Di Fatma KhaledIl Cairo.

Traduzione di Federica Riccardi

Pagine Esteri, 18 aprile 2024. Centinaia di egiziani stanno facendo pressione sul loro governo affinché permetta loro di formare un convoglio civile internazionale per scortare aiuti umanitari salvavita a Gaza, dopo che sei mesi di privazioni hanno spinto molti sull’orlo della fame, se non della carestia.

In una rara sfida al governo egiziano, dopo una protesta in solidarietà con Gaza il 3 aprile da parte di decine di attivisti, il regime ha risposto in modo tipico: almeno 10 manifestanti sono stati arrestati nelle loro case quella notte e la mattina successiva dopo aver partecipato alla manifestazione. Sono poi stati rapidamente rilasciati.

A Gaza, la ricerca di cibo si fa sempre più caotica, mentre i convogli di aiuti umanitari rimangono bloccati fuori dall’enclave, le gocce di cibo paracaducate dagli aerei raggiungono solo una parte delle persone e il progetto guidato dagli Stati Uniti di costruire un molo galleggiante entro la fine di aprile, al largo della costa, è in fase di intensi negoziati tra Stati Uniti, Nazioni Unite (compresi il Programma Alimentare Mondiale e l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari), Forze di Difesa Israeliane e altre parti politiche e umanitarie.

Le questioni in sospeso riguardano la posizione del molo e la sua messa in sicurezza. L’ONU vuole che il molo sia situato vicino al nord di Gaza, dove la gente è più disperata.

Raed Alhelou, un gazawi evacuato in Egitto di recente, ha detto che gli aiuti che arrivano nell’enclave non sono mai abbastanza e che i 2,1 milioni di palestinesi che vivono nella Striscia lottano per trovare cibo tra i bombardamenti e gli attacchi delle Forze di Difesa Israeliane (IDF).

Alhelou, che prima della guerra lavorava come manager finanziario, ha raccontato al telefono a PassBlue che lui e la sua famiglia, quando erano ancora a Gaza, mangiavano solo pochi cetrioli e pomodori al giorno, se riuscivano a trovarli. La carne non era disponibile, tranne quando i camion degli aiuti la fornivano, e anche quando ne trovavano era difficile comprarla. Alhelou ha detto di aver visto un pollo intero venduto a 100 shekel (27 dollari).

Il gruppo di attivisti che sta cercando di organizzare un convoglio di aiuti civili è composto da medici, avvocati e membri del partito politico socialista Pane e Libertà. Hanno inviato una lettera al Ministero degli Esteri egiziano con più di 13.000 firme da tutta la regione araba, sollecitando la consegna delle tonnellate di aiuti ammassate al valico egiziano di Rafah verso la Striscia di Gaza, inviate lì per evitare le lunghe ispezioni imposte da Israele. Gli attivisti vogliono che al convoglio partecipino civili di tutto il mondo.

La petizione fa parte di una campagna condotta da un gruppo chiamato Cairo-Gaza, precedentemente noto come Global Conscience Convoy, che ha esercitato pressioni sull’Egitto affinché mantenesse aperto il valico di Rafah per far entrare gli aiuti a Gaza senza il permesso di Israele. Finora le autorità egiziane non hanno preso posizione sulle richieste della campagna.

Ufficialmente, l’Egitto controlla il suo lato del valico di Rafah e le autorità palestinesi quello di Gaza. Tuttavia, Israele ha mantenuto un controllo indiretto sul lato gazawi, rifiutando l’ingresso di alcuni beni umanitari – come i kit per la maternità – e mantenendo il valico scarsamente operativo e non sicuro per l’ingresso dei convogli.

“Il ruolo dell’Egitto in questo caso è debole, dato che è un Paese confinante e non fa pressione su Israele per far entrare più aiuti”, ha dichiarato a PassBlue Mahinour el-Massry, un importante avvocato egiziano per i diritti umani.

Alla domanda sulla petizione per la creazione di un convoglio civile, Ahmed Abu Zeid, portavoce del Ministero degli Affari Esteri egiziano, ha risposto a PassBlue che, secondo la procedura standard, il Ministero ha bisogno di tempo per esaminare iniziative di questo tipo prima di approvarle. Non sono stati forniti altri dettagli.

