di Eliana Riva – 

Pagine Esteri, 17 marzo 2023 – “Sono Ayten Öztürk, ho 49 anni, ho passato 13 anni e mezzo della mia vita in prigione. Sono stata torturata per 6 mesi. Sono agli arresti domiciliari da 2 anni e rischio di essere condannata a 2 ergastoli”.

Ayten è gentile e riservata, timida e affettuosa. Ci accoglie nella sua casa con l’emozione di chi ritrova delle sorelle lontane, con la gratitudine di chi accudisce un ospite speciale tanto inutilmente atteso. E insieme a lei a riceverci c’è tutto il quartiere, quello di Armutlu, non lontano dal cuore di Istanbul. La comunità alevita che vi risiede è estremamente unita. Ayten non rimane mai sola. C’è sempre qualcuno con lei, due persone durante il giorno, compresa un’infermiera, e una durante la notte. In tanti si fermano per un caffè, un tè o per il pranzo. È per non farla sentire sola ma anche perché ci siano testimoni nel caso si verifichi una delle numerose perquisizioni della polizia che le mette a soqquadro la casa. Sono atti intimidatori, di questo sono sicuri ad Armutlu. Perché qui capita spesso che la polizia faccia incursione nelle abitazioni, di giorno o di notte, con i fucili spianati. Un giorno cercano una bomba a mano, un altro un’arma, un altro ancora dicono di aver seguito le tracce di un fuggiasco. Non sono pochi i casi in cui queste retate sono finite in tragedia, come mi racconta Aysel Doğan, madre di Dilek Doğan, uccisa a sangue freddo a 25 anni, nel 2015, durante una perquisizione.

Dilek aveva chiesto al poliziotto di mettere i copri scarpe perché stava sporcando di fango i tappeti (in Turchia è abitudine togliere le scarpe all’ingresso delle case, per rispetto e igiene). Il poliziotto le ha sparato. C’è persino un video su YouTube, girato dalle stesse forze di sicurezza. Grazie ad una dura battaglia, la sua famiglia ha scoperto il nome dell’assassino e lo ha portato in tribunale. Condannato a 45 giorni di prigione, non ne ha scontato neanche uno. Al contrario, per il fratello di Dilek, che dopo la sentenza ha urlato e accusato i giudici di aver commesso un’ingiustizia, è stato chiesto l’ergastolo. Processato, è stato condannato a 20 anni di carcere. Ne ha scontati 4. Il padre è attualmente sotto processo e rischia 6 anni di prigione. Dicono che sono pericolosi e che potrebbero provare a vendicarsi.

Aysel Doğan, madre di Dilek Doğan, uccisa a sangue freddo a 25 anni, nel 2015, durante una perquisizione – Foto di Eliana Riva [Pagine Esteri]

Ad Armutlu parliamo con tante donne. Molte madri, parecchie anziane. Tutte sono state in prigione. Tutte hanno un figlio o una figlia in prigione in sciopero della fame, o uccisi dalla polizia o fuggiti in un altro Paese. In tanti fanno parte dell’associazione Tayad (Tenacia), che raccoglie i parenti dei prigionieri politici. Lo scopo è tenere vivi i legami con i propri figli, anche se sono in prigione, e mandare loro qualche soldo (a parte il consumo di una lampadina, l’elettricità e il gas in cella si pagano), libri, vestiti. Il 12 dicembre 2022, alle 2.00 di mattina, in una retata congiunta la polizia ha fatto irruzione nelle case di 23 famiglie aderenti a Tayad. Ad oggi 14 persone sono ancora in carcere, 3 agli arresti domiciliari e tutti gli altri hanno l’obbligo di firma. Tra di loro c’è anche la nostra traduttrice, Lerzan, che è costantemente online e da un computer si affaccia sulle nostre conversazioni. Molti di quei genitori rimasti in carcere sono anziani, due gravemente ammalati. In prigione non ricevono cure.

