Anche il 2026 è iniziato all’insegna della violenza, in Afghanistan, dove il 19 gennaio scorso in un’esplosione a Kabul, in un ristorante cinese del quartiere di Shahr-e-Naw, sono rimaste uccise sette persone – un cittadino cinese e sei cittadini afghani – e diverse altre, tra le quali alcuni bambini, sono state ferite. L’area è considerata una delle più sicure della capitale: vi sorgono diverse attività commerciali, ambasciate, ed è una zona frequentata abitualmente dagli internazionali che risiedono o transitano in città. 

I feriti sono stati trasportati nell’ospedale di Kabul gestito dall’ONG Emergency, che opera nel Paese dal 1999. “Abbiamo ricevuto venti pazienti nel nostro ospedale – ha spiegato Dejan Panic, direttore del programma di Emergency in Afghanistan – Tra i feriti anche quattro donne e un bambino. I feriti, alcuni in fase di valutazione per eventuali interventi chirurgici, riportano ferite e lividi. Purtroppo, sette persone sono arrivate già morte, alcune sono arrivate smembrate.”

L’attentato è stato rivendicato nella serata dello stesso giorno dall’ISIS-K. Sul suo canale Aamaq news agency l’organizzazione ha parlato di 25 persone uccise o ferite nell’attacco al ristorante, tra le quali alcune guardie talebane. La motivazione sarebbe la repressione del governo cinese nei confronti della comunità uigura, una minoranza musulmana del nord ovest della Cina, nella regione dello Xinjiang. Tale dichiarazione non può che costituire una pericolosa minaccia per la comunità cinese in Afghanistan. Oltre che un indiretto colpo al governo talebano, che dalla sua ascesa ha rafforzato i suoi rapporti con Pechino.

L’episodio è solo l’ultimo di una serie di incidenti ai danni della popolazione afghana, che vive in un costante clima di tensione, per quanto a più bassa intensità. Da quando i talebani hanno ripreso il potere in Afghanistan il 15 agosto 2021, il numero di attentati e di scontri nel Paese si è sensibilmente ridotto. Dalla sua ascesa, il governo de facto ha promesso l’inaugurazione di un nuovo corso di sicurezza e stabilità, in un Paese vessato da decenni di guerra e occupazione militare. Il portavoce del governo, Zabihulla Mujahid, ha recentemente dichiarato che il corpo di difesa afghano è arrivato a contare oltre 181.000 uomini, con oltre 100.000 poliziotti formati nel solo 2025.

La violenza, però, non è scomparsa dal Paese, e periodicamente continua a mietere vittime innocenti. Il rischio di attentati rimane alto. Nel Paese sono attivi, infatti, l’ISIS-K, lo Stato Islamico del Khorasan, e altre organizzazioni terroristiche antagoniste del governo talebano

Nell’ospedale di Emergency a Kabul, il 50% dei pazienti sono ancora considerati vittime di guerra: arrivano al pronto soccorso con ferite da esplosioni o da mina, da arma da fuoco, da taglio. “Violenza e criminalità – si legge nel comunicato dell’ONG diramato dopo l’ultima esplosione – sono conseguenze di una guerra che è terminata negli scontri, ma ha lasciato armi in quantità, mine antiuomo disseminate soprattutto in aree remote, povertà”.

Nel solo 2025, in Afghanistan si sono registrati 9.775 incidenti, secondo i rapporti Onu che hanno monitorato durante tutto l’anno lo stato di sicurezza nel Paese, nei quali avrebbero perso la vita almeno 186 civili e oltre 780 sarebbero rimasti feriti. Gli incidenti si sono registrati in diverse regioni: Baghlan, Helmand, Herat, Kabul, Kandahar, Kunduz, Nimroz, Panjshir and Takhar.

Almeno 201 di questi incidenti sono attacchi attribuiti ai gruppi armati anti-talebani, formazioni rivali al governo sparse sul territorio afghano. Tra queste, ci sono il Fronte per la Libertà, il Fronte di Resistenza Nazionale, il Fronte di Liberazione Nazionale, il Fronte di Mobilitazione Nazionale, il Fronte per la Libertà del popolo islamico dell’Afghanistan e il Movimento per la Libertà dell’Afghanistan. Un lungo elenco che dimostra quanto instabile sia la situazione nel Paese e in quali condizioni di guerriglia costante e di violenza terroristica viva la popolazione afghana. 13 attentati, inoltre, sono stati rivendicati dalla più nota formazione dell’ISIS

La violenza che continua a interessare e a mettere a rischio la quotidianità dei civili afghani non deriva solo dagli attacchi della guerriglia e del terrorismo anti-talebano, ma anche dagli scontri con il Pakistan, che nel 2025 si sono fatti particolarmente sanguinosi. Solo nel mese di ottobre, ad esempio, in otto giorni di scontri al confine tra i due Paesi, 50 persone sono state uccise e almeno 453 ferite. Il portavoce dell’intelligence talebana dichiarò in quell’occasione che gli attacchi ripetuti avevano provocato “multiple uccisioni di civili”, a causa di una violazione da parte del Pakistan dell’impegno a fermare gli attacchi. 

I raid aerei diretti dal Pakistan oltre la frontiera afghana durante il 2025 erano mirati, secondo quanto dichiarato da Islamabad, contro i militanti della formazione terroristica Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP) residenti in Afghanistan – dichiarazione tutte le volte rigettata dal governo talebano. Secondo l’Onu, in effetti, il gruppo Tehrik-e Taliban del Pakistan avrebbe compiuto numerosi attacchi in Pakistan muovendosi dal territorio afghano, ma il governo de facto continua ad affermare che nessun terrorista appartenente a questa formazione risieda nel Paese e a contestare al governo pakistano le sue incursioni militari sul territorio. 

Oltre al rischio costante di esplosioni e scontri, il Paese continua ad affrontare una catastrofe umanitaria. 23 milioni di persone in Afghanistan dipendono dall’assistenza umanitaria, oltre 17 milioni di queste sono in condizioni di insicurezza alimentare. 3,7 milioni di bambini sono malnutriti, e tra loro 1,7 milioni rischiano la vita a causa della malnutrizione severa. Fino a novembre scorso, solo il 35.7% degli aiuti umanitari internazionali promessi al Paese per l’anno 2025 era stato effettivamente erogato. Oltre alla povertà e alle conseguenze di decenni di guerra, la popolazione fa anche i conti con le calamità naturali, come i tragici terremoti che si sono verificati in agosto e novembre. In un territorio con risorse così tanto limitate, infine, a causa delle politiche anti-migratorie dei Paesi vicini, si sono aggiunti oltre 2,4 milioni di ex profughi afghani che sono rientrati – quasi sempre forzatamente – a casa.