di Glória Paiva*

Pagine Esteri, 30 settembre 2022 – Manca poco alle elezioni presidenziali brasiliane e l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) avanza nelle previsioni elettorali, potendo vincere al primo turno questa domenica (02/10). Allo stesso tempo, la violenza politica cresce in tutto il Brasile, con record di attacchi e minacce contro elettori di Lula, giornalisti, donne, popolazioni indigene, afrodiscendenti, LGBTQI+ e altri candidati della sinistra.

Secondo gli analisti, i ripetuti discorsi incendiari del presidente Jair Bolsonaro (PL) contro i suoi oppositori e con la finalità di sollevare sospetti sull’affidabilità del sistema elettorale brasiliano, sono all’origine dell’incitamento all’odio e all’intolleranza politica. Non è infondato, quindi, il timore che una probabile vittoria di Lula possa innescare proteste, atti violenti e tentativi da parte del governo, delle Forze armate o dei sostenitori di Bolsonaro di screditare il risultato elettorale.



L’ultimo sondaggio, realizzato da Quaest/Genial il 28/09, rileva che Lula avrebbe 46% delle intenzioni di voto, con un margine di errore di due punti, mentre il presidente Bolsonaro avrebbe il 33% delle intenzioni, il che porterebbe il PT ad ottenere il 50,5% dei voti validi, scontando voti nulli e in bianco, già al primo turno.

Nel frattempo, nelle strade e sui social media, ogni giorno emergono nuovi casi di violenza politica, come l’omicidio a coltellate di Benedito Cardoso dos Santos, elettore del PT, nel Mato Grosso, e di Antônio Carlos Silva de Lima, accoltellato a morte anche lui da uno sconosciuto dopo aver dichiarato il suo voto a Lula in un bar del Ceará. Entrambi i crimini sono avvenuti lo scorso settembre.

L’ex presidente Lula (foto di Antonio Cruz/Agência Brasil)

Personaggi politici come il candidato alla presidenza Ciro Gomes (PDT) e il candidato alla carica di governatore dello stato di San Paolo, Fernando Haddad (PT), hanno affermato di aver ricevuto minacce nelle ultime settimane. La consigliera del PT per la città di Salto do Jacuí, nel Rio Grande do Sul, Cleres Revelante, è stata aggredita nella sua auto, che è coperta di adesivi del PT. Un uomo ha colpito di proposito la parte posteriore del veicolo, ed è morto pochi minuti dopo in un incidente, mentre cercava di fuggire da un inseguimento della polizia.

L’opposizione in allerta

Rappresentanti dei partiti di opposizione come PT, PV, PCdoB, PSOL e altri hanno chiesto al Tribunale Supremo Elettorale (TSE) il 26/09 di creare un canale per denunciare la violenza politica, avvertendo che queste elezioni sono atipiche a causa di una forte polarizzazione. A luglio, dopo l’assassinio del tesoriere del PT Marcelo Arruda alla sua festa di compleanno da parte di un bolsonarista, l’opposizione aveva già inviato una richiesta al TSE affinché Bolsonaro venisse vietato di fare “incitamento all’odio e alla violenza” contro i suoi oppositori.

Il documento presentava un ampio elenco di manifestazioni di violenza politica a partire dall’omicidio della consigliera comunale Marielle Franco e del suo autista, Anderson Pedro Gomes, nel 2018, passando per altri omicidi, aggressioni, risse nei bar, minacce ai giornalisti e persino un attacco di drone pilotato da un gruppo di bolsonaristi che hanno avvelenato il pubblico di un comizio di Lula.

“Il presidente ha incoraggiato e consentito l’armamento della popolazione e l’incitamento alla violenza attraverso discorsi irresponsabili contro le minoranze, contro i cittadini contrari alla sua agenda e contro parlamentari e partiti di opposizione”, ha scritto il gruppo al TSE. La petizione, tuttavia, non ha avuto effetto. Nei suoi recenti discorsi, ad esempio, il presidente ha definito il PT una “piaga” e ha promesso di “spazzare via della storia” il partito. In passato, aveva già parlato di “sradicare” i militanti di sinistra.

