Arbitrio, impunità e abusi di ogni tipo: l’Est della Repubblica democratica del Congo continua a subire una guerra atroce di tutti contro tutti. L’insicurezza per gli sfollati interni, la barbarie delle esecuzioni sommarie, con decapitazioni frequenti di civili nelle zone di Butembo-Beni, e poi saccheggi, rapimenti e assedio nelle città di Goma e Bukavu. Tutto questo è oramai la norma nel Kivu.
“Da due anni a questa parte, settimanalmente le milizie armate attaccano i villaggi e portano via le persone. Uccidono, rapiscono i ragazzini, li addestrano alla guerriglia e un domani saranno obbligati anche loro a tagliare teste con i machete. Che ne è del futuro di questo Paese?”, ci racconta una fonte diretta che ha contatti quotidiani con le comunità del Nord Kivu, nella zona di Butembo.
“Queste cose qui si fanno anche grazie al silenzio della comunità internazionale, che accetta pur di portare via i minerali: quelli che usiamo nei nostri computer”, ci spiega. Chi parla si trova a testimoniare l’altro massacro: non quello più noto ad opera dell’M23 filo-ruandese, maggiormente sotto controllo e oggetto di negoziato americano; ma la barbarie dell’ADF, l’altra milizia terrorista, islamista e collegata all’Uganda.
“Può apparire un dettaglio ma per me non lo è: guardate la foto di questa ragazzina”, ci dice, inviandoci un’immagine raccapricciante.
“È lei prima e dopo essere stata decapitata nel villaggio di Gelumbe, nei pressi di Beni-Oicha, ad opera dell’Adf, affiliata all’Uganda. Come possiamo tollerarlo pensando che in Congo sia in corso un negoziato di pace?”.
La guerra è spietata, senza regole e lascia il popolo alla mercè di esercito regolare, “ribelli” ADF ed M23; Wazalendo (milizia partigiana), e mercenari. Tutto questo nonostante la firma della “pace” americana.
Tra Pax Silica e progetto Vault in Congo
Sull’altro versante, quello del Sud Kivu che a sentire la voce degli Stati Uniti sarebbe stato “pacificato”, le voci da noi raccolte sul campo dopo il 4 dicembre (data dell’accordo siglato tra RD del Congo e Ruanda mediato da Trump) parlano di accordi “inadeguati o inesistenti”.
Dell’impossibilità di far ritorno a casa per centinaia di migliaia di rifugiati e di un clima di grande vulnerabilità e paura tra migliaia di civili. Militari e paramilitari imperversano tra Goma, la piana di Ruzizi e sull’asse Mutarule, Luberizi, Ravenna. Nel frattempo, a tavolino, Donald Trump costruisce una mostruosa strategia globale che chiama “Pax Silica”, orientata all’acquisizione e gestione di minerali e terre rare.
In gergo si tratta di un New Economic Security Paradigm: un paradigma i cui principi sono stati già sottoscritti da Australia, Grecia, Israele, Giappone, Qatar, Repubblica di Corea, Singapore, Emirati Arabi Uniti e Regno Unito. Non ancora dall’Unione europea, Canada, Olanda e Taiwan che hanno partecipato agli incontri ma non (ancora) firmato. “Noi affermiamo il nostro impegno condiviso nella mutua prosperità, progresso tecnologico, sicurezza economica per i nostri popoli”. Così si legge nelle prime righe di questa sorta di patto sottoscritto con Trump. Il silicio è un semiconduttore fondamentale nell’elettronica ed è alla base di ogni device: il progresso e la prosperità qui sono descritti come capacità e urgenza di entrare nelle catene di approvvigionamento dei minerali e terre rare.
Tornando nello specifico al Congo, con il progetto chiamato Vault si entra nel dettaglio delle manovre americane nell’est del Paese, sempre nello spirito della Pax Silica (che chiaramente è pace e prosperità per noi occidentali, non per i congolesi): gestire una riserva strategica di minerali critici del valore di 12 miliardi di dollari.
