Negli Stati Uniti di Donald Trump anche i parchi nazionali, luoghi simbolo della memoria condivisa e del rapporto tra natura e storia, diventano terreno di una battaglia ideologica che mira a riscrivere il passato e a silenziare le sue parti più scomode. In questo mese, funzionari dell’amministrazione statunitense hanno ordinato la rimozione o la modifica di decine di cartelli informativi dedicati ai maltrattamenti subiti dai nativi americani, ai cambiamenti climatici e alla tutela dell’ambiente. A rivelarlo è stato il Washington Post, che ha avuto accesso a documenti interni del governo federale.
Secondo il quotidiano, gli ordini hanno riguardato almeno 17 parchi nazionali, tra cui luoghi iconici come il Grand Canyon, il Glacier, il Big Bend e lo Zion. Non si tratta di interventi marginali o tecnici, ma di una vera e propria operazione di “bonifica” narrativa. Al Grand Canyon, per esempio, è stata rimossa un’esposizione che raccontava lo sgombero forzato delle comunità native dai loro territori ancestrali. Al Glacier National Park sono finiti nel mirino opuscoli e pannelli dedicati all’impatto dei cambiamenti climatici, un tema che l’amministrazione Trump continua a minimizzare o negare apertamente.

La mossa rientra in una più ampia campagna politica del presidente repubblicano volta a rimodellare gli spazi pubblici, i musei e i luoghi della memoria secondo una visione nazionalista e selettiva della storia americana. Una visione che, secondo i gruppi per i diritti civili e numerosi storici, rischia di cancellare decenni di progressi nel riconoscimento delle violenze coloniali, della schiavitù e delle responsabilità storiche degli Stati Uniti.
Solo la scorsa settimana, il personale del National Park Service ha rimosso una mostra sulla schiavitù da un sito storico di Filadelfia. Anche in questo caso, l’intervento è stato giustificato con le dichiarazioni di Trump, che accusa istituzioni culturali e accademiche di diffondere una presunta “ideologia antiamericana”. Un’accusa respinta con forza dalle organizzazioni per i diritti civili, che vedono in queste azioni un tentativo di imporre una memoria ufficiale epurata, incapace di fare i conti con le pagine più oscure del passato nazionale.
Il Dipartimento degli Interni, che sovrintende al National Park Service, ha dichiarato di stare semplicemente eseguendo l’ordine esecutivo firmato da Trump sul “Ripristino della verità e della sanità mentale nella storia americana”. Nella nota ufficiale si legge che tutte le agenzie federali sono tenute a esaminare i materiali interpretativi per garantirne “accuratezza, onestà e allineamento con i valori nazionali condivisi”. Un linguaggio apparentemente neutro, che però nasconde una definizione politica e arbitraria di ciò che può essere considerato vero, accettabile e patriottico.
Già a settembre, il Dipartimento degli Interni aveva annunciato che tutta la segnaletica esplicativa nei parchi nazionali sarebbe stata sottoposta a revisione. Si tratta di pannelli che forniscono informazioni scritte e visive sulla storia dei luoghi, sul loro patrimonio culturale e sulle comunità che li hanno abitati. La loro rimozione o riscrittura non è quindi un atto secondario, ma incide direttamente sul modo in cui milioni di visitatori comprendono la storia americana.
Per i gruppi per i diritti civili, la strategia dell’amministrazione Trump rappresenta un arretramento pericoloso. Non solo rallenta il progresso sociale, ma mina il riconoscimento pubblico di fasi cruciali della storia degli Stati Uniti, come la schiavitù, la colonizzazione violenta dei territori indigeni e la crisi climatica. Lo scorso anno, Trump aveva già suscitato forti polemiche con un ordine esecutivo in cui dichiarava di voler combattere quella che definiva una “falsa revisione della storia”, lamentando un’attenzione eccessiva su “quanto fosse grave la schiavitù”.
Dietro la retorica del patriottismo e dell’unità nazionale, emerge così un progetto di rimozione selettiva della memoria, in cui il passato viene semplificato, addolcito e reso funzionale a un’agenda politica. Nei parchi nazionali, come nei musei e nelle scuole, la storia smette di essere uno strumento di comprensione critica e diventa un campo di battaglia, dove ciò che disturba il presente viene silenziato. E dove il rischio più grande è quello di confondere l’oblio con la verità.
