Ayten ci chiede con ansia e apprensione quando arriverà il momento della nostra lunga intervista. Dovrà raccontare tutto un’altra volta. Il rapimento, la prigione, le torture. Soprattutto le torture. Sa che a ogni racconto, a ogni articolo di giornale, a ogni intervista il cappio della prigione a vita le si stringe più stretto al collo. Ma lo fa comunque. Con grandi sospiri a darsi forza e coraggio. “Perché non ritiri la dichiarazione di aver subito torture? Hai già sofferto abbastanza? Dici che ti sei sbagliata, che non era vero e magari potrai vivere a casa tua e non in un carcere il resto della tua vita”. Ci guarda con la pazienza con cui si guardano i bambini quando gli si deve spiegare una cosa evidente, banale: “La tortura sistematica è espressione del sistema politico, combatterla significa combattere questo sistema di soprusi e sopraffazione. Ho sofferto molto, è vero e forse soffrirò persino di più ma voglio che si sappia dei centri segreti e di quello che lì fanno alle persone. Sono stata la prima donna a denunciare. Ma non l’unica, altre lo hanno fatto dopo di me. Un’altra donna ha denunciato di aver subito le mie stesse torture, anche per lei hanno finto il ritrovamento dopo averla rinchiusa nei centri segreti. Non voglio che nessun altro soffra come ho sofferto io. La mia lotta continuerà fino alla chiusura dei centri segreti e fino a quando i boia saranno giudicati”.

Ayten Öztürk – Foto di Eliana Riva [Pagine Esteri]

Si trovava a Beirut quando è stata rapita dai servizi segreti e portata in Turchia. Rapita, perché ufficialmente questa operazione di polizia non è mai esistita e in quei sei mesi risultava semplicemente scomparsa. Si trovava in Siria prima dello scoppio della guerra. Poi, l’8 marzo 2018 ha provato a raggiungere la Grecia via Libano. Dopo lo scalo è stata allontanata dagli altri passeggeri con la scusa di un controllo al passaporto, trattenuta per 6 giorni è stata poi consegnata ad alcuni agenti turchi che bendata e con la bocca tappata l’hanno messa su un aereo e riportata in Turchia. Ha capito di essere a Istanbul solo quando, scesa dall’aereo, sempre con gli occhi bendati, ha sentito le voci. I suoi amici non sapevano dove fosse. Non lo hanno saputo per i successivi 6 mesi, mentre veniva trattenuta e torturata con inconcepibile brutalità. “Appena entrata nel centro segreto, 3 o 4 persone mi hanno in pochi secondi completamente spogliata e messa nuda in una cella. Sappiamo già tutto mi hanno detto, ma vogliamo sentirlo da te, parla! Sono subito entrata in sciopero della fame. Mi chiedevano cosa volessi, La mia libertà! gli rispondevo, E allora devi parlare, mi intimavano, E allora non voglio niente, dicevo io. Mi hanno fatto l’elettroshock. Con le mani legate a un tubo sopra la testa, tutta nuda e con gli occhi bendati, toccavo a terra solo con le punte dei piedi, quando mi sanguinavano troppo i polsi a volte mi davano un sacco di sabbia per tenermi più dritta. Mi sparavano con una pistola elettrificata e tremavo tutta, non controllavo il mio corpo e quando mi si apriva la bocca per riflesso involontario dovuto alle scariche, mi infilavano a forza la zuppa in gola. Mi sentivo soffocare”.

Ayten è una rivoluzionaria. Ciò che rivendica, lei come gli altri rivoluzionari turchi, è la democrazia, il riconoscimento delle minoranze, la liberazione dei prigionieri politici, la fine delle torture, il rispetto dei diritti umani, la condanna della brutalità della polizia, processi equi per gli agenti che hanno ucciso o torturato. I movimenti rivoluzionari fanno parte della storia e del tessuto stesso della Turchia. Così come la repressione e la violenza dei mezzi utilizzati per sbaragliarli. La detenzione arbitraria e la tortura sono tra questi, come ha confermato ancora una volta nel 2020 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT) del Consiglio d’Europa. Ma dalla visita del Relatore Speciale delle Nazioni Unite in Turchia, nel 2017, le cose pare siano considerevolmente peggiorate. Già allora l’ONU denunciò e condannò l’utilizzo arbitrario delle accuse di terrorismo contro chi difende i diritti umani o semplicemente manifesta il dissenso.

La Turchia è quel paese in cui in 7 anni, dal 2000 al 2007, sono morti di sciopero della fame 120 detenuti. Nel 2020 particolare scalpore fecero le morti in carcere, sempre per sciopero della fame, di  2 membri del gruppo musicale Grup Yorum e dell’avvocata Ebru Timtik.

