Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres si dice profondamente scioccato dalle notizie di violenze e dall’uso eccessivo della forza contro i manifestanti in Iran, lanciando un appello diretto alle autorità di Teheran affinché mostrino moderazione. In una dichiarazione diffusa dal suo portavoce Stephane Dujarric, Guterres ha chiesto al governo iraniano di astenersi da un uso non necessario o sproporzionato della forza, mentre le proteste, iniziate il 28 dicembre per l’impennata dei prezzi e il costo della vita, si sono rapidamente trasformate in una contestazione politica più ampia contro l’intero sistema di potere.
Sul terreno, il flusso di informazioni è incompleto a causa del blackout di Internet, che ha limitato la capacità di documentare gli eventi e questo rende più complesso dare un bilancio credibile di morti e feriti. Oggi circolano notizie che non è stato possibile verificare in modo indipendente che parlano di oltre mille morti e migliaia di feriti. Altre voci e immagini riferiscono di corpi lungo le strade infilati in sacchi. Al momento l’agenzia Reuters e altri organi d’informazione internazionali danno un bilancio di centinaia di morti, almeno 500. Non è chiaro se questo numero includa oltre ai manifestanti uccisi anche le vittime registrate tra le forze di polizia e delle milizie filo-governative.
Oltre 10mila sarebbe il numero degli arrestati tra i manifestanti, ma anche in questo caso non esistono cifre certe.
La crisi sociale si innesta su un quadro economico segnato da inflazione elevata, salari erosi e difficoltà crescenti per ampi settori della popolazione. Le riforme economiche che il presidente Masoud Pezeshkian ha cercato di introdurre si sono rivelate poco efficaci, senza dimenticare che l’Iran deve fare i conti con pesanti sanzioni economiche americane. In questo contesto si è anche rafforzato il risentimento verso le Guardie Rivoluzionarie, percepite da molti iraniani come un centro di potere opaco e privilegiato, con vasti interessi economici nei settori strategici del petrolio e del gas, dell’edilizia e delle telecomunicazioni, per un valore stimato in miliardi di dollari.
I filmati giunti dall’Iran mostrano grandi folle in marcia notturna a Teheran e in altre città, con slogan contro la leadership politica e religiosa. Il ministro degli Esteri Abbas Araqchi ha dichiarato che la situazione è sotto controllo, attribuendo l’escalation della violenza a gruppi definiti terroristici e sostenendo che questi avrebbero cercato di provocare un intervento straniero. Araqchi ha annunciato che il ripristino dell’accesso a Internet da parte del governo avverrà in coordinamento con le autorità di sicurezza.
Parallelamente, la televisione di Stato ha dato ampio risalto alle manifestazioni filo-governative e ai funerali delle forze di sicurezza uccise, parlando di atti terroristici e trasmettendo immagini di familiari in attesa di identificare i corpi presso gli istituti di medicina legale di Teheran. Le autorità hanno accusato apertamente Stati Uniti e Israele di fomentare i disordini interni e hanno proclamato tre giorni di lutto nazionale in onore di quelli che definiscono “martiri della resistenza”.
La crisi interna iraniana ha assunto subito una dimensione internazionale. Il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti sono pronti ad “aiutare” gli iraniani. Ha inoltre affermato che l’Iran avrebbe chiesto di negoziare sul suo programma nucleare, colpito insieme a Israele durante agli attacchi del giugno 2025, lasciando però aperta la possibilità di azioni preventive prima di eventuali colloqui.
Da parte iraniana, Araqchi ha ribadito che Teheran è pronta sia al dialogo sia alla guerra, mentre il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf ha messo in guardia gli Stati Uniti contro un errore di calcolo, minacciando ritorsioni contro Israele e le basi e le navi statunitensi nella regione in caso di attacco.
Nonostante la gravità della situazione, è improbabile un crollo immediato dell’establishment iraniano. Tuttavia, la leadership potrebbe uscire indebolita da questa fase, in un momento in cui Teheran sta ancora cercando di recuperare dagli attacchi israelo-americani del 2025 e dal ridimensionamento del proprio peso regionale causato dai colpi inferti ai suoi alleati dopo il 7 ottobre 2023. L’Iran inoltre fa i conti anche con l’aggressione al Venezuela, suo alleato, da parte degli Stati Uniti che a inizio anno hanno rapito il presidente Nicolas Maduro.

















