Dal 15 aprile 2023, in Sudan si combatte un conflitto sanguinoso che ha provocato una delle più gravi catastrofi umanitarie al mondo. A scontrarsi sono l’esercito governativo (le Forze Armate Sudanesi, SAF), che risponde al Presidente Burhan, e le Forze di Supporto Rapido (RSF), guidate da Hemedti. Queste ultime, nate da un ramo delle “janjaweed”, i “demoni a cavallo” responsabili del genocidio in Darfur, si sono macchiate nei quasi tre anni di conflitto di stragi e violenze, prevalentemente su base etnica. L’ultimo episodio a catturare l’attenzione mediatica globale è stato il massacro di El Fasher, un campo profughi assediato per 18 mesi dall’RSF ed espugnato alla fine di ottobre 2025: migliaia di persone sono state trucidate. Il numero delle vittime non è noto, ma i satelliti in quell’occasione hanno ripreso dall’alto immagini di pozzanghere di sangue, inorridendo l’opinione pubblica mondiale.

Un’inchiesta pubblicata da Reuters il 10 febbraio scorso, a firma di Giulia Paravicini e Reade Levinson, svela ora l’esistenza di un campo di addestramento in Etiopia nel quale segretamente verrebbero allenati gli uomini delle forze paramilitari delle RSF prima di entrare in Sudan e prendere parte al conflitto. Si tratterebbe della prima evidenza di un coinvolgimento del governo etiope nella guerra sudanese.

Le informazioni sono state ottenute da 15 fonti a conoscenza delle operazioni di costruzione dei campi e di addestramento al loro interno. Tra queste, ufficiali etiopi e diplomatici. Anche membri dell’intelligence etiope avrebbero fornito dettagli necessari a costruire l’inchiesta, insieme a immagini satellitari registrate negli ultimi mesi, e al cablogramma (un messaggio telegrafico trasmesso mediante cavo sottomarino) inviato dal diplomatico di un Paese che Reuters ha deciso di non rendere noto, per preservare l’incolumità della fonte.

Le immagini satellitari mostrano siti militari nella regione di Benishangul-Gumuz, un’area boscosa vicina al confine con il Sudan, in particolare con lo stato del Blue Nile. La localizzazione sarebbe strategica per le RSF, che dopo aver preso il controllo dell’area sud-occidentale del Paese hanno spostato le loro mire verso est.

I lavori di costruzione del campo di addestramento sarebbero iniziati nell’aprile 2025, in un’area che sorge all’intersezione tra Sudan, Etiopia e Sud Sudan, a 32 km dal confine. Dapprima, si sarebbe proceduto alla deforestazione di una regione che di fatto non è popolata ed è prevalentemente boscosa, e successivamente all’installazione di edifici con tetti in metallo. Le struttura militare si sarebbe progressivamente estesa su un territorio sempre più vasto. Immagini ottenute dalle agenzia Airbus Defence e Space mostrano una moltiplicazione di tende atte ad accogliere i militari dall’inizio di novembre.

Il 17 novembre 2025, un convoglio di 56 camion avrebbe attraversato la regione per trasportare nel campo circa 3.000 uomini da addestrare – tra i 50 e i 60 uomini per camion. Due giorni dopo, altri 70 camion avrebbero fatto lo stesso percorso. Se a testimoniare questi movimenti sono stati due ufficiali etiopi, il 24 novembre i convogli sono stati immortalati dalle immagini satellitari. Almeno altri 18 camion, molto simili a quelli in uso nell’esercito etiope, avrebbero raggiunto il sito.

Ad essere addestrati nel campo sarebbero prevalentemente uomini etiopi, ma anche cittadini sudanesi e sud-sudanesi. Secondo i servizi di sicurezza etiopi che hanno partecipato all’indagine, a inizio gennaio almeno 4.300 combattenti delle RSF si stavano addestrando nel campo etiope, per prepararsi ad attraversare il confine e combattere nello stato del Blue Nile. Secondo due ufficiali, centinaia di uomini avevano già completato l’addestramento e si erano uniti alle truppe paramilitari in Sudan. Oltre alle RSF, anche il gruppo ribelle del SPLM-N, che controlla i territori del Sudan meridionale, avrebbe reclutato uomini formati nel campo etiope, per quando il leader in carica del SPLM-N, contattato da Reuters, abbia negato qualsiasi legame e presenza dei suoi uomini in Etiopia.