La consegna degli aiuti a Gaza può essere letale. Il 1° aprile, l’IDF ha colpito tre veicoli appartenenti alla World Central Kitchen, un’importante organizzazione umanitaria internazionale, uccidendo sette dei suoi operatori. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che gli attacchi mortali sono stati “non intenzionali” e che “succede in guerra”.

L’organizzazione umanitaria con sede negli Stati Uniti chiede un’indagine indipendente sugli omicidi, dopo che Israele ha concluso la propria inchiesta il 5 aprile, affermando che “l’incidente non avrebbe dovuto verificarsi”.Almeno 196 umanitari, tra cui operatori delle Nazioni Unite, sono stati uccisi dal 7 ottobre a Gaza.

In seguito ai morti della World Central Kitchen e a una telefonata infuriata del presidente Joe Biden, Netanyahu ha accettato di aprire il lato israeliano del valico di Erez, nel nord di Gaza, e di permettere ai carichi di aiuti di passare attraverso il porto israeliano di Ashdod, anch’esso nel nord, oltre a prendere altre misure correttive.

António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato il 5 aprile: “Spero sinceramente che queste intenzioni annunciate si concretizzino effettivamente e rapidamente, perché la situazione a Gaza è assolutamente disperata”.

Finora non c’è stata alcuna azione da parte di Israele, ha dichiarato un funzionario delle Nazioni Unite a PassBlue.

 

Compassione per i gazawi

I sostenitori del Cairo-Gaza stanno denunciando l’incapacità di soddisfare i bisogni di base a Gaza.

La loro petizione recita: “La comunità internazionale non è riuscita a porre fine all’incessante bombardamento di rifugi civili, ospedali, moschee e chiese. Non è riuscita nemmeno a chiedere un cessate il fuoco. Potremmo noi, dall’Egitto, almeno portare aiuti umanitari? L’Egitto è l’unico Stato che condivide un confine terrestre con Gaza. Il valico di Rafah è l’unica arteria della Striscia che non è controllata dall’occupazione. E non dovrebbe esserlo”.

El-Massry, avvocato per i diritti umani, ha affermato che un convoglio composto da personalità pubbliche e parlamentari di tutto il mondo potrebbe contribuire a far arrivare più assistenza a Gaza.

“All’inizio della guerra, c’erano state richieste di istituire un convoglio umano internazionale, ma non hanno ricevuto molta attenzione”, ha detto el-Massry. “Anche se sarebbe stato utile per esercitare una pressione internazionale sui governi affinché affrontassero la crisi degli aiuti umanitari”.

I civili che scortano i camion degli aiuti a Gaza affronterebbero rischi enormi perché, tra gli altri problemi, Israele sta bombardando aree vicine al confine, nella città di Rafah, ignorando una recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva un cessate il fuoco durante il Ramadan, che termina il 9 aprile.

Le modalità specifiche con cui un convoglio civile si recherebbe a Rafah non sono chiare, ma gli attivisti sperano che le Nazioni Unite contribuiscano a garantire il rispetto delle leggi internazionali sulla consegna degli aiuti umanitari. Tuttavia, Israele non sta rispettando tali leggi, come ha richiesto anche la Corte Internazionale di Giustizia.

Inoltre, è probabile che le Nazioni Unite affidino un eventuale ruolo nella consegna degli aiuti alla Mezzaluna Rossa egiziana piuttosto che ad un convoglio civile, ha dichiarato un funzionario delle Nazioni Unite a PassBlue.

Un totale di 251 camion di aiuti sono entrati a Gaza dal valico di Rafah e dal valico di Kerem Shalom, lungo il confine israeliano, il 31 marzo, secondo il canale Telegram ufficiale del valico egiziano di Rafah.

La quantità è pari alla metà di quella che entrava a Gaza ogni giorno prima dello scoppio della guerra tra Israele e Hamas, il 7 ottobre. Le Nazioni Unite affermano che Gaza ha bisogno di almeno 500-600 camion al giorno, che trasportino beni essenziali e articoli commerciali per aiutare le vittime della guerra. Lo sgancio di aiuti effettuati da aerei internazionali sono stati pesantemente criticati dai gruppi umanitari in quanto grossolanamente inefficienti e pericolosamente aleatori.

