di Pietro Figuera* – 

Pagine Esteri, 27 aprile 2022 – La guerra in Ucraina è entrata in una nuova fase. E basta dare un’occhiata alla situazione sul terreno aggiornata per rendersene conto. L’offensiva nordica, che a tratti è sembrata la principale direttrice dell’intervento russo, ha cessato di produrre i suoi effetti. Ovvero è evaporata con una ritirata che ha progressivamente coinvolto quasi tutte le forze dislocate tra Kiev e il confine bielorusso.



Per gli amanti degli eufemismi, si è trattato di una rimodulazione degli obiettivi russi in Ucraina. Per tutti gli altri, di un fallimento. A meno di sostenere che la campagna su Kiev fosse soltanto un diversivo ben studiato. Tesi ardita che si scontra con alcuni fatti poco contestabili: tra questi, l’atterraggio dei paracadutisti della VDV (Vozdushno-desantnye Voyska Rossii) nell’aeroporto di Hostomel (a una trentina di chilometri da Kiev), avvenuto già il 24 febbraio con il chiaro intento di costituire una testa di ponte per la presa della capitale, e l’utilizzo di una massiccia colonna di mezzi corazzati (lunga fino a 60 km, secondo le stime ucraine) per l’assalto, poi dispersisi nella boscaglia proprio per attuare la manovra di accerchiamento. Senza contare i costi economici, la dispersione delle unità sul terreno, l’utilizzo di elementi militari di particolare importanza per l’andamento dell’offensiva (la 45esima Brigata Spetsnaz e gli elicotteri d’assalto Kamov Ka-52 “Alligator”). Non certo unità sacrificabili con leggerezza.

Conquistare Kiev significava entrare nel cuore politico (e storico-simbolico) dell’Ucraina. E tagliare la testa, forse non solo metaforicamente, alla dirigenza del Paese. Dunque raggiungere il principale obiettivo espresso da Putin con il suo discorso sulla denazificazione dello sgradito vicino. Tenendo in pugno la capitale, possibilmente sguarnita di buona parte dei suoi abitanti – fuggiti verso ovest – e quindi priva di particolari capacità di resistenza e guerriglia, i russi avrebbero potuto facilmente stabilire le sorti dell’intera Ucraina. Decidendo di smembrarla oppure di “addomesticarla” con la formazione di un cambio di regime molto più vicino a Mosca, persino più di quanto lo fosse mai stato Viktor Janukovyč. O magari entrambe le cose.

Ma le cose, appunto, sono andate molto diversamente. Non solo la guerra lampo è fallita, ma anche la presa di Kiev è progressivamente diventata una chimera. A distanza di due mesi, le parole rivolte da Putin agli alti gradi militari ucraini – ovvero l’invito a prendere il potere contro Zelenskij, sull’onda del momentaneo sconcerto per l’escalation russa – suonano buffe e tragicomiche, certamente inconsapevoli dei rapporti di forza che stavano per profilarsi sul campo. Da sole bastano a smentire l’idea di una guerra già pianificata per essere lunga, ma all’occorrenza si possono citare pure le disfunzioni logistiche e le intercettazioni di chi era convinto di risolvere la questione in pochi giorni. Magari aiutato da una popolazione almeno in parte entusiasta di rovesciare il proprio governo. “Niente pane e fiori” per i “liberatori” russi: lo constatava invece, amaramente, il colonnello generale Vladimir Čirkin in un’intervista al sito russo South Front[1].

Cosa è andato storto? La lista è lunga, anche se difficilmente potrà essere esaustiva senza un’approfondita indagine futura. Qualche spunto possiamo già fornirlo. Su un piano strettamente operativo, in tanti hanno evidenziato le difficoltà logistiche nei rifornimenti e nella continuità delle offensive, spesso arenatesi prima di poter cogliere di sorpresa gli avversari. Gli ucraini hanno sabotato per tempo le ferrovie, cardine della dottrina militare russa, e hanno sfruttato a proprio vantaggio le carenze della rete viaria del proprio Paese, costringendo il nemico a incolonnare mezzi lungo pochi assi stradali per evitare il fango – a riprova, si vedano i successi delle avanzate russe a sud, dove l’impianto stradale è più reticolato. Oltre sulla loro scarsa manovrabilità, ciò si è ripercosso sulla vulnerabilità dei mezzi russi agli attacchi della resistenza, condotta attraverso mezzi anticarro e droni.

E a proposito di droni, va segnalato come l’incapacità russa di distruggere le difese aeree ucraine nei primi giorni di combattimento sia stata dirimente. Il merito va anche a chi, negli alti comandi di Kiev, ha avuto l’intuizione di disperdere subito le unità aeree in basi minori (quindi meno soggette ad attacchi aerei e missilistici russi) e forse farle atterrare pure su alcune autostrade. Ma da parte di Mosca va detto che mancava un’esperienza in questo senso, dato che nella maggior parte dei conflitti combattuti negli ultimi anni (dalla Cecenia alla Siria) non vi era proprio stata la necessità di sopprimere forze aeree avversarie. Tra l’altro le capacità antiaeree ucraine, rimaste quasi intatte, hanno costretto i piloti russi a volare a quote più alte e dunque a ridurre l’efficacia dei propri bombardamenti, aumentando al contempo la portata delle vittime civili. L’assenza di predominio aereo ha aumentato gli attacchi dei droni ucraini, contribuendo all’isolamento di alcune unità russe già in difficoltà di rifornimento, e spesso dunque costrette ad abbandonare i propri mezzi sul campo.