La band Grup Yorum

 

Helin Bölek e Ibrahim Gökçek, membri di Grup Yorum, morti di sciopero della fame

“Con le mani legate dietro la schiena, mi hanno infilata dentro un copertone, immobilizzandomi completamente le braccia, e mi hanno stuprata con il manganello e frustata con il frustino da cavallo. Dopo 3 mesi di torture e di sciopero della fame mi sono ammalata. Hanno sospeso le violenze e mi hanno curata con siringhe e medicinali e alimentata forzatamente con il sondino. Mi sentivo sempre meglio. Ma ben presto ho capito con orrore che mi portavano allo stremo e poi mi guarivano solo per poter ricominciare senza rischiare che morissi”.

Le leggi antiterrorismo, che consentono l’arresto e la detenzione non solo degli oppositori politici ma anche degli avvocati che li difendono, degli attivisti dei diritti umani, degli artisti, cantanti, studenti, professori, sono ancora largamente utilizzate. Così come le accuse di tentare di “rovesciare il governo”, cosa di cui Ayten è imputata e per la quale rischia uno dei due ergastoli.  L’accusa si muove intorno alla dichiarazione di un testimone segreto che l’avrebbe vista presso la sede dell’Associazione per i Diritti fondamentali della Libertà. Un’associazione ritenuta legale dallo stesso Stato ma pericolosa per le sue rivendicazioni di giustizia.

Seda Şaraldı, avvocata di Ayten Öztürk – Foto di Eliana Riva [Pagine Esteri]

“Mi guardavano 24 ore su 24 e volevano che mi lavassi, nuda, davanti a loro. Mi sono rifiutata fino a quando non mi hanno costretta. Mi hanno sottoposta più volte allo stupro del manganello, hanno provato a violentarmi in tutti i modi, mi lasciavano nuda a terra e si lanciavano su di me toccandomi dappertutto con brutalità, con le mani e con oggetti, umiliandomi con insulti e improperi. La tortura che più di tutte mi faceva soffrire era la scarica elettrica che mi davano attraverso placche infilate sotto le unghie. È una tortura diversa dalla pistola elettrica. I segni mi sono rimasti per più di un anno. Svenivo ogni volta, mi portavano in bagno e mi mettevano con la testa sotto l’acqua. Poi usavano di nuovo la pistola: con l’acqua il dolore si amplificava”.

Anche per il secondo capo di imputazione risulta fondamentale il ruolo di un testimone segreto (che in seguito ha ricevuto un pesante sconto di pena): ha dichiarato di aver visto Ayten Öztürk assistere a un tentativo di linciaggio. La vittima del linciaggio non è morta e non ha presentato denuncia. Lei nega le accuse, non era lì. Ma anche se lì ci fosse stata, come ci ha spiegato l’avvocata che segue il suo caso, Seda Şaraldı, anche se avesse davvero assistito dal marciapiede, resta il fatto che non esiste una legge in Turchia che preveda l’ergastolo per questo. “Aspettiamo la decisione del procuratore della Corte di Cassazione – spiega l’avvocata Şaraldı –. Il nostro primo appello al tribunale locale è già stato rigettato. La Corte potrebbe pronunciarsi in ogni momento e se confermerà la colpevolezza, Ayten rimarrà per tutta la vita in prigione, sola in una cella da cui potrà uscire per 1 ora di aria al giorno”.

Il Tribunale di Istanbul ha deciso il proscioglimento. Quando però è stata presentata denuncia per le torture subite, il Tribunale di Ankara ha chiesto e ottenuto la riapertura di quel processo, stabilendone la riunione alle nuove indagini sui “tentativi di rovesciamento del governo”. Il Tribunale della capitale ha invece deciso di archiviare il fascicolo sul rapimento e le sevizie.

Abbiamo presentato una petizione firmata da avvocati provenienti da 105 nazioni diverse. Noi difendiamo Ayten ma non solo lei. La tortura è utilizzata per intimidire il popolo, le persone che lottano per i diritti. La tortura è un crimine contro l’umanità e noi ci battiamo non solo per i nostri clienti ma per tutta l’umanità”. Il team di avvocati con cui lavora Seda Şaraldı, due dei quali sono stati a loro volta arrestati, difende anche Gülten Matur. La famiglia non ha avuto più sue notizie dalla mattina del 20 Novembre 2022. La polizia ha registrato il suo arresto il 28 Novembre. Ha denunciato di essere stata rapita e torturata per 8 giorni e poi abbandonata su di un campo, su cui poco dopo la polizia ha finto un casuale ritrovamento, elemento, questo, in comune in tutti i casi di tortura. Il referto medico ha confermato lesioni compatibili con le torture che Gülten ha denunciato di aver subito.

