di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 4 aprile 2022 – Per quanto abbia delle ragioni e delle dinamiche specifiche, il conflitto in Ucraina rappresenta solo un tassello del grande scontro globale in atto tra le diverse potenze che affollano lo scenario mondiale. Una soluzione duratura, quindi, potrà venire solo da un accordo che coinvolga gli Stati Uniti, paese che però sembra avere attualmente tutto l’interesse a prolungare il conflitto e a renderlo cronico, nel tentativo di impantanare e indebolire Mosca, mettere in difficoltà la Cina e approfittare della radicalizzazione dello scontro per riaffermare la propria leadership militare ed economica in Europa.
D’altra parte, se finora i colloqui tra Mosca e Kiev hanno portato a qualcosa, lo si deve all’impegno della Turchia, la cui leadership si è attivata prima per scongiurare l’invasione russa dell’Ucraina e poi per mettere fine alle ostilità, riuscendo laddove altre diplomazie – quella tedesca e quella francese in particolare – avevano fallito.



Putin, Erdogan e Zelensky

Mediazione ad ogni costo
Sfruttando la posizione di neutralità faticosamente costruita negli ultimi anni da Ankara, il Ministro degli Esteri turco
Mevlüt Çavuşoğlu – nominato nel 2014 contestualmente all’elezione di Recep Tayyip Erdoğan alla presidenza – è riuscito a portare allo stesso tavolo i suoi omologhi di Russia e Ucraina – Sergey Lavrov e Dimitro Kuleba – approfittando del “Forum della diplomazia” di Antalya. Poi Ankara ha ottenuto lo spostamento dei negoziati dalla Bielorussia al territorio turco con l’incontro ad Istanbul del 29 marzo, alla presenza dell’oligarca russo Roman Abramovich, conclusosi con quelli che molti analisti e gli stessi partecipanti hanno definito i maggiori progressi finora raggiunti nella trattativa.
Nel fine settimana appena trascorso il capo della delegazione ucraina, David Arakhamia, ha affermato che le bozze di accordo tra Kiev e Mosca sarebbero pronte per un colloquio diretto tra Volodymyr Zelenskyy e Vladimir Putin, che «con un alto grado di probabilità» si incontreranno in Turchia. Nel frattempo, il Ministro della Difesa Hulusi Akar ha offerto la disponibilità di Ankara ad organizzare l’evaquazione da Mariupol dei civili feriti, dando priorità ai cittadini turchi ma offrendosi di soccorrere anche quelli di altri paesi.
Per quanto questi passi in avanti possano essere volatili, è evidente il ruolo di primo piano della Turchia nel tentativo di de-escalation, frutto dei rapporti privilegiati intessuti negli anni da Ankara con entrambe le parti e della posizione indipendente dai blocchi contrapposti che Erdoğan sta certosinamente costruendo per sostenere le sue ambizioni neo-ottomane ed egemoniche.

Il difficile equilibrismo di Erdoğan
E’ un difficile esercizio di equilibrismo diplomatico e militare quello intentato da Ankara.
Subito dopo l’ingresso delle truppe russe in Ucraina, il regime turco ha condannato l’aggressione – votando poi a favore della risoluzione di condanna della Russia all’Assemblea Generale dell’ONU – e ha chiesto a Mosca il rispetto dell’integrità territoriale del paese invaso, inviando aiuti umanitari a Kiev. Sia
Erdoğan sia Çavuşoğlu hanno denunciato che l’azione russa rappresenta un pericolo per la sicurezza regionale e mondiale, mentre il consulente per la politica estera del presidente, İbrahim Kalın, ha esplicitamente rinfacciato a Putin di aver minacciato l’utilizzo del suo arsenale nucleare. Del resto, Erdoğan non ha mai riconosciuto l’annessione russa della Crimea ed anzi si è proposto come protettore della minoranza turcofona dei Tatari, finiti nel mirino di Mosca.
Ankara ha fatto molto di più; ha continuato a rifornire l’Ucraina di armi e il 2 marzo il ministro della Difesa di Kiev,
Oleksiy Reznikov, ha rivelato la consegna da parte della Turchia di un nuovo stock di droni da bombardamento turchi Bayraktar TB2 – rivelatisi fondamentali contro le colonne di mezzi russi – dopo quelli già acquisiti in passato.

