di Valeria Cagnazzo

Pagine Esteri, 20 agosto 2022 – In un’estate oramai quasi agli sgoccioli, il libro di Randa Jarrar, “Io, lui e Muhammad”, è una scoperta imperdibile, uno scrigno prezioso di storie da portarsi dietro su spiagge afose, scogliere impervie o città plumbee svuotate dalle ferie d’agosto, per leggere, ad esempio, di qualcuno che ci rassomiglia:



“Vengono in Egitto d’estate; vengono con le loro macchine in affitto e portano le loro famiglie e comprano ombrelloni e sdraio da spiaggia; portano costumi e teli da mare e creme per la pelle per non bruciarsi. Mi fanno ridere”.

Fa ridere, Randa Jarrar, in ciascuno dei suoi tredici racconti, fortunatamente pubblicati in Italia da Racconti Edizioni nel febbraio 2022 nell’efficace traduzione di Giorgia Sallusti. La sua è quella che si può definire una “penna felice”, arguta e raffinata, comica e delicata al tempo stesso quando c’è da dipingere la tragedia. Il ritmo è incalzante, le storie si succedono velocemente, i personaggi si rincorrono in una giostra dalla quale il lettore non vorrebbe più scendere. Non solo perché si diverte, non solo perché la narrazione scorre con uno stile brillante e lineare, ma anche perché in ogni pagina le contraddizioni della storia contemporanea, i conflitti generazionali e di genere, il macigno delle discriminazioni e delle ipocrisie sociali emergono sotto il respiro di una rarissima intelligenza.

Randa Jarrar intinge la penna nell’autobiografia: un padre palestinese e una madre egiziana, che l’hanno fatta nascere a Chicago. Vissuta tra il Kuwait, l’Egitto e l’arido Texas, adesso la sua casa è Los Angeles, dove partecipa spesso a show televisivi come stand up comedian – oltre a scrivere sul New York Times Magazine, Guernica e altre riviste. I suoi racconti si dipanano intorno alla sua geografia: i personaggi vivono negli Stati Uniti, in Egitto, in Palestina, volano dal Kuwait per inseguire il sogno americano, rimpiangono Gaza, prendono aerei per riconsegnare le ceneri dei loro genitori all’ombra delle piramidi. Ciascuno di loro si sente in qualche modo straniero, o estraneo a qualcosa, sempre incompleto, talvolta letteralmente spezzato a metà.

I protagonisti sono quasi tutte donne, ma non solo. Se è vero che Jarrar indaga prevalentemente il femminile, quando sceglie dei protagonisti maschili si tratta di uomini che non hanno paura di mostrare la loro sensibilità, di piangere davanti ai propri figli e alle proprie mogli, di svelarsi fragili in società fallocentriche. E’ in questo il fulcro della questione di genere, anche in questa raccolta, e non nello sbilanciare la narrazione solo a favore di uno dei due poli (un bipolarismo, tra l’altro, che per l’autrice non esiste).

I protagonisti, ad ogni modo, sono tutti sconfitti dalla grande e dalla piccola storia che ancora, però, resistono, vacillando sul ring prima che si concluda l’ultimo round. Ogni personaggio sta combattendo una battaglia, in un mondo tanto ingiusto da sconfinare a volte nel disgustoso, nel quale è stato suo malgrado gettato come oppresso, come eterno emigrato, come donna e dunque essere umano di serie B, come diverso. Nessuno si lamenta, però, nei racconti di Jarrar: tutti continuano a correre, che sia su una bicicletta in un mercato di Alessandria in cui gli uomini allungano sguardi famelici o nel traffico arabo, in cui si può solo urlare al volante, incastrarsi in ingorghi senza soluzione e rischiare di inchiodare una bambina sotto alle ruote della propria auto.

Le donne del libro sono una costellazione di personaggi indimenticabili che raccontano frammenti di vita con voce ironica, tagliente, sincera. Sfidano le ipocrisie delle società in cui sono calate, quella orientale quanto quella occidentale, e ne svelano le oscenità. Qualcuna di loro accetta di tenere un bambino con un bianco ubriacone che la definisce “arabica”, a costo di rinunciare per sempre alla sua famiglia di origine. Scopre di essere stata ripudiata per essere rimasta incinta fuori dal matrimonio tramite una lettera in cui il padre cita alcuni versi del poeta palestinese Mahmud Darwish. Questa la reazione:

Io sono incinta e tu mi citi Darwish?”. Stavo tremando.

