di Valeria Cagnazzo

Pagine Esteri, 25 luglio 2022 –  Non è una storia di datteri – Era la fine di marzo, il mondo intero era concentrato sulla guerra russo-ucraina e nei Paesi arabi le famiglie si preparavano al mese sacro del Ramadan, che sarebbe iniziato il 2 aprile. In quel periodo dell’anno, la vendita dei datteri sale vertiginosamente: è con questo frutto che tradizione vuole si interrompa il digiuno al tramonto. Sui social marocchini, in quei giorni, diversi account lanciavano l’hashtag #BoycottAlgerianDates, “Boicotta i datteri algerini”. Un altro capitolo della “guerra dei datteri” tra i due Paesi, tra i quali i rapporti non sono certamente distesi. Un anno prima, con gli stessi hashtag, i marocchini erano stati invitati ad acquistare solo datteri nazionali e a evitare quelli algerini perché “infestati da insetti mortali”. Quest’anno, non erano gli insetti a rendere pericolosi i frutti importati dall’Algeria.



Protezionismo e rivalità politica, indubbiamente, ma la “guerra dei datteri” chiamava in causa anche un altro spettro del passato. Sui social media si leggeva: “Con l’avvicinarsi del Ramadan, dovremmo tutti stare attenti ai datteri algerini. Contengono resti di radiazioni nucleari e sono irrigati con acque reflue. Si tratta di una combinazione di ingredienti che possono minacciare la tua vita e quella della tua famiglia”.

Nonostante la reazione del governo di Algeri, pronto a dichiarare la sicurezza dei propri datteri esportati in tutto il mondo, l’accusa si fondava, di fatto, su un capitolo irrisolto della storia algerina. I detrattori del dattero di importazione accusavano gli agricoltori algerini di coltivare i propri prodotti in campi “troppo vicini” alle aree del deserto del Sahara contaminate da “scorie nucleari”. Una realtà con la quale Algeri da decenni in qualche modo deve fare i conti: quello che i colonizzatori francesi hanno lasciato sotto la sabbia quando sono andati via.

Un passato radioattivo – Il 18 marzo 1962, la Francia firmava gli accordi di Evian, con i quali riconosceva l’indipendenza dell’Algeria, dopo anni di scontri sanguinosi. Nella sua colonia nord-africana, la potenza francese aveva condotto test nucleari, sia atmosferici che sotterranei. I siti si trovavano nel Sahara algerino, vicino alle cittadine di Reggane e In Ekker. E’ lì che la Francia fece esplodere la sua prima bomba atomica, nel febbraio del 1960, con l’esperimento soprannominato “Jerboa Blu”: l’esplosione fu quattro volte più potente di quella della bomba di Hiroshima. Dopo gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e la Gran Bretagna, il Paese di Le Gaulle diventava la quarta potenza nucleare del mondo grazie ai test che conduceva nel Sahara (e nella Polinesia francese). Le scorie nucleari venivano nascoste sotto la sabbia, nella massima segretezza.

Gli esperimenti nucleari francesi non si esaurirono nel 1962. Recitava, infatti, un articolo degli accordi di Evian: “La Francia utilizzerà per un periodo di cinque anni i siti che comprendono gli impianti di In Ekker, Reggane e tutta Colomb-Béchar-Hammaguir, il cui perimetro è segnato nella mappa allegata, oltre ai corrispondenti posti di tracciamento tecnico”. Nessun articolo né clausola alludeva, però, allo smaltimento delle scorie, alla bonifica del terreno alla fine dei cinque anni, né alla salute della popolazione locale. In tutto, la Francia eseguì così 17 test nucleari sul suolo algerino, ben 11 di questi dopo l’indipendenza dell’Algeria. Nel 1967, poi, abbandonò definitivamente i suoi siti nucleari del Sahara, senza occuparsi delle conseguenze dei suoi esperimenti sull’ambiente e sulla salute delle persone.

