Dopo oltre quattro decenni di carcere in Francia, Georges Ibrahim Abdallah, cittadino libanese e militante comunista, è stato rilasciato. La sua scarcerazione, avvenuta nelle scorse ore, segna la conclusione di una delle detenzioni più lunghe e discusse d’Europa. Nonostante avesse già scontato la pena massima prevista per i reati a lui imputati — la complicità nell’uccisione nel 1982 di un israeliano e un americano – Abdallah è tenuto in carcere per altri anni, a causa di pressioni esterne, in particolare da parte di Israele e Stati Uniti.

Georges Abdallah era stato condannato all’ergastolo nel 1987 per complicità negli omicidi di Charles Ray, ufficiale militare statunitense, e Yacov Barsimantov, funzionario dell’ambasciata israeliana a Parigi. All’epoca era membro delle Frazioni Armate Rivoluzionarie Libanesi (FARL), un gruppo marxista libanese. Arrestato nel 1984 con documenti falsi, Abdallah non ha mai negato il suo passato militante né la sua adesione a ideali rivoluzionari. Secondo la legislazione francese, il detenuto era divenuto eleggibile alla libertà condizionale già nel 1999, dopo 15 anni di carcere.

Negli anni successivi, più di otto richieste di liberazione condizionale furono presentate dagli avvocati di Abdallah. Diverse corti giudiziarie, compresa quella di applicazione delle pene, avevano espresso parere favorevole alla scarcerazione, subordinandola tuttavia a un decreto di espulsione verso il Libano da parte del Ministero dell’Interno francese. Decreto che, puntualmente, non arrivava mai. I governi che si sono succeduti a Parigi negli ultimi venticinque anni, tanto di centrodestra quanto di centrosinistra, hanno sistematicamente evitato di firmare l’espulsione, cedendo alle pressioni di Tel Aviv e Washington che avrebbero voluto vedere Abdallah dietro le sbarre fino all’ultimo dei suoi giorni.

Negli Stati Uniti, la figura di Abdallah è rimasta un punto sensibile per l’intelligence e la diplomazia. Nel 2014, il portavoce del Dipartimento di Stato americano ha affermato pubblicamente che la liberazione del militante libanese sarebbe stata “un affronto” alle famiglie delle vittime. Anche Israele, che ha mantenuto un dossier aperto sul caso, ha continuato a considerare Abdallah un “terrorista pericoloso” e ha sollecitato ripetutamente l’Eliseo a non consentire il suo rilascio. Un’ingerenza che ha pesato come un macigno sulle decisioni della giustizia francese, trasformando una questione penale in un nodo politico di portata globale.

Nonostante questo, il sostegno alla liberazione di Abdallah si è rafforzato nel tempo, sia in Francia che in Libano. In decine di città francesi si sono svolte manifestazioni, sit-in e presìdi davanti alle carceri dove l’uomo è stato rinchiuso. Oltre 300 personalità del mondo accademico, sindacale e culturale francese avevano firmato appelli chiedendo la sua liberazione. A Beirut, invece, Georges Abdallah è stato elevato a simbolo di resistenza all’imperialismo.

Il rilascio, infine, è avvenuto ieri quasi in sordina, senza comunicati ufficiali del governo francese. Georges Abdallah è stato accompagnato all’aeroporto di Parigi in mattinata e imbarcato su un volo per Beirut, dove ad attenderlo c’erano familiari, ex combattenti e attivisti. In un breve intervento dopo l’atterraggio, visibilmente provato ma determinato, Abdallah ha detto: «La mia detenzione è stata politica sin dal primo giorno. Sono uscito con le stesse idee con cui sono entrato. La lotta contro l’oppressione continua».

Il caso di Georges Abdallah apre interrogativi profondi sull’indipendenza del sistema giudiziario europeo dalle pressioni internazionali. In Francia, dove lo Stato di diritto è un pilastro repubblicano, la sua vicenda lascia un’ombra lunga e imbarazzante: un uomo tenuto in prigione per 25 anni oltre la sua pena per motivi politici e diplomatici. Amnesty International e Human Rights Watch hanno commentato il rilascio definendolo “tardivo ma necessario”, denunciando il grave precedente che la vicenda rappresenta.

Invece il ministero degli Esteri israeliano ha espresso “profonda delusione” per la scarcerazione, mentre da Washington è giunta una nota di condanna. L’Eliseo ha scelto — almeno per ora — di non rispondere alle polemiche. In ambienti vicini alla presidenza si lascia intendere che il rilascio di Abdallah fosse diventato inevitabile, anche per evitare un nuovo contenzioso presso le istituzioni europee e i tribunali internazionali per violazione dei diritti umani.

Ciò che emerge con chiarezza, al termine di questa lunghissima detenzione, è che la Francia, pur vantandosi di essere la patria dei diritti umani, ha per troppo tempo lasciato che la propria sovranità giudiziaria fosse subordinata alle ragioni geopolitiche di potenze alleate.