“Sei tu quella incinta (…). Chi ha il diritto di essere furioso? Non tu, mia cara”.

Era definitivo. Bambino = niente famiglia = niente soldi per il college = sono morta. Niente bambino = di nuovo famiglia. Non mi è mai piaciuta questa famiglia, comunque, perciò scelgo il bambino”.

Nella società patriarcale del Medio Oriente come degli Stati Uniti, le donne di Jarrar sono inevitabilmente spesso sconfitte, sempre oppresse, ma mai vittime. Sono loro a calzare i guantoni da boxe e ad affrontare i loro mariti, senza mai emularne la vacua virilità. Chi fa da portaborse all’anziana scrittrice femminista ne resta, infatti, delusa come da un uomo. Nessuna nei racconti ambisce a diventare uomo, a godere di privilegi conquistati con l’inganno. La femminilità è esplorata con sensualità, e a qualsiasi latitudine le protagoniste non celano un sano e disinvolto interesse per il sesso, indagato più spesso mediante l’autoerotismo o tramite rapporti omoerotici, consumati tra le mura domestiche con la connivenza di qualche imam, piuttosto che insieme a uomini completamente ignari dei desideri sessuali delle donne.

Non sono blasfeme le protagoniste dei racconti, è il mondo che è “senza dio” a causa della sua ipocrisia. La religione delle donne di Jarrar è la sincerità. Le “fa ridere” che ciò che le circonda non ne sia all’altezza. Dicono, ad esempio:

Ho bisogno di essere in grado dire all’unico Dio nel giorno del giudizio (il tono è estremamente sarcastico, ndr), quando striscerò fuori dalla tomba e sarò tutta sola e frammenti di cielo si abbatteranno su di me, che- insomma, bello – io ci ho provato”.

Oppure:

«Gesù ama i Palestinesi» ha detto Dorothy. La tavolata è ammutolita. Noi siamo il tipo di musulmani che prega per le agevolazioni fiscali (Baba), i giochi del Nintendo DS (Jaseem), i libri anatomici da colorare (Waseem), la fica (Abe), e per una coscienza libera da ogni senso di colpa che mi permetta di andare via da questa cazzo di casa (Vostra Devota)”.

L’invasione del Kuwait, la guerra in Iraq, il crollo delle Torri Gemelle (due dita tese al cielo in segno di vittoria abbattute in un giorno), l’occupazione israeliana nella Striscia di Gaza: i toni vivaci e l’ironia sorprendente con cui Jarrar mette insieme i tasselli del suo mosaico non tralasciano mai che le piccole battaglie dei protagonisti si consumano in un mondo violento e inospitale. Anche quando affronta esplicitamente la politica, lo fa con originalità. La scrittura di Jarrar riesce a essere credibile anche quando per raccontare l’esodo palestinese fa parlare un falco tenuto prigioniero in un carcere in Turchia perché accusato di spionaggio per conto degli Israeliani. Non un cedimento nella tensione narrativa che faccia dubitare della veridicità del racconto dell’uccello.

Anche il dramma di sentirsi stranieri, diseredati dalla propria terra, privati di una definita identità nazionale, filo conduttore di tutto il libro, trova l’apice nell’ultimo racconto: una donna per metà umana e per metà stambecco. Una creatura mitologica che si sente sempre spezzata, proprio come una donna figlia di due arabi ma cresciuta in America, finché non avviene una presa di consapevolezza:

“Non c’è unità nella dualità. Niente è uno e niente è doppio. Tu sei entrambi”.

Le donne di Jarrar si sussurrano queste verità mentre raccolgono il bucato in una lavanderia a gettoni, mentre restano intrappolate nel traffico, mentre il mondo che hanno intorno continua a sgretolarsi. La loro forza vacilla sul ring ma non crolla. Hanno il coraggio di sferrare ganci da fare invidia a Muhammad Ali, ma non dimenticano la delicatezza, non si scordano la luna. Nel primo racconto la piccola Qamar (luna), nome maschile in arabo ma scelto qui per una bambina, una notte è stata quasi sul punto di afferrarla, sul tetto di casa sua, ma poi si è addormentata proprio sul più bello. Nessuna protagonista, però, si è lasciata alle spalle quell’antico sogno: anche se stritolate da tabù e pregiudizi, anche se sole e deluse, le donne di Randa Jarrar possono ancora prendersi la luna.

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