I palesi errori di valutazione del Cremlino non significano tuttavia l’inesistenza di un piano B, probabilmente ipotizzato fin dall’inizio. Un piano disegnato su misura degli obiettivi minimi sindacali di Mosca, quelli che non sarebbe stato possibile non centrare una volta avviata l’operazione bellica. Quali? Come già riportato qualche settimana fa su questi schermi, tali obiettivi comprendono certamente il pieno controllo (meglio se possesso) dell’intero Donbass, nonché di quella striscia di territorio che può assicurare una continuità da Taganrog a Kherson, e possibilmente fino a Odessa e alla Transnistria. Garantendo un certo ancoraggio “terrestre” alla penisola di Crimea, specie adesso che si vocifera apertamente di una possibile distruzione[2] del Krimskij Most – il ponte che la collega alla Russia internazionalmente riconosciuta.

Ed ecco dunque la seconda fase del conflitto, che deve fare i conti subito con alcune necessità e altrettante deficienze. Prima di tutto, la conquista di Mariupol’. Negli ultimi giorni sono rimbalzate versioni opposte sull’effettivo possesso della città sul Mar d’Azov, sotto assedio fin dalle prime settimane del conflitto. Alla fine è apparso chiaro che i russi ne avessero preso il totale controllo, ad eccezione dell’acciaieria di Azovstal dove si erano rifugiati gli ultimi resistenti. La presa di Mariupol’ – e la resa delle ultime unità del Battaglione Azov – è un obiettivo di triplice valenza per Mosca: consente infatti di chiudere definitivamente la morsa sul Mar d’Azov (e liberare truppe utili in altri contesti), di assicurarsi un bacino industriale di notevole importanza e di festeggiare una vittoria di enorme impatto simbolico su alcuni dei principali bersagli della propria opera di “denazificazione”.

Se la conquista di Mariupol’ sorride ai russi, altrettanto non può dirsi degli altri fronti attivi. Si segnala infatti l’impossibilità – o quantomeno l’improbabilità – di far partire un’offensiva sulla metropoli di Odessa, il più importante porto ucraino (benché congelato dal blocco navale russo). A frenare Mosca è la difficoltà di far affidamento sui sabotatori locali, stanati già nei primi giorni di conflitto: questi avevano il compito di segnalare ai russi i punti sicuri di approdo navale e di atterraggio di truppe aviotrasportate. Senza queste basi, l’alternativa per gli attaccanti sarebbe quella di bombardare indiscriminatamente le postazioni avversarie. Ma ciò provocherebbe un alto numero di vittime tra i civili e soprattutto gravi danni in una città che per i russi ha forte valenza simbolica ed emotiva. Odessa sarebbe importante per collegare i territori attualmente in mano alla Russia con la Transnistria, fedele a Mosca ma rimasta finora pressoché inerte.

Resta infine il fronte del Donbass vero e proprio, risultato minimo per Putin. A scongiurare però una svolta, qui è l’assenza di un effetto sorpresa. Che combinata con il fatto che le truppe ucraine di stanza nell’area sono tra le meglio addestrate d’Ucraina, rendono assai difficile lo sfondamento. Da parte russa c’è la possibilità di concentrare le forze residue su un unico fronte, sfruttando meglio la propria dottrina militare della superiorità di fuoco, necessaria a sovrastare il nemico. Ma i soldati ucraini possono contare su un morale molto più alto, nonché sulle armi – in particolare i Javelin statunitensi e i Nlaw britannici – affluite in modo copioso da Occidente. Inoltre, a differenza delle forze russe che hanno fronteggiato i nemici per interposte Donec’k e Lugansk, le forze ucraine sono forgiate da otto anni di esperienza diretta sul campo e vantano all’attivo almeno 300mila uomini con addestramento completo. Senza contare i volontari che già nella prima settimana di guerra avevano superato per numero le unità regolari dell’esercito.

La situazione sul campo dunque sembra ben lungi dallo sbloccarsi, e ciò si riflette anche nello stallo delle trattative diplomatiche. Con simili tempistiche, appare difficile per Putin riuscire a concludere la guerra prima del 9 maggio, come auspicato dai canoni della propaganda nazionale. Più probabile che, a questo punto, cerchi una guerra di attrito e logoramento che alla lunga potrebbe volgersi a sfavore di Kiev, soprattutto se l’Occidente dovesse cominciare a distrarsi o a dividersi sull’appoggio da fornirgli.

 

[1] Citata in “Perché è fallito il blitz di Putin”, pp. 35-46, LIMES 3/22 “La fine della pace”.

[2] https://ukrainenews.fakty.ua/400020-nuzhno-vybrat-moment-general-otvetil-mozhet-li-ukraina-unichtozhit-krymskij-most

 

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*Laureato in Relazioni Internazionali presso l’Alma Mater di Bologna e in seguito borsista di ricerca con l’Istituto di Studi Politici S.Pio V, si è specializzato in storia e politica estera russa, con particolare riferimento all’area mediorientale. Autore de “La Russia nel Mediterraneo: Ambizioni, Limiti, Opportunità”, collabora con diverse realtà, tra cui la rivista Limes, il Groupe d’études géopolitiques e il programma di Rai Storia Passato e Presente. Ha fondato e dirige Osservatorio Russia, progetto di approfondimento sulla geopolitica dello spazio post sovietico.