Quando due anni fa, Bernardo Arevalo assunse la carica di presidente del Guatemala, buona parte della popolazione tirò un sospiro di sollievo. Da completo outsider con il suo Movimento Semilla (Seme) era riuscito ad andare al ballottaggio e vincere nettamente contro l’eterna candidata di centrodestra Sandra Torres. Un programma incentrato sulla lotta contro la corruzione e l’impunità e l’avvio di riforme per democratizzare le istituzioni aveva fatto breccia nei settori medio-bassi della società, sfiniti da trent’anni di politiche ultraliberiste imposte dopo gli accordi di pace tra governo e guerriglia che posero fine a 36 anni di conflitto armato interno (1960-1996).
Una guerra che troncò il futuro a più di 200 mila persone, tra morti e desaparecidos (almeno 45 mila di cui 5 mila bambini), appartenenti per l’83% ai gruppi etnici Maya che in Guatemala rappresentano circa il 43% della popolazione. La storia recente del Guatemala è caratterizzata da disuguaglianze profonde, discriminazione etnica e razziale, emarginazione di ampi settori della popolazione. Qualsiasi tentativo di strutturare un’opposizione sociale e politica capace di rompere lo status quo imposto da chi concentra potere e ricchezza è represso senza mezzi termini.
La Commissione per il Chiarimento Storico, incaricata di far luce sui misfatti perpetrati durante il conflitto, accertò che il 93% dei crimini furono commessi dallo Stato, in particolar modo da militari e paramilitari, vero e proprio braccio armato delle oligarchie nazionali. La famigerata campagna controinsurrezionale fu responsabile di 669 massacri, 1500 casi documentati di violenze sessuali contro donne, principalmente Maya e lo sfollamento interno di almeno 1,5 milioni di persone. La maggior parte di questi crimini avvenne durante la dittatura militare del generale José Efraín Rios Montt (1981-1983), che nel 2013 fu processato e condannato per genocidio e crimini contro l’umanità a danno delle comunità Maya del Triangolo Ixil. Condannato a 80 anni di carcere, la sentenza fu poi scandalosamente annullata dalla Corte di costituzionalità.
Il provvedimento che permise al carnefice di godere d’impunità fa parte di ciò che in Guatemala si conosce come il “patto dei corrotti”, cioè un’alleanza informale tra politici, funzionari pubblici, imprenditori, latifondisti, militari e operatori di giustizia, il cui obiettivo è proteggersi a vicenda da indagini e condanne, garantendo impunità e proteggendo gli interessi di nuove e vecchie oligarchie. Un “mostro istituzionale” corrotto e infiltrato dal crimine organizzato, che impone un modello neoliberista estrattivista che obbliga il 60% della popolazione a vivere in condizioni di povertà multidimensionale. Nella zona rurale, tra le popolazioni originarie, questa percentuale cresce fino al 70%, riporta l’Indice di povertà multidimensionale del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo.
L’inaspettata vittoria elettorale di Arevalo, figlio del primo presidente guatemalteco eletto democraticamente Juan José Arévalo Bermejo (1945-1951) che, insieme al suo successore Jacobo Árbenz, promosse una stagione di riforme conosciuta come la ‘rivoluzione guatemalteca’, è quindi strettamente collegata alla speranza di cambiamento riposta in un movimento politico non tradizionale e in un candidato che ha fatto della lotta contro la corruzione il suo cavallo di battaglia. Senza maggioranza in parlamento e con il “patto dei corrotti” impegnato in una guerra di logoramento per impedirne l’insediamento e, successivamente, la consolidazione del suo mandato, Arevalo ha trovato tra i movimenti sociali, i sindacati e settori dei movimenti indigeni e contadini i principali alleati. Purtroppo, quella che sarebbe potuta diventare un’alleanza strategica e un’opportunità senza precedenti è stata però sprecata ingenuamente. Arevalo ha infatti preferito guardare verso Washington elemosinando il suo sostegno, piuttosto che rafforzare il fronte interno.
Dicembre e gennaio scorso sono forse stati i mesi più drammatici, con un’impennata senza precedenti degli omicidi (17,3 ogni 100 mila abitanti nel 2025), rivolte carcerarie e l’attacco mortale a 11 poliziotti nel giro di poche ore da parte della pandilla Barrio 18. In risposta è stato decretato lo stato d’assedio per 30 giorni, con relativa sospensione di vari diritti costituzionali e con la possibilità di essere rinnovato. Secondo alcuni analisti, non si tratterebbe di episodi delinquenziali occasionali, bensì di una nuova offensiva contro il governo da parte del crimine organizzato, di strutture corrotte e di istituzioni cooptate. L’obiettivo è di indebolirlo agli occhi della popolazione, imponendo la percezione d’insicurezza e d’incapacità per affrontarla e offrendo, come alternativa, una forza politica di destra, autoritaria e repressiva, che sappia usare la “mano dura”. Un recente sondaggio della CID-Gallup rivela che il 62% della popolazione disapprova l’operato di Arevalo e che lo colloca tra i tre peggiori presidenti dell’era democratica guatemalteca. In questo contesto, una richiesta di impeachment potrebbe essere dietro l’angolo.
Non è nemmeno un caso che l’ennesima offensiva avvenga a pochi mesi dalle elezioni per rinnovare le principali istituzioni, tra cui il Tribunale supremo elettorale, la Corte di costituzionalità, la Procura generale, la Corte dei conti, la Banca centrale, l’Autorità di vigilanza bancaria e l’Università di San Carlos, l’unico ateneo pubblico del Guatemala. Specialmente la sostituzione della procuratrice capo Consuelo Porras, punta di lancia degli attacchi contro Arevalo e più volte sanzionata dagli Stati Uniti, sarà il vero banco di prova per il futuro del presidente. “Il movimento popolare che l’ha accompagnato e l’ha difeso chiedeva ad Arevalo cambiamenti strutturali, di affrontare le contraddizioni e le ingiustizie che provocarono l’inizio del conflitto armato, di lottare, come promesso, contro la corruzione. Non l’ha fatto e ha cercato di cooptare il movimento stesso. Il fallimento è assoluto”, spiega il ricercatore messicano Santiago Bastos al portale web di notizie Abya Yala Soberana.
“Hai poi preferito sottomettersi agli Stati Uniti sperando inutilmente nel loro sostegno. Basta vedere come il Guatemala ha votato su temi cruciali come la Palestina e il Venezuela, praticamente facendo proprie le posizioni di Trump che, per assurdo, sono le stesse dei suoi più acerrimi nemici interni. È un grave errore”. Anche per l’antropologo politico e docente dell’università di San Carlos, Mario Sosa, l’avere indossato una “camicia progressista” non lo esime dalla contraddizione di essersi allineato completamente con la linea politica di Washington. “Tutto ciò risponde a una dinamica del capitale globale che ha bisogno di Stati militarizzati per avanzare con l’accaparramento di territori, la spoliazione di beni comuni, la precarizzazione del mercato del lavoro, l’erosione dei diritti sindacali, la criminalizzazione dei movimenti sociali”.
In questo modo, continua Sosa, si rafforza la presenza degli Stati Uniti, permettendogli non solo di avere il controllo del territorio, ma anche maggiore influenza politica nelle istituzioni, convertendo il Guatemala in un protettorato statunitense. “Come movimento sociale e popolare dobbiamo approfondire l’analisi, protestare e mobilitarci proponendo un progetto alternativo che ponga al centro chi storicamente è stato escluso”, conclude il cattedratico. Pagine Esteri
