“È difficile affrontare la crisi umanitaria a Gaza quando è Israele, accusato di genocidio e di affamare i gazawi, a fornire l’autorizzazione all’ingresso degli aiuti dopo lunghe ispezioni”, ha dichiarato a PassBlue Mona Mina, medico, attivista ed ex Segretaria Generale del sindacato dei medici egiziani.

Mina, un’organizzatrice della petizione Cairo-Gaza, ha detto che c’è anche un ritardo interno nell’arrivo dei camion degli aiuti al confine con l’enclave palestinese, perché i camion devono ottenere le autorizzazioni di sicurezza ai posti di blocco sulla lunga e complicata strada per Rafah.

I camion degli aiuti che partono dal Cairo verso il valico di Rafah, che si trova nel Sinai (una distanza di 217 miglia), impiegano prima circa tre ore per raggiungere la città di Ismailia, nel basso Egitto.

Dopo aver lasciato Ismailia, i camion possono subire forti ritardi a causa dei controlli di sicurezza durante il tragitto o rimanere bloccati ad Arish, la tappa successiva del viaggio. Secondo Mina, Arish è ora sovraffollata da molti camion.

“Il governo egiziano ha detto che il valico di Rafah è aperto, ma è il percorso verso Rafah a non esserlo, a partire dall’attraversamento del Canale di Suez, che richiede autorizzazioni per poi passare ad Arish e successivamente arrivare a Rafah. Tutti questi transiti richiedono l’approvazione da parte dei servizi di sicurezza”, ha dichiarato l’attivista.

La proposta dei sostenitori di Cairo-Gaza, dunque, non è realizzabile senza l’approvazione del governo per attraversare l’Egitto e raggiungere il valico.

Il gruppo voleva che il convoglio proposto partisse l’8 marzo, tre giorni prima dell’inizio del Ramadan, ma le autorità egiziane non hanno fornito i permessi necessari. Il Ministero degli Esteri ha invece concesso agli organizzatori una data per un incontro il 12 marzo per discutere il piano, ma poi il Ministero lo ha annullato. Non è stata fissata una nuova data.

Mina ha detto che l’incontro è stato cancellato perché il funzionario governativo che si occupa delle questioni relative alla Palestina, con cui avrebbero dovuto parlare, era in viaggio per lavoro. Il ministero non ha incaricato nessun altro di incontrare il gruppo. In risposta, il gruppo ha brevemente protestato davanti all’edificio del ministero al Cairo.

Negli ultimi mesi, alcuni attivisti per i diritti hanno tenuto brevi proteste settimanali sui gradini del Sindacato dei giornalisti al Cairo, un’organizzazione indipendente che difende i media egiziani, in solidarietà con i palestinesi di Gaza.

Il gruppo interrompeva il digiuno del Ramadan mangiando solo un piccolo pezzo di pane come protesta per attirare l’attenzione sulla carestia in corso a Gaza e, inoltre, chiedevano al governo di aprire il valico di Rafah.

L’ultima protesta si è tenuta il 3 aprile. Quella notte e la mattina seguente, 10 attivisti sono stati arrestati nelle loro case con l’accusa di aver aderito a un’organizzazione terroristica e di aver diffuso notizie false.

Tariffe esorbitanti per fuggire dalla guerra

Alhelou, un gazawi che è stato recentemente evacuato dall’enclave, era stato costretto a lasciare la sua casa nel nord di Gaza con la moglie, la figlia di 8 anni e il figlio di 4. “Molte persone sono state costrette a lasciare le loro case con nient’altro che i vestiti che avevano addosso”, ha detto.

L’IDF, ha detto, aveva ordinato a lui e alla sua famiglia di rifugiarsi a Khan Younis, nel sud di Gaza, assicurando loro che avrebbero trovato cibo e sicurezza, ma le truppe hanno condotto lui e la sua famiglia in una “zona quasi deserta che non aveva infrastrutture, né cibo, né aiuti, e solo pochi edifici”.

“A Khan Younis la gente litigava per i prodotti in scatola e saccheggiava i camion degli aiuti”, ha raccontato Alhelou. “Era molto difficile trovare la farina e chi la trovava era pieno di gioia come se si tratasse d’oro. Ho visto alcune persone morire di fame e di inedia, e questo nel sud. Immaginate quanto siano terribili le cose al nord”.

