Sono imbevuti di colonialismo i piani di Donald Trump e del suo consigliere e genero Jared Kushner per la “Nuova Gaza”. Prevedono una Striscia ricostruita da zero con torri residenziali, data center, parchi industriali e resort sul Mediterraneo.

Il progetto ieri è stato presentato come parte di una più ampia iniziativa politica del presidente americano, che ha trasformato la tregua tra Israele e Hamas in una piattaforma politica globale, il cosiddetto “Board of Peace”, ufficializzato a Davos per risolvere i conflitti in diverse aree del mondo e non solo a Gaza. Nella località svizzera Trump ha ceduto la scena a Kushner, incaricato di illustrare il piano di sviluppo per Gaza, le sue città distrutte e una popolazione di quasi due milioni di persone in gran parte sfollata.

Kushner ha parlato di un cambio di paradigma. La definizione ha accompagnato la presentazione del progetto in cui una Gaza è apparsa sulle diapositive come una nuova Dubai o una Singapore mediorientale, con una costa punteggiata di grattacieli di vetro, aree residenziali di lusso, centri hi-tech e aree industriali.

Ma dietro il “piano generale” non c’è alcuna  risposta a nodi centrali come i diritti di proprietà dei palestinesi che hanno perso case e terreni durante i due anni di bombardamenti incessanti di Israele. Nessuna indicazione su dove dovrebbero vivere gli sfollati durante una ricostruzione che, prima ancora di iniziare, richiede la rimozione di circa 68 milioni di tonnellate di macerie e ordigni israeliani inesplosi. E soprattutto nessuna chiarezza su chi finanzierà un progetto dalle dimensioni colossali, se non un generico riferimento a contributi del settore privato che verranno annunciati nelle prossime settimane a Washington. Non siamo lontani dall’idea espressa un anno fa da Trump  di trasformare Gaza nella “Riviera del Medio Oriente”, una formula che ha suscitato dure critiche, vista come un progetto attento più al valore immobiliare che alla realtà sociale e politica di Gaza e più di tutto al diritto dei palestinesi alla libertà e piena autodeterminazione.

Il contrasto tra visione e realtà è reso ancora più stridente dagli eventi sul campo. Nelle stesse ore in cui Kushner parlava di sviluppo e futuro, le autorità sanitarie di Gaza riferivano di nuovi raid israeliani: cinque palestinesi uccisi ieri, quattro nel quartiere di Zeitoun a Gaza City e uno a Khan Younis. Il giorno prima erano state 11 le vittime, tra cui due ragazzi e tre giornalisti, colpiti mentre documentavano con un drone la vita nelle tende degli sfollati. L’esercito israeliano ha giustificato l’attacco sostenendo, senza fornire prove, che il drone fosse di Hamas e rappresentasse una minaccia per le truppe. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, secondo fonti sanitarie, Israele avrebbe ucciso oltre 480 palestinesi, a fronte di tre soldati israeliani morti per mano dei militanti.

In questo contesto si inserisce anche la questione cruciale del valico di Rafah, presentata come un segnale di svolta. Ali Shaath, “premier” tecnocrate palestinese sostenuto da Washington per la gestione civile di Gaza, ha annunciato che il valico tra la Striscia e l’Egitto aprirà la prossima settimana in entrambe le direzioni. Un’apertura che, nelle parole di Shaath, segnerebbe la fine dell’isolamento e della guerra. Ma anche qui le condizioni parlano di un controllo stretto: un “Rafah Crossing 2” con supervisione della missione europea EUBAM, servizi di sicurezza ANP, controlli israeliani a distanza con riconoscimento facciale, impronte digitali e screening di sicurezza. Israele, come si prevedeva, il potere di veto su tutto.

L’accordo di tregua per Gaza, fondato sul piano Trump, prevede, nella sua II fase, il disarmo di Hamas e il dispiegamento di forze internazionali, mentre le truppe israeliane dovrebbero ritirarsi ulteriormente. Tutto molto astratto in questo momento in cui Israele occupa ben oltre metà della Striscia e continua ad ampliare le aree sotto il suo controllo. In questo quadro, parlare di ricostruzione è illusorio e fuorviante.