Sessant’anni dopo, le aree desertiche di Reggane e In Ekker non sono ancora visitabili se non indossando dispositivi di sicurezza individuali e per brevissimi intervalli di tempo, data la persistenza di un altissimo livello di radioattività atmosferica. Le vittime delle radiazioni e i loro eredi aspettano ancora un risarcimento.

Nelle aree limitrofe ai siti nucleari, i medici denunciano un’altissima incidenza di tumori del sangue, della pelle, della mammella, e un tasso molto più alto rispetto alla media nazionale anche di malformazioni congenite e anomalie ortopediche. Gli effetti degli esperimenti nucleari continuano a colpire la popolazione locale, e non solo.

Pagare le conseguenze –  All’epoca dei test, il governo francese rassicurava i suoi connazionali e gli algerini della totale sicurezza dei test nucleari. Alcuni villaggi sorsero intorno ai siti solo per ospitare la manodopera locale coinvolta in quegli esperimenti e condotta sul posto con indicazioni semplici, quali “buttarsi a terra” e “tenere gli occhi chiusi” durante l’esplosione.

Gerard Dellac era un generale dell’esercito francese ai tempi dell’operazione “Jerboa blu”. Si trasferì in Algeria insieme alla moglie e ai due figli. Intervistato da France24 in un reportage del 2021, non è in grado di pronunciare molte parole a causa di un tumore maligno alla bocca per il quale ha subito molti interventi. Non ha dubbi sull’origine del cancro. Per lui parla la moglie: “All’epoca era orgoglioso, eravamo orgogliosi, lavoravamo per la grande potenza francese. Ma adesso abbiamo l’impressione di essere stati dimenticati”. Il veterano Dellac, però, è stato risarcito dal governo francese per la malattia riportata dopo gli esperimenti nucleari.

Diverse associazioni per le vittime dei test si sono costituite nel corso dei decenni. Nel 2010, anche grazie alle loro battaglie, in Francia è stata approvata una legge che riconosce il diritto al risarcimento “alle persone affette da patologie derivanti dall’esposizione alle radiazioni dai test nucleari condotti nel Sahara algerino e in Polinesia tra il 1960 e il 1998”. Nessun accenno, nella legge, alle conseguenze ecologiche degli esperimenti.

Decine di francesi, da allora, hanno ottenuto un risarcimento dal governo. Non è stato lo stesso per le vittime algerine: solo una di loro, su oltre 50 persone che hanno presentato un’istanza per i danni da radiazioni, è riuscita a essere risarcita dalla Francia.

Nello stesso reportage in cui compare monsieur Dellac, un anziano algerino, Abderrahmane Badidi Boualali, parla davanti a una recinzione e a un cartello giallo che avvisa di “Danger Nucleaire”: “Siamo stati dimenticati e abbandonati. Vogliamo che i nostri leader alzino la voce con la Francia e chiedano giustizia. La Francia ha compiuto un crimine terribile”.

Sotto la sabbia – La politica francese all’epoca dei test era semplice: tutto quello che poteva essere “contaminato”, doveva essere nascosto sotto terra. Le scorie delle esplosioni, invece, vale a dire lastre, rocce e sabbia vetrificata, venivano con incuria abbandonate all’aperto. Per decenni, il ministero degli Interni francese ha negato l’accesso alle mappe dei siti nel Sahara algerino nei quali negli anni ’60 le sostanze radioattive erano state sotterrate. Solo nel 2010, grazie a un’indagine indipendente, è stata rivelata la distribuzione di alcuni dei rifiuti tossici seppelliti sotto alla sabbia.