L’iniziativa mira a “rafforzare la sicurezza e la catena di approvvigionamento americano di metalli indispensabili per i semi-conduttori, l’intelligenza artificiale e le rinnovabili”, vi si legge. Vault richiede un investimento iniziale di 1,67 miliardi di capitali privati e ha l’obiettivo di “ridurre la dipendenza americana dai cinesi”.
“Trump in Africa non è interessato a pacificare i territori o a salvaguardare le persone: l’obiettivo dichiarato e prioritario è mettere le mani sui minerali. E in questo l’Africa dei Grandi Laghi è una fonte infinita”, spiegano missionari ed attivisti che operano da sempre in Congo.
Gli accordi commerciali del 4 dicembre 2025
Nello specifico, quelli sbandierati come accordi di pace risolutivi, siglati il 4 dicembre 2025 a Washington dal ministro degli esteri della Repubblica Democratica del Congo e dal suo omologo ruandese, mediati da Trump, sono anzitutto “intese commerciali”. Dove l’America fa la parte del leone. Il Peace and Prosperity agreement è in realtà centrato unicamente su dichiarazioni di principio che affidano la pace al “rispetto reciproco” senza fornire una road map dettagliata per uscire dal ginepraio delle milizie e facilitare il disarmo. Paul Kagame e Félix Tshisekedi hanno apposto la loro firma su un foglio suddiviso in 4 punti al termine dei quali sono stati obbligati a scrivere: “esprimiamo profonda gratitudine al presidente degli Stati Uniti Donald Trump per la sua generosa accoglienza nell’ospitare questo incontro importante e per i suoi significativi contributi alla normalizzazione dei rapporti bilaterali tra RDC e Ruanda”. Ma normalizzare non significare pacificare. Non si parla affatto di ripristinare la giustizia, ad esempio, «né di come garantire il ritorno dei civili nella loro terra». Il cuore di tutto è il Regional Economic Integration Framework tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda. Si tratta di 26 pagine centrate su mining policy e supply chain. Regole per estrarre minerali in modo trasparente e favorire il business tra un Congo che estrae – tramite multinazionali americane – coltan, cobalto, rame, oro, manganese, e un Ruanda che acquista e rivende. La lavorazione di coltan e cobalto avviene attualmente in gran parte in Cina.
In un documento separato, quello più interessante per ricostruire la dinamica neocoloniale, compare la “partnership strategica” tra Usa e Congo. In gergo diplomatico sono “resource security alliances”: alleanze costruite sulla sicurezza delle risorse. Verranno messe al sicuro essenzialmente le aree che circondano i siti minerari: “sono accordi commerciali, non umanitari”, commenta chi vive sul territorio.
La milizia filo-ruandese M23, sotto pressione americana “finora ha solo spostato il proprio contingente armato 30 km più a nord di Uvira, città al confine con il Burundi, nel Sud Kivu”, ci spiega una fonte di Bukavu. Wazalendo e soldati burundesi, con l’esercito regolare del Congo, hanno preso il posto dell’M23 ad Uvira.
Ma anche loro per il momento non vanno troppo per il sottile poiché non ci sono forze di interposizione e con facilità si ammazza chi appartiene “all’etnia sbagliata” o ha parteggiato per il gruppo armato avverso. O semplicemente chi ostacola in qualche modo l’avanzata del più forte. Il terrore di ritorsioni ed esecuzioni sommarie domina nei territori riconquistati e in quelli ancora assediati: manca “una forza di interposizione, o intervento speciale Onu, ad Uvira, come a Bukavu, Goma e Beni”, ci spiega la fonte. La presenza di un contingente di pace è stata annunciata ad Uvira.
Per ora però la popolazione resta esposta all’arbitrio e alla violenza sia dell’M23 filo-ruandese, sia delle milizie partigiane Wazalendo, che hanno come target etnico i Banyamulengue, di etnia Tutsi. Pagine Esteri
