Lui e la sua famiglia sono rimasti in un’area priva di elettricità e di bagni, tra molti palestinesi che “vivevano una vita molto dignitosa prima della guerra”, ha aggiunto.

A gennaio, mentre gli aerei da guerra israeliani sorvolavano il cielo e non c’era un posto sicuro dove stare a Gaza, Mudallala Abusalim e sua figlia si sono dirette verso la città di Rafah per evacuare in Egitto, ha detto in un’intervista telefonica con PassBlue.

“Questa è una delle guerre più impensabili della storia”, ha detto. “I carri armati sono passati sopra i corpi e i corpi dei bambini sono stati fatti a pezzi. Ringrazio Dio di non aver dovuto vedere, ma di averne solo sentito parlare”.

Abusalim, che è cieca, e sua figlia sono entrate in Egitto il 26 gennaio, passando attraverso un processo che dà priorità ad alcuni sfollati rispetto ad altri.

I palestinesi possono lasciare Gaza per l’Egitto solo inserendo i loro nomi in un servizio chiamato Ya Hala, gestito da un’agenzia di viaggi egiziana, Hala Consulting and Tourism Services. L’agenzia si fa pagare migliaia di dollari per organizzare le evacuazioni individuali, in collaborazione con le autorità egiziane.

Con Israele che ha imposto un assedio totale su Gaza dopo il 7 ottobre, chiudendo tutti i suoi valichi terrestri nel territorio palestinese, i gazawi hanno dovuto fare affidamento sull’unico valico di Rafah per uscire.

L’Egitto, tuttavia, ha chiuso il valico all’inizio della guerra, dichiarando di essere preoccupato che gli attacchi aerei israeliani rendessero il valico inutilizzabile. L’Egitto temeva inoltre un afflusso di rifugiati e di militanti di Hamas che sarebbero entrati ed eventualmente si sarebbero raggruppati in territorio egiziano.

“L’efficacia del sistema Hala varia a seconda della nazionalità e del background”, ha dichiarato Dorgham Abusalim, figlio di Mudallala Abusalim, al telefono con PassBlue. “Non si tratta di una tassa di viaggio per attraversare il confine, e il prezzo dipende da con chi parli, da chi è il tuo intermediario e da chi lavora con te”. (Dorgham è palestinese-americano e si trova negli Stati Uniti dall’inizio della guerra).

Sua madre, parlando al telefono, ha detto a proposito dei costi: “Mi ha sorpreso sapere che le vite dei gazawi siano così a buon mercato e che la morte fosse molto più facile che vivere in quella situazione. Ma poi, quando sono arrivata al valico di Rafah e ho appreso quanto sia costoso attraversare i confini, mi sono chiesta come mai le nostre vite non valessero nulla per il mondo intero, ma avessero un valore coì alto al valico di Rafah”.

Hala è di proprietà di un uomo d’affari egiziano, Ibrahim al-Argany, che ha stretti legami con il presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi, secondo quanto riportato da Mada Masr, un’agenzia di stampa egiziana indipendente. A febbraio, Hala ha stabilito la sua “tassa di coordinamento” a 5.000 dollari per gli adulti e a 2.500 dollari per i minori.

Secondo Mada Masr, nelle settimane precedenti alla guerra, i prezzi erano inferiori a 350 dollari a persona. Il 3 aprile, più di 670 palestinesi hanno raggiunbto l’Egitto da Gaza, secondo un post su Telegram dell’autorità palestinese del valico di Rafah. Il numero è superiore di circa il 200% rispetto al numero di gazawi che sono arrivati in Egitto quotidianamente a gennaio.

Nonostante gli enormi ostacoli, la campagna del Cairo-Gaza non si scoraggia.

“Vorremmo che tutto questo [compresa la consegna degli aiuti] avvenisse attraverso un coordinamento egiziano-palestinese senza dover passare da Israele per il permesso”, ha detto Mahinour el-Massry, avvocato per i diritti umani.

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-Dulcie Leimbach ha contribuito a questo reportage.

Fatma Khaled ha conseguito un master presso la Columbia University School of Journalism e una laurea in giornalismo presso la Misr International University del Cairo.