Nelle ultime settimane, il campo starebbe continuando a espandersi. Non solo: il progetto prevederebbe anche la realizzazione di un aeroporto apposito. Da agosto 2025, infatti, l’aeroporto di Asosa, che sorge a soli 53 km dal campo, è oggetto di lavori di ristrutturazione. Non solo per l’espansione delle piste, ma anche per la costruzione di quella che sembrerebbe una stazione di controllo per droni. Il governo etiope ha affermato che i lavori in corso fanno parte di una trasformazione dell’aeroporto in un centro operativo per droni e che la scelta della posizione sul confine sudanese sarebbe dovuta al suo ruolo di difesa da possibili minacce dal Paese. La concomitanza con le attività militari nel campo poco distante non sembrerebbe, tuttavia, una coincidenza.

Il responsabile della realizzazione del campo sarebbe, secondo le fonti, il generale Getachew Gudina, il capo del Dipartimento di Intelligence di Difesa delle Forze di Difesa Nazionale etiopi. Contattato da Reuters, il generale avrebbe rifiutato di rispondere sull’argomento. A finanziare l’impresa, però, sarebbe un altro Paese, che a più riprese è già stato accusato dal governo di Khartoum di un coinvolgimento diretto nel conflitto sudanese a beneficio delle RSF.

I finanziatori del campo di addestramento, del supporto logistico, nonché i fornitori di addestratori militari, sarebbero gli Emirati Arabi Uniti. A confermarlo, otto fonti, oltre a una nota interna dei servizi di sicurezza etiopi e un cablogramma diplomatico. Il commento del ministro degli esteri emiratino all’inchiesta è stato che il suo Paese non è “in nessun modo” coinvolto nelle ostilità in Sudan. Le accuse di un’ingerenza degli Emirati sul conflitto si sono, tuttavia, succedute negli ultimi mesi, e l’inchiesta Reuters pone ulteriori sospetti che non si possono trascurare, non solo per i dettagli forniti dalle fonti – come il logo della compagnia emiratina di logistica Gorica Group sui camion dei convogli diretti ad Asosa e al campo di addestramento nel mese di ottobre – ma anche per i rapporti sempre più stretti tra Emirati ed Etiopia.

Nel 2025, i due Paesi hanno firmato un memorandum di intesa tra le loro forze aeree, per potenziare reciprocamente la loro difesa. È, in realtà, sin dall’ascesa di Abiy Ahmed al governo in Etiopia, come sottolinea Reuters, che gli Emirati gli hanno mostrato un supporto e una vicinanza crescente, anche con l’impegno a versare 3 miliardi di dollari di investimenti. L’amicizia tra Addis Abeba e Abu Dhabi è così forte che a inizio gennaio, proprio a proposito della guerra in Sudan, hanno lanciato un appello congiunto per un rapido cessate il fuoco. L’inchiesta di Reuters su quell’appello getta un’ombra importante.

Il governo sudanese aveva già in precedenza accusato gli Emirati di fornire armi alle RSF. Proprio l’8 febbraio scorso, il ministro degli esteri sudanese aveva di nuovo puntato il dito contro il Paese, rigettandone il coinvolgimento in qualsiasi processo di pace e trattativa di tregua in Sudan visto il suo evidente coinvolgimento a favore delle RSF. In quell’occasione, aveva anche denunciato i meccanismi di controllo internazionali sul traffico di armi transnazionale illegale e il loro modo di “ignorare deliberatamente” l’approvvigionamento di armi da Abu Dhabi alle forze ribelli di Hemedti.

Che persino un intero campo di addestramento per le RSF sia finanziato dagli Emirati sarebbe una prova inconfutabile a sostegno di questa accusa. Che questo campo per le RSF sorga in Etiopia, poi, è una scoperta, se confermata, estremamente pericolosa per il domino di tasselli che un conflitto apparentemente dimenticato e isolato come quello sudanese potrebbe muovere. Un documentato ruolo attivo dell’Etiopia potrebbe muovere altri attori: già Al Sisi, sostenitore del governo di Al Burhan, aveva precedentemente invitato il governo etiope a non superare linee rosse per compiacere gli alleati emiratini e favorire i ribelli sudanesi. Linee rosse che, tuttavia, l’Etiopia sembrerebbe così avere già varcato. L’indagine è una dimostrazione di come in Sudan si stia combattendo una guerra tutt’altro che “civile”, dove sono molte le potenze coinvolte, diversi gli interessi e le conseguenze al di là delle frontiere potrebbero essere varie e imprevedibili.