di Giorgio Trucchi

Corrispondente dall’Honduras

(Foto di Prensa Latina)

Domani, 30 novembre, circa 6,3 milioni di persone saranno chiamate alle urne  in Honduras per eleggere presidente, deputati al parlamento nazionale e a quello centroamericano, sindaci e consiglieri comunali. Tre sono i candidati che hanno reali possibilità di governare il Paese centroamericano per i prossimi quattro anni:

Rixi Moncada, avvocata e candidata del governante partito Libertà e Rifondazione (Libre), braccio politico di quello che è stato il movimento di resistenza contra il colpo di Stato civico-militare che nel 2009 defenestrò al presidente Manuel Zelaya, ha ricoperto varie cariche pubbliche, sia durante il governo di Zelaya che nell’attuale di Xiomara Castro.

Il suo programma di taglio progressista prevede la continuazione del processo di trasformazione economica e sociale iniziato da Castro. “Democratizzare l’economia” è il motto che identifica il suo programma di governo, che ha tra i pilastri una riforma progressiva del sistema fiscale (Legge di giustizia tributaria), riforma del sistema bancario per facilitare il credito a micro, piccoli e medi produttori, incentivazione della produzione agricola, sovranità alimentare, difesa dell’ambiente e beni comuni, rafforzamento dello Stato e del suo ruolo sociale, lotta alla corruzione.

Nasry “Tito” Asfura e Salvador Nasralla, candidati dei due partiti tradizionali Nazionale e Liberale, ripropongono il vecchio modello neoliberista ed estrattivista, con riduzione progressiva dello Stato, privatizzazione dei servizi pubblici e dei beni comuni, espansione delle attività estrattive e dell’agribusiness.

Imprenditore delle costruzioni ed ex sindaco della capitale Tegucigalpa, Asfura non è riuscito a liberarsi del pesante fardello che lega lui e il suo partito all’ex presidente Juan Orlando Hernández, condannato negli Stati Uniti a 45 anni di carcere per reati legati al narcotraffico. È inoltre stato oggetto nel passato di indagini giudiziarie per presunti reati di corruzione.

Nasralla, istrionico commentatore sportivo, è stato candidato presidenziale di Libre nel 2017 e vittima di gravi brogli elettorali che regalarono a Hernández un secondo illegale mandato, proibito dalla Costituzione honduregna. Vicepresidente di Xiomara Castro nel 2021, ha rotto con l’attuale partito di governo alleandosi poi con i due partiti tradizionali.

Entrambi i candidati dell’opposizione rappresentano gli interessi dell’oligarchia nazionale, di quelle dieci famiglie che controllano 25 gruppi economici che, da soli, hanno ingressi equivalenti all’80% del PIL e che pagano solamente lo 0,03% di imposte.

Decenni di alternanza tra liberali e nazionalisti, di vincoli sempre più stretti tra politica tradizionale e criminalità organizzata, di svendita del territorio e apertura incontrollata agli interessi multinazionali, nonché di sudditanza ai voleri di Washington, hanno portato l’Honduras al primato di secondo Paese più povero e diseguale dell’America Latina dopo Haiti, con oltre il 70% della popolazione in miseria e la tassa di omicidi più alta al mondo.

Una grave crisi di diritti umani che ha avuto principalmente come vittime quei settori della popolazione organizzata che si sono opposti al colpo di Stato, che difendono terra, territori e beni comuni, che hanno denunciato la violenza e la corruzione.

Cercare di cambiare un modello economico escludente e distruttivo, che garantisce gli interessi di una piccola minoranza interna, alleata del capitale multinazionale e protetta dai corpi repressivi dello Stato, non può che generare reazioni violente.

Quelle del 30 novembre saranno quindi elezioni che si preannunciano complicate e con un elevato rischio di brogli elettorali e caos sociale. Saranno anche elezioni particolari, che si svolgeranno con 226 municipi dei 298 sotto stato d’emergenza da tre anni per combattere la criminalità organizzata.

Un’eventuale vittoria di Rixi Moncada, inoltre, convertirà l’Honduras nella prima nazione al mondo in cui una presidente donna consegnerà la banda bicolore a un’altra donna.

“L’opposizione controlla ancora l’economia, ha maggioranza in Parlamento e nelle principali istituzioni e gestisce il 90% dei media. La campagna contro il governo e Rixi (Moncada) è stata brutale. Sono gli stessi attori che hanno dato colpo di Stato nel 2009, in contubernio con gli Stati Uniti. Faranno di tutto per impedire un secondo periodo di Libre”, ha detto Sergio Rivera, cattedratico e rappresentante del Potere Popolare, a Pagine Esteri.

La denuncia del rappresentante di Libre nel Consiglio nazionale elettorale, Marlon Ochoa, circa un piano orchestrato dall’opposizione per destabilizzare il processo elettorale e il successivo fallimento della simulazione del sistema di trasmissione dei risultati preliminari (Trep), ha portato Moncada ad annunciare che non riconoscerà tali risultati.

La candidata di Libre considererà solamente il conteggio che risulterà dai verbali elettorali di ogni seggio. Per questo ha chiesto ai suoi rappresentanti di lista di fotografare i verbali e di inviare immediatamente una copia al sistema di conteggio del partito.

A complicare ulteriormente uno scenario già di per sé complesso ci ha pensato il presidente statunitense Donald Trump, rompendo il silenzio preelettorale con un post sul suo account Truth Social in cui annuncia il sostegno a Nasry Asfura e taccia di “comunista” la candidata di Libre e di “quasi comunista” e “inaffidabile” Salvador Nasralla.

Il giorno dopo, rincara la dose proclamando che indulterà Juan Orlando Hernández e che non sperpererà i soldi dei contribuenti in caso di vittoria di uno degli altri due candidati.

Una strategia “stile Milei” che sembrerebbe voler seminare il panico tra l’elettorato indeciso che guarda a Moncada, rafforzare il voto dell’opposizione attorno al candidato nazionalista e ripulire l’immagine del partito. “Il fatto che Libre continui a governare rappresenta un intralcio agli obiettivi geostrategici di dominio degli Stati Uniti in America Latina. Tutto ciò lo vedremo riflesso in queste elezioni”, assicura a Pagine Esteri l’attivista sociale e membro del capitolo Honduras di Alba Movimientos, Luis Méndez.

Un gruppo di congressisti statunitensi, capeggiati dall’ultra reazionaria repubblicana Maria Elvira Salazar, ha infatti invaso l’etere vaticinando il pericolo di una “venezualizzazione” dell’Honduras in caso di vittoria di Moncada.

L’ingerenza degli Stati Uniti nelle elezioni in Honduras non è certo una novità. Nel 2017, l’allora ambasciatrice Heide Fulton, apparve a fianco del presidente dell’autorità elettorale avallando la frode elettorale.

Sede di addestramento di forze militari nazionali e internazionali controinsurrezionali negli anni ’80, per combattere il governo rivoluzionario nicaraguense e i movimenti armati di liberazione di El Salvador e Guatemala, l’Honduras continua ad ospitare la base militare statunitense Soto Cano (Palmerola), con quella di Guantanamo a Cuba una delle più grandi in America Latina.

“In un contesto di crisi marcato dai violenti attacchi verbali contro i governi di Venezuela e Colombia e dalla massiccia presenza militare nei Caraibi, l’escalation dell’ingerenza statunitense in Honduras rischia di aggiungere ulteriore legna al fuoco”, conclude Méndez.