentola mediorientale però ha ripreso a bollire. “Israele sta camminando su una linea sottile tra guerra e pace”, così il Jerusalem Post titola un commento a quanto sta succedendo da giorni a Gerusalemme. Una valutazione allarmata condivisa da molti osservatori, che precisano come sia l’intera area che va dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo (Israele, i Territori palestinesi occupati di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est) a condividere quella condizione.



Lo testimonia la cronaca. Gli attentati dentro Israele hanno provocato 14 vittime nell’ultimo mese. Le incursioni dell’esercito israeliano in tutte le principali città Cisgiordania sono quotidiane. E l’elenco dei morti e dei feriti palestinesi e di quelli arrestati (in gran parte ragazzi e ragazze) si allunga ogni giorno. Centinaia i feriti e oltre cinquecento gli arresti all’interno e intorno alla Moschea di Al Aqsa di Gerusalemme.

I fatti di cronaca da soli però non raccontano per intero la tensione che cresce nell’area e che spinge in un vicolo cieco l’Autorità nazionale palestinese (Anp) – con il presidente Abu Mazen sempre più esposto alle critiche delle varie fazioni dell’Olp e del suo stesso partito Fatah – insieme a tutti gli attori politici e militari sulla scena. Il calendario aveva già preparato per Gerusalemme, città simbolo delle tre religioni monoteistiche, una condizione particolarissima che si verifica ogni trenta anni circa, le festività della Pasqua Ebraica e di quella Cristiana (cattolica e ortodossa) che cadono durante il Ramadan, il mese sacro dei musulmani. Una circostanza imperdibile per quanti millantano ragioni solo religiose come motivo del conflitto israelo-palestinese.

Un appuntamento al quale si sono presentate puntualmente la frange più estreme dei partiti religiosi ebraici e del movimento dei coloni israeliani, facendosi scortare dall’esercito – per pregare, in violazione dello status quo – all’interno della Spianata delle Moschee, rivendicata come il Monte del biblico Tempio, sgombrata a forza dai fedeli musulmani. Una operazione dirompente, che dopo gli scontri violentissimi del secondo venerdì di Ramadan, si ripete ormai quotidianamente, malgrado la condanna anche dei paesi arabi del patto di Abramo e il giudizio di “inopportunità” espresso dall’Europa e dagli stessi Stati Uniti. Gerusalemme fa comunque notizia, anche se con crescente fatica.

Le ragioni di questo sentiero pericoloso sono tuttavia molto più profonde, se non altro perché quella dello stato di guerra è una condizione che permane da decenni, al punto che sarebbe più corretto parlare di una linea sottile che separa il conflitto quotidiano al quale si è drammaticamente fatta l’abitudine, da una deflagrazione che potrebbe non essere più circoscritta a Gaza come nelle occasioni più recenti.

 

 

 

 

A pesare sono in particolare le complessità in cui versano gli attori principali, almeno quelli locali. Israele sta uscendo faticosamente dalla pandemia, dopo averla gestita con difficoltà di gran lunga maggiori di quelle narrate a beneficio della opinione pubblica internazionale, si ritrova con un governo senza maggioranza, che ora può contare solo su sessanta parlamentari sui 120 della Knesset, frutto di una coalizione che era nata solo per impedire all’ex premier Benyamin Netanyahu di restare al potere.

Un paese alle prese con una acuta crisi economica e sociale, dopo due anni trascorsi senza poter contare sulla la ricchezza prodotta dai sei milioni di turisti ai quali sono state riaperte le porte appena un mese fa. Dove la discriminazione ai danni del quarto arabo della popolazione innesca con frequenza crescente proteste nelle principali città. Il tutto in un contesto che vede i coloni israeliani dettare le regole della vita quotidiana per i palestinesi nella Cisgiordania occupata e persino i movimenti dell’esercito israeliano.

Poi c’è il versante palestinese. C’è Gaza, dove il “Centro per i Diritti Umani” denuncia la ripresa esecuzioni capitali. Il movimento Hamas detiene ed esercita incontrastato il potere, apparentemente senza avversari, con una popolazione stremata dall’ennesimo, sanguinoso conflitto dell’anno scorso.  In Cisgiordania, malgrado i risultati delle recenti elezioni municipali fossero stati per Fatah meno pesanti di quelli prevedibili, proseguono il declino di Abu Mazen e la perdita di credibilità dell’Anp tra i palestinesi e anche sul piano internazionale.

Insieme alle tensioni politiche, a pesare è anche la crisi finanziaria che sembra irreversibile, dopo la sospensione degli aiuti all’Anp da parte dell’Unione Europea motivata con la richiesta, formulata dall’Ungheria, di revisione di libri di testo forniti alle scuole dal ministero della pubblica istruzione palestinese, il cui contenuto, secondo il governo del leader (razzista) ungherese Victor Orban, istigherebbe gli studenti alla violenza contro Israele. Di conseguenza sono decine di migliaia i dipendenti pubblici palestinesi rimasti senza stipendio o con il salario versato a rate. I servizi gestiti dagli Enti locali non hanno la necessaria copertura di bilancio e le banche locali, per le sofferenze da crediti al consumo non esigibili, sono sull’orlo del collasso.

In questo contesto, la questione di Gerusalemme, già incandescente da mesi per le minacce di espulsione di decine di famiglie palestinesi dai quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan, sta mettendo la leadership dell’Anp, non solo il suo presidente, ma tutto il Governo guidato dal premier Mohammed Shtayyeh, Fatah e lo stesso comitato esecutivo dell’Olp di fronte ad una alternativa sempre più secca. Da un lato c’è la scelta di dichiarare la morte definitiva degli accordi di Oslo del 1993, con la conseguente sospensione del riconoscimento di Israele e la rottura di tutti i protocolli successivi, a cominciare dal coordinamento di sicurezza con le forze di occupazione. Un passo che comporterebbe lo scioglimento conseguente dell’Anp. Dall’altro c’è la definitiva accettazione dei dirigenti dell’Anp del ruolo di tutori ad oltranza di un “disegno di pace” che in concreto non trova più sostenitori in grado di attuarlo, accettando così l’etichetta, pronta da tempo, di essere collaborazionisti dell’occupazione. Una condizione precaria per Abu Mazen e dei suoi collaboratori confermata dall’ultima decisione improvvisa di rinviare la riunione dell’esecutivo dell’Olp convocata d’urgenza per la scorsa domenica.

Intanto, i palestinesi avvertono che la reazione debole, insufficiente della Giordania, custode dei luoghi santi a Gerusalemme, alle azioni della polizia israeliana sulla Spianata delle Moschee fa compiere un passo avanti alla presunta volontà della destra religiosa israeliana, di dividere in due il luogo sacro, secondo il modello adottato ad Hebron per la Moschea di Abramo /Tomba dei Patriarchi, e di cominciare a ricostruire il Tempio ebraico. https://www.jpost.com/christianworld/article-704445 per arrivare poi ad una intesa con i Paesi arabi per un controllo totale e definitivo di Gerusalemme da parte di Israele, in cambio di accordi bilaterali per un accesso programmato ai pellegrini musulmani e di altre religioni. Pagine Esteri