Le proteste contro il carovita e l’inflazione che da giorni attraversano l’Iran rappresentano la più grave ondata di mobilitazione interna degli ultimi tre anni e riaprono una fase di forte instabilità nel Paese. Le manifestazioni, nate dall’esplosione dei prezzi e dalla continua svalutazione del rial, si sono estese a numerose città, con epicentro nelle province occidentali di Lorestan, Chaharmahal e Bakhtiari, dove si sono registrati scontri violenti tra dimostranti e forze di sicurezza.

Secondo media statali e organizzazioni per i diritti umani, almeno sei persone sono state uccise dall’inizio delle proteste, mentre decine di manifestanti sono stati arrestati. Tra le vittime figura anche un membro dei Basij, il corpo paramilitare legato ai Guardiani della Rivoluzione. Video diffusi sui social mostrano edifici in fiamme, colpi d’arma da fuoco nella notte e manifestanti che gridano slogan contro le autorità, in un clima che richiama le grandi proteste del 2022, esplose dopo la morte di una giovane donna curda, Mahsa Amini, in custodia e represse con centinaia di vittime.

Il contesto economico spiega l’ampiezza delle proteste. L’inflazione ufficiale supera il 36%, ma il costo reale della vita è percepito come molto più alto, soprattutto nelle aree periferiche. La deregolamentazione di alcuni cambi valutari, parte del programma di liberalizzazione promosso dal presidente eletto Masoud Pezeshkian, ha contribuito a un ulteriore crollo del rial sul mercato non ufficiale, alimentando rabbia e frustrazione in una popolazione già provata da anni di sanzioni occidentali.

Pezeshkian ha adottato un tono conciliante, riconoscendo pubblicamente le responsabilità delle autorità e invitando a non cercare colpevoli all’estero. Ma alle parole non è seguita una reale de-escalation. Le forze di sicurezza continuano a intervenire con violenza, mentre magistratura e media statali ribadiscono che non ci sarà alcuna tolleranza per azioni considerate una minaccia all’ordine pubblico. Secondo il gruppo Hengaw, almeno 29 manifestanti sono stati arrestati negli ultimi giorni, tra cui donne e minori, e altre detenzioni sono state segnalate a Kermanshah e in diverse località del Lorestan.

Sul piano geopolitico, le proteste interne si innestano in una fase già segnata da un forte confronto militare e strategico. Gli attacchi israeliani e statunitensi dell’ultimo anno, culminati nei bombardamenti di giugno contro impianti nucleari iraniani, hanno aumentato la pressione su Teheran. A questo si aggiungono l’indebolimento di Hezbollah in Libano e la crisi dell’asse regionale della Resistenza, elementi che rendono Teheran.

Le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che ha minacciato un intervento diretto “in aiuto dei manifestanti” qualora le forze di sicurezza iraniane sparassero sulla folla, vengono lette a Teheran come un chiaro segnale di ingerenza. Per le autorità iraniane, il rischio è che il malcontento sociale venga strumentalizzato da Washington e Tel Aviv per costruire una nuova legittimazione politica e mediatica a un attacco militare, presentato come difesa dei diritti umani o sostegno a una rivolta popolare.

Ali Larijani, uno dei principali consiglieri della Guida Suprema Ali Khamenei, ha avvertito che qualsiasi intervento statunitense aprirebbe la strada a una destabilizzazione dell’intera regione. L’Iran continua infatti a sostenere gruppi armati in Iraq, Libano e Yemen, e un’escalation rischierebbe di trasformare una crisi sociale interna in un conflitto regionale più ampio.

L’Iran si trova stretto tra una crescente fragilità economica e sociale e una pressione militare esterna che non accenna a diminuire. In questo quadro, il confine tra crisi interna e pretesto per una nuova guerra è sempre più sottile.