In un clima di scetticismo diffuso e di rassegnazione, milioni di iracheni sono tornati oggi alle urne per eleggere i 329 membri del nuovo Parlamento. Si tratta dell’ennesima consultazione in un Paese che, a più di vent’anni dalla caduta di Saddam Hussein, continua a vivere un fragile equilibrio politico e sociale, schiacciato tra la pressione delle potenze esterne e le proprie contraddizioni interne.
Il primo ministro Mohammed Shia al-Sudani, giunto al termine del suo primo mandato, punta a restare al potere. Il suo blocco politico è dato in vantaggio, ma gli analisti non prevedono una maggioranza assoluta: si profila dunque una lunga fase di trattative tra i partiti sciiti, sunniti e curdi, nella tradizionale spartizione di ministeri e incarichi che caratterizza la politica irachena.
Molti elettori, però, sembrano aver perso fiducia. La partecipazione, secondo sondaggi e osservatori, potrebbe scendere al di sotto del minimo storico del 41 per cento registrato alle ultime elezioni. Le ragioni sono molteplici: la corruzione, i servizi pubblici scadenti, la disoccupazione cronica e, quest’anno, anche il boicottaggio del movimento guidato dal religioso sciita Moqtada al-Sadr, che dispone di un vasto seguito tra le classi popolari.
Nessuno si aspetta cambiamenti radicali.
Il futuro governo dovrà trovare un difficile equilibrio tra l’influenza di Teheran – che in Iraq può contare sull’alleanza con numerosi partiti e milizie – quella di Washington, quest’ultima sempre più impaziente di vedere limitato il potere dei gruppi filo-Teheran.
A ciò si sommano le sfide interne. La popolazione, in larga parte giovane, chiede servizi di base, lavoro, sicurezza e la fine della corruzione che divora le risorse del Paese. I ricordi delle proteste del 2019 e del 2020, represse nel sangue, sono ancora vivi e il malcontento potrebbe riesplodere.
Da quando, nel 2005, l’Iraq ha tenuto le prime elezioni dopo l’invasione statunitense, il sistema politico si è fondato su un delicato equilibrio settario: il primo ministro sciita, il presidente curdo, lo speaker del Parlamento sunnita. Eppure, tra le file dei candidati, spuntano volti giovani che cercano di rompere il cerchio. Attivisti e professionisti che sognano di costruire un Iraq diverso, pur consapevoli di quanto sia arduo competere contro apparati consolidati e reti clientelari radicate nei ministeri e nei partiti religiosi.
Le prossime settimane saranno decisive per capire se le urne restituiranno l’immagine di un Paese che tenta, con fatica, di rinnovarsi, o se prevarrà ancora una volta la logica della continuità in negatibo. I risultati definitivi sono attesi nei prossimi giorni, ma la sensazione diffusa è che poco cambierà. Dopo due decenni di transizione senza fine, l’Iraq si trova nuovamente di fronte al suo bivio irrisolto: un sistema che resiste a ogni scossa di cambiamento e un popolo che, tra apatia e speranza, continua a chiedersi se il voto serva ancora a qualcosa.

















