di Valeria Cagnazzo

Pagine Esteri, lunedì 9 maggio 2022 – “Stanno arrivando adesso dalla strada / ragazze dai corpi tormentati, allevate con il dolore / La gioia è svanita dai loro volti / cuori vecchi e attraversati da crepe / Nessun sorriso appare sui cupi oceani delle loro labbra / Non una lacrima sgorga dai letti asciutti dei loro occhi / Oh Dio, potrei sapere se le loro grida senza voce raggiungono le nuvole, / i cieli a volta? / Il suono dei passi verdi è la pioggia”.



Scriveva così la poetessa di Herat Nadia Anjuman, prima che nel novembre del 2005 fosse barbaramente uccisa dal marito. Nata nel 1980, aveva assistito negli anni ’90, ancora ragazza, alle stesse prescrizioni e all’oppressione del regime talebano che le donne afghane vivono di nuovo oggi. Tutte le foto disponibili in rete la ritraggono con il volto scoperto. La violenza domestica che la portò alla morte avvenne nel periodo dell’occupazione americana. Anche senza i Talebani, infatti, soprattutto nelle comunità rurali ma non solo, una donna che scriveva, una donna colta e con ambizioni era una donna pericolosa, un’anomalia da eliminare.

I “nuovi” talebani continuano a ricalcare i passi del regime degli anni ’90, e il recente decreto cade come il colpo di scure definitivo sulle donne afghane. Dopo il divieto di muoversi da sole e di frequentare la scuola dopo il settimo grado, arriva l’obbligo di indossare il burqa. Non si tratta semplicemente di una direttiva, ma di una vera e propria legge: una “novità” del governo talebano, che, malgrado le promesse dell’agosto 2021, sta confermando di non essere affatto cambiato rispetto al passato.

A decretare la nuova disposizione è stato sabato 7 maggio il Ministero della Propagazione della Virtù e della Prevenzione del Vizio, reinstaurato dai Talebani sostituendo il Ministero per gli Affari delle Donne. Nel testo si legge che è necessario che tutte le donne rispettabili indossino il velo (hijab), e che la “migliore scelta” è il chadori, ovvero il burqa azzurro che copre la donna dalla testa ai piedi. E’ anche “accettabile” un lungo velo nero che copra integralmente la donna allo stesso modo. “Qualsiasi indumento”, ha specificato il ministero, “che copra il corpo della donna si considera hijab, purché non sia troppo stretto né troppo sottile da far vedere le parti del corpo”.

Il testo dettagliato della legge impone quindi il burqa a tutte le donne, il pesante scafandro a copertura integrale, spesso di materiale sintetico, che lascia aperta solo una fitta griglia di stoffa all’altezza degli occhi. Esenti dall’obbligo di indossare questo capo imposto dalla tradizione talebana e non prescritto all’interno di nessun testo sacro solo le bambine e le donne troppo anziane per tollerarlo. Il decreto, inoltre, definisce anche le punizioni per chi contravverrà alla legge: la donna che non indossa il burqa, infatti, si macchia da oggi in poi di un vero e proprio crimine.

A essere puniti, in realtà, se le donne non indosseranno adeguatamente il velo in pubblico, saranno gli uomini. Sono i “guardiani”, i “mahram”, infatti, i responsabili per le donne della loro famiglia. Da oggi in avanti, sarà loro dovere non solo accompagnarle qualora volessero uscire in pubblico, ma anche vigilare severamente sul loro abbigliamento. “Se una donna è sorpresa senza hijab, il suo mahram sarà redarguito. La seconda volta, sarà convocato (dagli ufficiali della polizia del Ministero, ndr), e dopo ripetuti richiami, il suo guardiano sarà tenuto in carcere per tre giorni”. Il portavoce del Ministero, Akif Muhajir, ha tenuto a specificare che i guardiani responsabili di ripetute offese al costume religioso da parte delle donne potranno essere “mandati in tribunale per ulteriori pene”.

“I talebani stanno strappando via quel poco di autonomia rimasta alle donne e alle ragazze”, ha twittato Heather Barr, codirettrice di Human Rights Watch nella divisione sui diritti delle donne. “Stanno creando una situazione in cui non è neanche nelle loro mani la possibilità di decidere se resistere o no, perché sono i loro familiari di sesso maschile che vengono messi in pericolo”.

La notizia del decreto dei talebani ha provocato, nelle ventiquattro ore successive, gravi reazioni da parte della comunità internazionale e denunce vigorose da parte di molte ONG. La richiesta lanciata da parte degli attivisti è stata quella di un intervento internazionale in difesa dei diritti delle donne ormai definitivamente cancellati in Afghanistan. Resta, tuttavia, da domandarsi di quale intervento ci sia bisogno, se vent’anni di occupazione militare occidentale nel Paese, giustificata proprio nel nome della democrazia e dei diritti umani, lasciano oggi queste disastrose conseguenze, tutte a carico della popolazione afghana.

E’ sempre Heather Barr di Human Rights Watch a problematizzare in maniera più sottile la natura di un fantomatico “intervento internazionale”, in un Paese in cui la nostra presenza, a otto mesi dalla partenza delle truppe, non ha lasciato grandi benefici. In un articolo di circa due mesi fa, che ha riproposto l’8 maggio scorso, si rivolgeva a Canada, Francia, Germania e Svezia. “Sono quattro dei soli cinque Paesi che affermano di avere una “politica estera femminista””, scriveva. Paesi che in Afghanistan negli ultimi 20 anni erano impegnati con migliaia di uomini a sostegno degli Stati Uniti e che avevano motivato la loro partecipazione all’occupazione con un “impegno per i diritti umani”. Secondo Barr, la violazione dei diritti delle donne in Afghanistan oggi rappresenta il banco di prova per i governi occidentali che rivendicano il femminismo della loro politica estera.

Secondo il primo Paese che si è appropriato della definizione, la Svezia, avere una politica estera femminista “significa applicare una prospettiva sistematica di uguaglianza di genere in tutta l’agenda di politica estera”. E’ per questo che, ora più che mai, secondo la direttrice di Human Rights Watch, questi Paesi un tempo interessati all’Afghanistan dovrebbero reagire violentemente ai decreti dei talebani contro le donne. Non con atti di guerra, ma con pressioni decise da parte dei gabinetti dei loro ministeri degli Esteri.

Il regime talebano, infatti, ha mostrato in questi mesi di essere “sensibile”, in quanto vulnerabile, alle opinioni e alle sanzioni internazionali. I Paesi occidentali, tuttavia, compresi quelli con politiche estere femministe, secondo Barr hanno fatto poco o niente in risposta alle progressive violazioni dei diritti in Afghanistan. Hanno, anzi, addirittura dialogato coi governanti talebani inviando delegazioni di diplomatici interamente al maschile, adeguandosi al loro maschilismo.

Se c’è davvero spazio per il femminismo nelle agende politiche internazionali, dunque, questo è il momento per dimostrarlo, secondo Barr. Una posizione scomoda, perché ci interroga da vicino e non ci lascia comodamente puntare il dito contro un Paese lontano. Intervenire contro i talebani significa, oggi, intervenire in prima battuta sulle nostre democrazie e sul valore che attribuiamo ai diritti umani, in casa nostra. E domandarci se siamo davvero disposti ad accogliere il femminismo nella nostra politica estera.

 

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