Otto relatori delle Nazioni Unite hanno redatto una dichiarazione chiedendo alle autorità, ai candidati e ai partiti politici in Brasile di garantire che le prossime elezioni siano pacifiche, come riportato dal giornalista Jamil Chade. Senza precedenti nella storia della democrazia brasiliana, la dichiarazione è una forma di avvertimento che la comunità internazionale non è pronta ad accettare una rottura democratica nel paese.

“Se ci sarà un secondo turno, non ho dubbi che avremo i 30 giorni più difficili degli ultimi anni“, ha affermato Guilherme Boulos (PSOL), candidato a deputato federale ed ex candidato alla presidenza nel 2018, in un’intervista al portale UOL. Boulos stesso è stato minacciato da uno sconosciuto armato durante la sua campagna nello stato di San Paolo. È infatti diffuso il timore che Bolsonaro possa incitare i suoi sostenitori a scendere in piazza e provocare il caos nel caso di un secondo turno.

Il presidente Jair Bolsonaro

Democrazia al limite

Secondo uno studio condotto dallo Istituto DataFolha e pubblicato il 16/09, il 67% della popolazione teme la violenza politica. Si tratta di una situazione senza precedenti: il 3,2% degli intervistati, in rappresentanza di 5 milioni di persone, ha dichiarato di essere stato minacciato nel mese precedente al sondaggio a causa della loro posizione politica. “La democrazia prevede la libertà di espressione politica. Se abbiamo una società che ha paura, c’è una minaccia per la democrazia”, ha dichiarato Mônica Sodré, politologa e direttrice esecutiva della Rete di Azione Politica per la Sostenibilità, che ha commissionato lo studio.

Alcuni settori della società e anche della stampa estera indicano addirittura le elezioni del 2 ottobre come una sorta di referendum per la democrazia, come nel reportage del Washington Post pubblicato il 28/09: “Bolsonaro vs. Lula: a referendum on Brazil’s young democracy”. Bolsonaro, invece, continua a dichiararsi lui stesso un difensore della democrazia e delle libertà individuali. Il paradosso, secondo alcuni esperti, sta nell’appropriazione e nella distorsione del concetto di democrazia da parte del discorso bolsonarista.

Nella retorica di Bolsonaro, la sua è una “democrazia maggioritaria”, che rappresenta i valori di una presunta maggioranza cristiana, conservatrice e patriottica. Bolsonaro si rivolge al suo elettorato come il rappresentante di quella maggioranza e ciò lo legittima anche quando perpetra attacchi ai diritti umani e alle istituzioni. Ha già chiarito, in diversi interventi, che “le minoranze devono adattarsi o scomparire” e che tutto ciò che si oppone ai desideri della maggioranza è antidemocratico, come i magistrati, il politically correct, gli intellettuali. Inoltre, se il presidente parla a nome di una presunta maggioranza, non viene riconosciuta alcuna possibilità di sconfitta elettorale: ha affermato più volte che vincerà al primo turno e che gli istituti di sondaggi di opinione non sono affidabili.

Come ha scritto il giornalista Pedro Doria sulla piattaforma Canal Meio, questa retorica segue lo stesso copione degli attacchi di Hugo Chávez alla Costituzione venezuelana nei suoi primi anni alla presidenza. “È attaccare come antidemocratico, contro il popolo, tutto ciò che impone limiti al tipo di potere che cerca. (…) Rimane una base popolare in cui più di un terzo della popolazione sembra convinto che il problema del Brasile risieda nei limiti del potere che la democrazia impone al presidente”, analizza. Pagine Esteri

 

* Glória Paiva è una giornalista, scrittrice e traduttrice brasiliana