(le foto di Jenin sono di Michele Giorgio)

In settanta giorni, centinaia di abitazioni del campo profughi di Jenin sono state distrutte completamente o danneggiate irreparabilmente dall’esercito israeliano; altre sono state trasformate in avamposti militari. Decine di strade sono state distrutte e al loro posto ne vengono costruite altre, destinate a consentire il transito veloce di carri armati e blindati. I piani mirano a cambiare il volto del campo di Jenin, così come quello di Tulkarem, dove si troverebbero i gruppi resistenti palestinesi. I palestinesi uccisi a Jenin e Tulkarem dall’inizio dell’anno sono 88, in tutta la Cisgiordania almeno 113.

«L’esercito sta dividendo il nostro campo in sezioni e aprendo strade larghe almeno 10 metri e lunghe oltre 500 metri», avverte Saleh Zuhairi, del Comitato popolare di Nur Shams. Decine di migliaia di civili sono già sfollati: 40mila, afferma soddisfatto il ministro israeliano della Difesa, Israe Katz. I comandi militari rivendicano con altrettanta soddisfazione il «successo dell’operazione ‘Muro di Ferro’», cominciata il 21 gennaio. Eppure, nonostante la brutalità dell’offensiva militare, i leader degli insediamenti coloniali israeliani scuotono la testa. Pretendono molto di più: vogliono vedere nel nord della Cisgiordania una situazione simile a quella di Gaza, ridotta interamente in macerie dai bombardamenti.

La scorsa settimana, ha riferito il quotidiano di destra Yisrael HaYom, alcuni esponenti di spicco delle colonie israeliane – illegali secondo il diritto internazionale – sono tornati a casa delusi e scontenti dopo aver partecipato a un tour nel campo profughi di Jenin, organizzato e guidato dal capo del Comando Centrale dell’esercito, Avi Bluth. Per i coloni, l’esercito ha fatto «troppo poco per sradicare il terrorismo». Non si sono lasciati impressionare, ha aggiunto il giornale, dalla «significativa attività ingegneristica» in corso nel campo di Jenin.

«È vero, sono state condotte azioni in profondità nella zona, ma non nel modo necessario», ha spiegato una fonte. I leader dei coloni, ha aggiunto Yisrael HaYom, si sono infuriati quando, passando per il mercato di Jenin, gli ufficiali dell’esercito hanno spiegato che le operazioni militari cercano di «non interferire nella vita quotidiana degli abitanti». I fatti chiaramente lo smentiscono, ma i coloni hanno percepito quelle parole come un’offesa. Quel mercato, affermano, sarebbe la prova del fallimento della strategia israeliana. «Ciò che non capiscono è che i terroristi fuggiti dal campo oggi vendono la verdura», ha commentato con sarcasmo un esponente dell’estrema destra.

I coloni chiedono di intensificare ulteriormente l’offensiva militare. «Da Jenin non sono emerse immagini di distruzione come a Gaza, questa è la differenza. I terroristi torneranno nel campo e riprenderanno le loro attività», si sono lamentati i leader degli insediamenti coloniali. L’unica voce fuori dal coro è stata quella di Ozl Vatik, dell’insediamento di Kedumim, che, osservando le macerie di Jenin e pensando alle tante famiglie palestinesi gettate nella disperazione dello sfollamento, ha invece elogiato le operazioni delle forze armate, definendole «storiche». «Per la prima volta dagli Accordi di Oslo (1993, tra Israele e OLP, ndr), si sta agendo in modo determinato contro i gruppi terroristici», ha commentato secondo Yisrael HaYom.

Il governo Netanyahu, di cui fanno parte ministri che vivono negli insediamenti, ha immediatamente provveduto a rassicurare i coloni. Sabato, il Consiglio di sicurezza israeliano ha approvato la costruzione di una strada di collegamento separata per i palestinesi in Cisgiordania, in modo da consentire la realizzazione dei piani di costruzione nell’area E1, a est di Gerusalemme.

In realtà, la strada in cantiere non faciliterà la vita dei palestinesi in quella zona. Piuttosto, servirà al progetto di annessione di Maaleh Adumim, il più grande degli insediamenti coloniali, che gli israeliani considerano un sobborgo di Gerusalemme. In particolare, collegherà la Cisgiordania settentrionale con il sud, deviando il traffico palestinese dalla Statale 1. Di conseguenza, la strada che ora collega Gerusalemme e Maaleh Adumim sarà percorsa solo dai coloni.

Finora Israele si è astenuto dal costruire nell’area E1 a causa delle opposizioni internazionali, compresi gli Stati Uniti, poiché ciò avrebbe tagliato la Cisgiordania in due, ostacolando potenzialmente la creazione di uno Stato palestinese (soluzione già defunta, in verità). Ma da gennaio c’è di nuovo l’alleato di ferro, Donald Trump, alla Casa Bianca, e il governo Netanyahu si sente libero di fare e pianificare ciò che vuole. E1 è un’area di 12 km². I piani di costruzione nell’area furono avviati già dal governo Rabin nei primi anni ’90, ma sono stati rinviati per motivi politici dal 2005.

Questo articolo è stato pubblicato in origine dal quotidiano Il Manifesto