Donald Trump riceve oggi Benyamin Netanyahu alla Casa Bianca dove si prevede che il primo ministro israeliano spingerà il presidente americano ad includere nei colloqui tra Stati Uniti e Iran in corso in Oman forti limiti all’arsenale missilistico di Teheran e non solo al suo programma nucleare. Imposizioni che Netanyahu vorrebbe accompagnate da una minaccia molto concreta di attacco militare all’Iran, al quale Israele è pronto a partecipare.

In un’intervista rilasciata martedì, Trump ha ribadito le sue minacce all’Iran se non accetterà le sue condizioni per un’intesa. Ha dichiarato a Fox Business che un buon accordo con l’Iran significherebbe “niente armi nucleari, niente missili”, senza però fornire ulteriori dettagli. Ha aggiunto ad Axios di stare valutando l’invio di un secondo gruppo d’attacco con portaerei per rafforzare le forze statunitensi schierate nei pressi dell’Iran. Allo stesso tempo, il presidente Usa è stato vago sull’ampliamento dei negoziati in Oman.

Israele vuole impedire un accordo nucleare ristretto, che non preveda limitazioni anche al programma missilistico balistico dell’Iran. “Esporrò al presidente la nostra percezione dei principi nei negoziati”, ha detto Netanyahu ai giornalisti prima di partire per gli Stati Uniti.

L’Iran ha dichiarato di essere pronto a discutere il contenimento del suo programma nucleare in cambio della revoca delle sanzioni economiche americane, ma ha escluso collegamenti con la questione dei missili. “Le capacità missilistiche della Repubblica islamica non sono negoziabili”, ha affermato oggi Ali Shamkhani, consigliere della guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei. Qualsiasi attacco all’Iran, anche limitato, sarebbe considerato l’inizio di una guerra, ha precisato Shamkhani.  “Non saremo vincolati da alcuna limitazione”, ha affermato, avvertendo che l’escalation potrebbe avere conseguenze anche al di fuori della regione, in particolare se il conflitto interrompesse la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, una rotta vitale per le forniture globali di petrolio.

Intervenendo oggi durante un comizio a Teheran per celebrare il 47° anniversario della Rivoluzione islamica del 1979, il presidente Masoud Pezeshkian ha affermato che un “muro di sfiducia” creato da dichiarazioni e azioni degli Stati Uniti e dei paesi europei stava impedendo il progresso nei negoziati. Diversi funzionari di Teheran ritengono che i negoziati siano destinati a fallire. Un dirigente europeo in contatto con la leadership iraniana ha dichiarato al Washington Post che a Teheran considerano lo scontro con gli Stati Uniti inevitabile e ritengono che i colloqui potrebbero solo ritardare un’eventuale azione militare.

 

All’ordine del giorno ci sarà anche Gaza. I progressi sulla seconda fase del cessate il fuoco tra Israele e Hamas sono in stallo. Il movimento islamico non ha intenzione di disarmare completamente e Netanyahu non pensa di ritirare i suoi soldati dal 53% del territorio palestinese che occupa sulla base dell’accordo di tregua. Anzi, sembra procedere verso una ripresa dell’offensiva che in due anni ha distrutto Gaza e ucciso almeno 70mila persone.

Sebbene Trump e Netanyahu siano per lo più in sintonia e gli Stati Uniti restino il principale alleato e fornitore di armi di Israele, l’incontro di oggi potrebbe mettere a nudo delle differenze non marginali. Una parte del piano di Trump per Gaza prevede, seppur in termini molto vaghi, la prospettiva di un eventuale Stato palestinese, a cui Netanyahu e la sua coalizione, la più di estrema destra nella storia di Israele, si oppongono categoricamente.

La tensione nei Territori palestinesi occupati è in costante aumento per le politiche di Israele. Domenica, il gabinetto di sicurezza di Netanyahu ha autorizzato misure che renderanno più facile per i coloni israeliani nella Cisgiordania occupata acquistare terreni, garantendo al contempo a Israele maggiori poteri in quello che i palestinesi considerano il cuore di un futuro Stato. La decisione ha suscitato la condanna internazionale. “Sono contrario all’annessione”, ha dichiarato Trump ad Axios, ribadendo la sua posizione. “Abbiamo già abbastanza cose a cui pensare ora”, ha aggiunto.

Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen oggi ha chiesto una “risposta ferma” da parte degli Stati Uniti e della comunità internazionale al piano di Israele di rafforzare il controllo sulla Cisgiordania. Durante una visita a Oslo, il leader dell’Anp  ha discusso la questione con il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store, nonché della violenza dei coloni israeliani e del congelamento da parte di Israele di 4 miliardi di dollari, in tasse e dazi doganali, destinati ai palestinesi secondo gli Accordi di Oslo.