Arriva anche dall’esterno della Siria la risposta più immediata all’appello di resistenza lanciato dalla comunità curda del nord-est siriano. Nelle ultime ore, mentre Damasco concede quattro giorni alle Forze Democratiche Siriane per accettare una resa negoziata, piazze e frontiere si muovono: manifestazioni, presìdi e scontri si sono registrati nel Kurdistan iracheno, lungo il confine turco e in diverse città europee dove la diaspora curda ha risposto alla chiamata proveniente da Kobane. È una mobilitazione che nasce dalla percezione condivisa di un passaggio decisivo: la fine, imposta con la forza o con l’isolamento politico, dell’esperienza autonoma del Rojava. Secondo diverse fonti, questa mattina almeno sessanta camion di aiuti umanitari avrebbero hanno attraversato il valico di Semalka, al confine tra l’Iraq e la Siria, per dirigersi verso la campagna di al-Hasakah con l’obiettivo di sostenere gli sfollati siriani di al-Tabqa, Raqqa e dei quartieri di Sheikh Maqsoud e al-Ashrafiyah. Anche se questa mattina è stata segnalata un’esplosione proprio a 50 chilometri dal valico di Semalka, all’interno dei confini siriani.
L’allarme partito dal nord-est siriano parla di assedio e smantellamento. In poche giornate le SDF hanno perso terreno in aree strategiche; Damasco ha imposto un ultimatum che prevede cessate il fuoco, trasferimento delle zone chiave sotto controllo centrale e integrazione dei combattenti negli apparati statali. Per la leadership curda non è una trattativa, ma una resa. Da qui l’appello a una resistenza a oltranza, che ha trovato eco soprattutto fuori dai confini siriani, dove comunità curde e reti di solidarietà denunciano il silenzio internazionale e preparano nuove iniziative di pressione politica.
A Kobane il senso di isolamento è totale. La città che resistette all’Isis torna a essere simbolo di una solitudine strategica: pochi alleati, nessuna garanzia, un passato recente che si ripercosse. Nelle mobilitazioni della diaspora ricorre lo stesso messaggio: i curdi sono stati usati e poi abbandonati, di nuovo. Prima nella lotta contro lo Stato islamico, oggi di fronte al riassetto della Siria post-bellica.
Washington, che aveva costruito con le SDF un’alleanza decisiva contro l’Isis, appare ora defilata mentre Damasco e Ankara stringono il cerchio. La riduzione del sostegno pratico e politico viene letta come un via libera implicito all’operazione di rientro forzato delle zone autonome sotto il controllo centrale. È una dinamica già vista – appoggio militare finché utile, abbandono quando l’equilibrio geopolitico cambia – ma che non è bastata ad accrescere l’urgenza di nuove alleanze o a una rivalutazione sul ruolo dei propri alleati.
Come sempre, la posizione di Washington non è isolata: l’Europa resta ancora una volta a rimorchio degli Stati Uniti. Nelle scorse ore il presidente Usa, Donald Trump, ha reso pubblico un messaggio di servilismo politico e di deferenza personale inviato privatamente dal segretario generale della Nato Mark Rutte: “Signor Presidente, caro Donald – ciò che hai realizzato oggi in Siria è incredibile. Userò i miei contatti con i media a Davos per mettere in luce il tuo lavoro lì, a Gaza, e in Ucraina. Mi impegno a trovare una soluzione per la Groenlandia. Non vedo l’ora di vederti. Tuo, Mark”. Non è la prima volta. A giugno Trump aveva già divulgato un altro messaggio privato di Rutte, in cui il capo della Nato ringraziava “per la tua azione decisiva in Iran” – il bombardamento del 22 giugno – e celebrava la capacità del presidente americano di spingere i governi europei a firmare per il 5% del Pil in spese militari: “Otterrai qualcosa che NESSUN presidente americano ha potuto realizzare in decenni. L’Europa pagherà in GRANDE”.
Anche le posizioni francesi non sono una sorpresa. Le simpatie di Emmanuel Macron per il nuovo corso di Damasco emergono da un altro messaggio privato indirizzato a Trump – “amico mio” – e reso pubblico dallo stesso tycoon, in cui Macron si dice “perfettamente allineato” con la Casa Bianca sulla Siria. Un allineamento che, per i curdi, si traduce in silenzio o consenso di fronte all’aggressione delle zone autonome del nord-est con il placet Usa.
L’Europa ha già parlato con i fatti. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il 9 gennaio, ha offerto a Damasco una partnership politica, la cancellazione delle sanzioni e 620 milioni di euro ad Ahmed al-Sharaa. Nelle stesse ore, il presidente siriano ordinava l’attacco contro le zone curde di Aleppo, costringendo alla fuga gli abitanti. Pagine Esteri
