Gülten Matur, arrestata e torturata in un centro segreto di detenzione

“In Turchia esistono centri segreti di detenzione. I boia rapiscono la gente per strada. Noi lottiamo affinché Gülten sia l’ultima persona in Turchia ad aver subito tortura”, ci dice con voce chiara, calma e decisa Seda Şaraldı.

Il Consiglio superiore dei giudici e dei pubblici ministeri, l’Hcjp, responsabile delle nomine e dei procedimenti disciplinari per tutti gli organi di magistratura, è presieduto dal Ministro della Giustizia che ha enormi poteri di nomina e di controllo. E così il presidente, che a sua volta nomina il Ministro. In risposta a un’inchiesta che scoperchiava, nel 2014, larghi giri di corruzione che coinvolgevano membri della magistratura, funzionari pubblici e imprenditori vicini al primo ministro, il parlamento turco ha adottato una serie di leggi ed emendamenti, rimozioni coatte, trasferimenti forzosi e riassegnazione di casi importanti che hanno fortemente limitato l’indipendenza della magistratura, sottoposta al controllo del Governo. Dopo il tentato colpo di Stato del 2016 l’attacco alla magistratura si è dispiegato in tutta la sua violenza: con un decreto di emergenza sono stati rimossi 4560 giudici, accusati di terrorismo. Più di 600 i magistrati arrestati (e più di 400 i condannati per terrorismo), alcuni dei quali sono morti in carcere. Sono state stilate liste di proscrizione e la legge antiterrore, utilizzata in maniera arbitraria, ha portato all’arresto 282.790 persone, tra cui avvocati, voci critiche, intellettuali, difensori dei diritti umani, artisti, oppositori politici. Dal 2016 al 2020 sono stati nominati circa 11.000 nuovi magistrati, con procedure rapide giudicate preoccupanti e poco trasparenti da numerose organizzazioni e osservatori internazionali.

Il presidente turco Tayyip Erdogan con il Ministro della Giustizia Bekir Bozdag

“Ti hanno chiesto di tradire i tuoi amici? Come hai fatto a resistere nonostante tutto questo dolore e queste umiliazioni?”

Tradire mi farebbe soffrire molto di più. Perché la sofferenza fisica può passare ma come potrei poi guardare in faccia i miei amici? Il mio popolo? Non potevo tradire la nostra lotta. Ho pensato che quella tortura sarebbe comunque finita: o morta o liberata. Ho controllato le mie emozioni, ho smesso di pensare ai miei cari che mi mancavano tanto. E poi mi davo nuove regole. A un certo punto, ad esempio, ho deciso di non dire più neanche una parola”.

Dopo i 6 mesi di torture Ayten è stata di nuovo curata dai suoi aguzzini e poi abbandonata su un campo, dove la polizia politica l’ha prelevata. Il direttore della prigione in cui è stata portata si è rifiutato di ammetterla per le terribili condizioni fisiche in cui si trovava: aveva perso 20 chili, ora ne pesava 40, nonostante negli ultimi giorni di prigionia l’avessero curata, medicata e alimentata forzatamente. Quindi è stata condotta in ospedale dove è stato stilato un referto medico che ha evidenziato ogni lesione. È rimasta in reparto per giorni. Portata in prigione, sul suo corpo le compagne di cella hanno contato 898 cicatrici. Dopo 3 anni e mezzo di carcere, il 10 giugno 2021 è stata mandata a casa agli arresti domiciliari, dove è tutt’ora, in attesa di un giudizio definitivo.

“Mio fratello Ahmet è stato ucciso nel 1994 durante una retata della polizia nella sua casa. La moglie di Ahmet, mia cognata Yazgülü, è stata bruciata viva nel 2000. Mia sorella Hamide è morta in prigione nel 2002 per sciopero della fame. Se finirò in carcere, continuerò a lottare da lì. Dentro o fuori, sempre resisterò e lotterò, perché credo fermamente che alla fine noi vinceremo. E nel nostro Paese non puoi ottenere una vittoria senza pagare niente”.

Ayten Öztürk, agli arresti domiciliari nella sua casa a Istanbul – Foto di Eliana Riva [Pagine Esteri]