Allo stesso tempo però la Turchia, che pure aderisce al Patto Atlantico – dal quale si è notevolmente distanziata negli ultimi anni per attriti crescenti con Washington e Parigi – si è ben guardata dall’aderire alle dure sanzioni decise dalla Nato, dall’Ue e da altri paesi nei confronti di Mosca ed ha scelto di non interrompere i collegamenti aerei con Mosca. Inoltre il 25 febbraio Ankara si è astenuta nella votazione sull’espulsione della Federazione Russa dal Consiglio d’Europa – comunque decisa dall’organismo il 17 marzo – invitando a non demolire tutti i ponti con Putin.
Infine, la Turchia ha impugnato l’articolo 19 della Convenzione di Montreux del 1936, che le conferisce l’autorità di regolare l’ingresso nel Mar Nero e di impedire eventualmente il passaggio di vascelli da guerra di paesi belligeranti. Riconfermando il suo ruolo – messo in discussione dal crescente protagonismo russo nell’area – Ankara non solo ha impedito l’accesso alle navi di Mosca – ad eccezione di quelle normalmente posizionate nelle basi del Mar Nero e del Mar d’Azov – ma anche ad alcuni mezzi della Nato.

I legami della Turchia con Russia e Ucraina
Lo sforzo turco di fornire, come ha spiegato Çavuşoğlu, «una via d’uscita onorevole ad entrambe le parti, che i due paesi possano presentare pubblicamente come un successo» non è dettata certo da posizioni etiche ma risponde a diverse necessità sul fronte politico, economico e geopolitico.
Il protagonismo turco nelle trattative è reso necessario dagli stretti e consistenti rapporti economici e militari che Ankara intrattiene tanto con la Russia quanto con l’Ucraina.
Soprattutto dopo l’abbattimento di un caccia russo da parte dell’aviazione turca sui cieli siriani nel 2015, che ha rischiato di portare i due paesi allo scontro, il sultano ha costruito con Mosca una solida quanto ambigua relazione di competizione/collaborazione. In Siria, in Libia, nel quadrante Armenia/Azerbaigian e in alcuni paesi africani, Mosca e Ankara sostengono soggetti e interessi contrapposti, ma sono finora riuscite a trovare un equilibrio.
Pur avendo aumentato la quota di gas proveniente dall’Azerbaigian, Ankara importa il 45% del gas che aquista dalla Russia, che la rifornisce tramite il Blue Stream (realizzato dall’Eni e attivo ormai dal 2003) e il TurkStream (entrato in funzione nel 2020), per poi rivenderne una parte a Bulgaria, Ungheria e Serbia. Come se non bastasse, è la russa Rosatom che sta realizzando la prima centrale nucleare turca ad Akkuyu, nell’Anatolia meridionale, che dovrebbe entrare in funzione nel 2023 e soddisfare, a regime, il 10% del fabbisogno elettrico totale del paese. La Russia rappresenta inoltre il terzo partner commerciale della Turchia dopo Germania e Cina, con un interscambio nel 2021 di 35 miliardi di dollari. La Russia fornisce più del 50% del grano consumato in Turchia, ogni anno almeno 5 milioni di villeggianti russi sostengono l’industria turistica turca e circa 4 mila imprenditori turchi hanno investito in Russia 80 miliardi di dollari.

Sul fronte militare, dopo aver acquistato da Mosca il sistema di difesa missilistico S-400 – suscitando le ire della Nato con tanto di ritorsioni e sanzioni da parte di Washington e dell’UE – Ankara ha varato numerosi accordi con la Russia per sostenere lo sviluppo della sua industria bellica e del suo complesso militare-industriale.
Una rottura con la Federazione Russa rappresenterebbe una catastrofe per la già disastrata economia turca, e potrebbe generare forti ripercussioni sulla proiezione geopolitica di Ankara nei quadranti in cui la Russia potrebbe reagire rompendo l’equilibrio finora raggiunto.
Minore ma consistente e crescente è comunque l’esposizione economica turca in Ucraina, pari a circa 5 miliardi di dollari mentre il volume degli scambi commerciali nel 2021 ha raggiunto i 7,5 miliardi.

Secondo stime della Confindustria turca, il paese ha già perso dall’inizio del conflitto più di 50 miliardi, e un prolungamento dello scontro bellico potrebbe costituire una serissima minaccia per l’economia e la stabilità di Ankara in un contesto in cui la Lira continua a svalutarsi, l’inflazione secondo le stime del governo ha raggiunto il 55% (il 130% per gli analisti indipendenti) e la disoccupazione oscilla tra l’11% ufficiale e il 27% denunciato dai sindacati conflittuali.