Fino al 2017, tuttavia, la possibilità che il governo francese potesse essere messo di fronte alle proprie responsabilità appariva fumosa. Parigi aveva sì accettato di accondiscendere alle richieste di risarcimento dei suoi veterani e delle loro famiglie, ma era remota l’ipotesi che un’inchiesta potesse effettivamente riportare sul tavolo l’annosa questione degli esperimenti nucleari ai danni dell’Algeria. In quell’anno, 122 Paesi membri delle Nazioni Unite hanno siglato il Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari. Nessuna potenza nucleare lo ha sottoscritto, neanche la Francia, che lo ha definito “incompatibile con un realistico approccio” alla denuclearizzazione. La sua esistenza, però, e il fatto che ben 122 Paesi lo condividano, pone anche i Paesi produttori di armi nucleari di fronte all’obbligo di rispondere dei suoi principi – e di non poter rifiutare un dialogo con le altre nazioni sulla base di questi.

Due articoli del trattato, in particolare, introducono un nuovo approccio al problema del nucleare e delle conseguenze degli esperimenti radioattivi nel mondo: l’articolo 6 affronta ‘“Assistenza alle vittime e risanamento ambientale”, il 7 la “Cooperazione e assistenza internazionale”. Da una parte, dunque, si afferma l’obbligo “positivo” dei Paesi responsabili di occuparsi delle vittime delle radiazioni e anche delle conseguenze ambientali: nel caso francese, un obbligo non ancora assolto né in un senso né nell’altro. Dall’altra parte, con l’articolo 7, si sottolinea l’importanza della Cooperazione internazionale: ad esempio, la Francia, per quanto non aderente al trattato, sarebbe eticamente chiamata a discutere e a cooperare con l’Algeria, che, invece, l’ha sottoscritto, in merito alle conseguenze delle sue scorie sul territorio sahariano.

Il rapportoSulla scia di questo trattato, un rapporto, “Radioattività sotto la sabbia” pubblicato da Jean-Marie Collin e Patrice Bouveret nel 2020, compila un primo inventario di tutti i materiali di scarto, radioattivi e non, che la Francia si è lasciata dietro nelle aree di Reggane e In Ekker. Resti che, vi si legge, “rappresentano un pericolo tutt’altro che trascurabile sia per le persone che per la flora e la fauna”. In una sezione in particolare, “Recommendations”, si propongono delle soluzioni al danno arrecato dagli esperimenti francesi in Algeria: un’indagine approfondita, per esempio, per “recuperare i rifiuti non radioattivi o quelli dei test nucleari” ai fini di “garantire la sicurezza sanitaria per la popolazione locale e creare un ambiente più sano”.

Le raccomandazioni si rivolgono espressamente al governo francese, alludendo alla necessità di superare “oltre sessant’anni di segretezza e numerosi tabù”. Concretamente, tra le richieste degli autori c’è quella di “fornire alle autorità algerine un elenco completo dei siti in cui sono stati sepolti rifiuti contaminati, oltre all’ubicazione precisa di ciascuno di questi siti”. Alle autorità algerine, d’altro canto, è richiesto, ad esempio, un impegno nel condurre indagini sanitarie accurate sulla salute dei bambini all’epoca degli esperimenti e sui loro discendenti.

“Radioattività sotto la sabbia” è un rapporto senza ombra di dubbio caratterizzato da un ottimismo forse eccessivo verso la definitiva assunzione di responsabilità da parte della Francia nei confronti di un disastro sanitario e ambientale vecchio di oltre sessant’anni. L’inchiesta auspica “un nuovo capitolo delle relazioni” tra Francia e Algeria, nello spirito del Trattato per la Proibizione del Nucleare. Indubbiamente, il lavoro quantomeno ben si inserisce nella moderna lotta al nucleare, che non consta più soltanto del “no alle armi nucleari” tipico degli anni Novanta, ma che non può prescindere dal farsi anche carico delle gravose conseguenze che nei decenni passati il nucleare ha determinato sugli uomini e l’ambiente. Comprese quelle del nucleare francese in Algeria. Per questo, il suo monito rimane in qualche modo, malgrado il perdurante silenzio della Francia, realisticamente valido: “Il “passato nucleare” non deve più restare seppellito in fondo alla sabbia”.

 

 

 

 

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