Pagine Esteri – «Per una volta, dall’ONU arrivano buone notizie» ha esultato Danny Danon, rappresentante israeliano alle Nazioni Unite.
Con il sostegno fondamentale degli Stati Uniti di Donald Trump, ieri Israele ha portato a casa un altro dei suoi obiettivi strategici, ottenendo dalle Nazioni Unite l’impegno a smobilitare la missione di interposizione nel Libano meridionale entro la fine del 2027.
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha votato per estendere la missione del suo contingente – l’Unifil (United Nations Interim Force In Lebanon) – solo fino alla fine del 2026, prevedendone poi la smobilitazione entro la fine dell’anno successivo attraverso un «ritiro ordinato e sicuro».
La risoluzione approvata definisce il governo libanese «l’unico fornitore di sicurezza» nel Libano meridionale, a nord del confine con Israele tracciato dalle Nazioni Unite, noto come Linea Blu, proprio mentre a Beirut aumentano le pressioni affinché la milizia del movimento sciita Hezbollah, da sempre spina nel fianco di Israele, consegni le armi e abbandoni le sue basi. Il governo e la presidenza libanesi pretendono che Hezbollah ceda completamente il controllo del territorio alle forze armate, sempre più dipendenti – militarmente e politicamente – da Francia, Stati Uniti e potenze sunnite.
Il voto, unanime, dei 15 membri del Consiglio di Sicurezza – compresi Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese – è stato il risultato di una “mediazione” che evidentemente va a tutto vantaggio dello “stato ebraico” e del suo sponsor americano. Tel Aviv e Washington, che spingevano per una immediata conclusione della missione, hanno dovuto accettare il rinvio del ritiro di un solo anno, venendo incontro alle richieste di alcuni paesi europei, in particolare la Francia, ma anche l’Irlanda e l’Austria, che propendevano per un mantenimento della presenza delle forze di interposizione.
In questo frangente l’Italia, che in Libano schiera circa mille militari e che storicamente si è sempre opposta al ritiro della missione di interposizione, non si è spesa particolarmente.
Il rinvio di un anno del ritiro non intacca il successo israeliano. Presto l’Unifil, istituito per supervisionare il ritiro delle truppe israeliane dal sud del Libano dopo l’invasione israeliana del 1978 e rinforzato dopo l’aggressione di Tel Aviv a Beirut nel 2006, toglierà le tende lasciando il campo completamente libero allo “stato ebraico”.
Già dall’inizio del 2027 i diversi paesi coinvolti cominceranno gradualmente a ritirare i 10.800 militari e civili coinvolti nella missione, facendo venir meno un deterrente che negli ultimi anni ha creato non pochi ostacoli alle mire israeliane sul paese confinante.
Appena insediatasi alla Casa Bianca, l’amministrazione Trump aveva immediatamente tagliato i finanziamenti statunitensi all’Unifil e chiarito che Washington non aveva alcuna intenzione di supportare un prolungamento della missione.
Storicamente i governi israeliani hanno sempre definito “inutile” la missione dell’ONU, ritenuta incapace di disarmare le milizie di Hezbollah e degli altri movimenti libanese e palestinesi impegnati a contrastare i piani di Tel Aviv. Il governo Netanyahu ha alzato i toni, accusando l’Unifil di rappresentare un ostacolo alla rimozione dei combattenti di Hezbollah dal Libano meridionale, se non addirittura di essere in combutta con la milizia sciita libanese.
Nel corso dell’ultima invasione terrestre del Libano da parte delle forze armate israeliane, iniziata nell’ottobre del 2024, i militari di Tel Aviv hanno più volte preso di mira le basi e i membri dell’Unifil, causando ingenti danni e il ferimento di diversi caschi blu. Nonostante lo Statuto di Roma, che ha istituito la Corte Penale Internazionale dell’Aia, stabilisca che prendere deliberatamente di mira le forze di peacekeeping che operano sotto l’egida delle Nazioni Unite costituisca un crimine di guerra, nessun procedimento è stato avviato contro Israele.
Contravvenendo a diverse risoluzioni dell’ONU e allo stesso testo alla base del cessate il fuoco del novembre scorso, Israele ha continuato in questi mesi a bombardare il territorio libanese ed ha mantenuto un certo numero di truppe nel settore meridionale del paese, operando anche numerose demolizioni di edifici e di interi villaggi considerati una “minaccia alla propria sicurezza”.
Le autorità israeliane hanno già chiarito che non intendono rispettare la parte della risoluzione votata ieri che ribadisce l’appello a Tel Aviv affinché ritiri le sue forze dai cinque siti che continua ad occupare nel “paese dei cedri”.
Proprio ieri due militari libanesi sono stati uccisi e altri due sono stati feriti quando un drone israeliano si è schiantato e poi è esploso nella zona di Ras al-Naqoura, nel Libano meridionale, nel corso di quello che i comandi di Tel Aviv hanno descritto come una missione contro una postazione di Hezbollah.- Pagine Esteri