I rischi politici ed economici…e le opportunità per Ankara
Ad un anno dalle elezioni presidenziali, allarmato dalle conseguenze politiche del disastro economico aggravato dal conflitto, e preoccupato dal successo delle opposizioni coalizzate che nel voto amministrativo del 2019 hanno già conquistato quasi tutte le maggiori città, Erdoğan ha assoluta necessità di poter impugnare un successo in politica estera.
Il sultano potrebbe sbandierare un ruolo dirimente turco nella cessazione delle ostilità tra Russia e Ucraina come la conferma del crescente prestigio internazionale di Ankara, approfittandone per rafforzare il suo ruolo nello scenario geopolitico globale. Come ha efficacemente sottolineato Ibrahim Kalin nel suo intervento al Doha Forum tenutosi in Qatar il 26 e 27 marzo, «quando tutto questo avrà termine, dovrà sorgere una nuova architettura di sicurezza mondiale; la forma che essa prenderà definirà il corso degli eventi nei prossimi decenni; ogni nostro passo, ogni nostra azione volta a porre fine a questa guerra, avrà un impatto su questa nuova architettura di sicurezza».
Il fallimento delle trattative potrebbe essere, al contrario, utilizzato dalle opposizioni turche per delegittimare la figura di Erdoğan mentre una recrudescenza della guerra potrebbe minare alla fondamenta l’autonomia strategica che Ankara ha faticosamente conquistato negli ultimi anni rispetto alla Nato, e a Washington in particolare, mettendo a rischio la stessa continuità al potere dell’AKP.

Le rotte del gas tra Russia e Turchia

È anche vero che, se l’invasione russa dell’Ucraina comporta una serie di gravi rischi per la stabilità economica e politica della Turchia, sul versante opposto ha creato una serie di opportunità che il regime di Ankara non vuole lasciarsi sfuggire.
La Turchia, infatti, sta già utilizzando la sua posizione neutrale e la sua condizione geopolitica. Mentre i profughi ucraini veri e propri arrivati nel paese sono circa 50 mila, sono i facoltosi oligarchi russi e ucraini che cercano un rifugio sicuro per le proprie ricchezze – messe a rischio dalle sanzioni nel primo caso e dai combattimenti nel secondo – a far gola ad Ankara. La Turchia sta anche diventando una delle mete preferite degli esponenti dell’imprenditoria, della classe media e della comunità intellettuale e artistica russa che temono ritorsioni da parte delle autorità di Mosca a causa della loro contrarietà nei confronti della cosiddetta “operazione militare speciale” lanciata il 24 febbraio.
Non è un segreto che Ankara punti a diventare la meta preferita dai capitali in fuga da Russia ed Ucraina. Al Forum di Doha il Ministro
Çavuşoğlu ha apertamente invitato gli oligarchi russi ad approfittare del fatto che la Turchia non aderisce alle sanzioni contro Mosca per spostare nel suo paese le proprie attività, mentre la svalutazione della Lira rende sempre più appetibili gli investimenti e le acquisizioni di beni e attività turche da parte di imprenditori stranieri.
Il rischio è che Stati Uniti e Gran Bretagna, che non sembrano affatto interessati ad una risoluzione rapida della crisi ucraina, decidano di colpire con sanzioni anche le imprese e i paesi che non rispettino quelle spiccate contro Mosca, rischiando però di inimicarsi per sempre non solo la Turchia, ma anche Israele il cui governo sta tenendo una posizione molto simile a quella di Ankara. Ma Erdoğan è abituato a camminare sul filo del rasoio e d’altronde non può, anche volendo, rinunciare all’equilibrismo geopolitico fin qui perseguito. Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e del Nord Africa. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale.

 

LINK E APPROFONDIMENTI:

https://www.theguardian.com/world/2022/mar/31/turkey-leads-pack-of-countries-vying-to-mediate-between-ukraine-and-russia

https://blogs.publico.es/puntoyseguido/7669/turquia-fin-de-la-neutralidad-activa-entre-rusia-y-la-otan

https://ilmanifesto.it/in-turchia-oggi-in-scena-il-grande-gioco-euroasiatico

https://www.balcanicaucaso.org/aree/Turchia/Guerra-in-Ucraina-l-equilibrismo-della-Turchia-216873

https://ogzero.org/la-posizione-di-ankara-nel-conflitto-russo-ucraino/

https://pagineesteri.it/2022/02/13/mondo/equilibrismo-erdogan-russia-ucraina/