Una settimana dopo l’ultimo attacco frontale alla residua sovranità palestinese sulle aree A e B della Cisgiordania occupata, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, insieme ai fedeli partner di governo – il ministro della difesa Israel Katz e quello della giustizia Yariv Levin – ha esteso gli artigli di Tel Aviv anche sull’area C.

Domenica il gabinetto di sicurezza ha infatti approvato una risoluzione che consentirà la registrazione di ampie porzioni di terra palestinese come “proprietà dello Stato” d’Israele. Il governo esulta e dichiara senza mezzi termini un’ammissione che per l’Occidente sembra ancora un tabù: Tel Aviv rivendica l’intera Palestina storica. Non solo come occupazione, ma come proprietà, con l’intenzione di espellere la popolazione araba per sostituirla con quella ebraica.

“La Terra d’Israele appartiene al popolo di Israele. Il governo israeliano si impegna ad allargare la propria presa su tutte le parti del Paese e questa decisione è un’espressione di tale impegno”, ha dichiarato Levin. E quella che il ministro della Giustizia definisce “Terra d’Israele” comprende, e non si limita, all’intera Palestina storica. Per il ministro di estrema destra Smotrich, leader del partito Sionismo religioso, la misura “continua la rivoluzione dell’insediamento per consolidare l’acquisizione di tutte le parti del nostro Paese”.

Completamente irrilevante, dunque, il parere consultivo – non vincolante – emesso dalla Corte internazionale di giustizia nel luglio 2024. Così come la valanga di risoluzioni di condanna dell’occupazione israeliana, dell’espansione delle colonie illegali, dell’acquisizione di terre palestinesi e dell’affossamento della soluzione a due Stati.

Il diritto internazionale è considerato poco più di un fastidio da Israele, che in quanto potenza occupante non può confiscare terre nei aree che occupa. Allo stesso modo, vincoli e impegni formali sembrano avere un valore pressoché nullo. La giornalista Zehava Galon scrive su Haaretz che la misura rappresenta “la semplice ammissione che la parola dello Stato di Israele non vale la carta su cui è scritta. Si scopre che una firma ufficiale su un accordo internazionale vale ancora meno della parola di Netanyahu”. Il riferimento è agli accordi di Oslo, che Tel Aviv sta da anni smantellando attraverso la creazione di “fatti compiuti” con l’obiettivo di cancellare la possibilità della nascita di uno stato palestinese.

Furono quegli accordi, siglati nel 1995 (Oslo II) tra Israele e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), a frammentare la Cisgiordania occupata in aree a distinta giurisdizione. La zona A, circa il 18% del territorio, è formalmente controllata sul piano amministrativo e della sicurezza dall’Autorità nazionale palestinese (Anp). Anche in quest’area, tuttavia, i militari israeliani effettuano incursioni, raid, arresti e dispongono chiusure di strade e proprietà (come accaduto di recente a Ramallah con lo smantellamento della sede operativa della rete televisiva Al-Jazeera).

C’è poi la zona B, circa il 22% della Cisgiordania occupata, ufficialmente sotto il controllo civile dell’Anp e quello militare di Israele. Infine l’area C, sulla quale Tel Aviv esercita il controllo amministrativo e militare: rappresenta circa il 60% dell’intera Cisgiordania ed è la porzione di territorio in cui gli israeliani, con il supporto dell’esercito, costruiscono e ampliano le colonie. È qui che il governo emette ordini di demolizione per le case palestinesi mentre finanzia migliaia di nuove costruzioni per i cittadini ebrei d’Israele.

La divisione in aree A, B e C prevista dagli accordi di Oslo avrebbe dovuto essere temporanea, una sistemazione provvisoria in attesa di un’intesa sullo status definitivo dei territori e quindi sulla nascita ufficiale della Palestina. È invece diventata una realtà consolidata, modificata unicamente dalle decisioni unilaterali di Tel Aviv, che ridisegna i confini delle aree in funzione dei propri obiettivi di controllo e colonizzazione.

La scorsa settimana il gabinetto di sicurezza ha approvato un pacchetto di misure che consentirà ai privati cittadini israeliani di acquistare terre nelle zone A e B, cancellando di fatto leggi e accordi che ne impedivano la colonizzazione. Il governo aprirà inoltre i registri catastali, rendendo consultabili nomi e dati dei proprietari palestinesi ed esponendoli così a pressioni e minacce da parte dei coloni.

Domenica lo stesso gabinetto ha varato la registrazione dei terreni dell’area C: i due terzi delle terre e delle proprietà della Cisgiordania non sono mai stati formalmente registrati. La disposizione consentirà a Tel Aviv di definire “proprietà israeliana” qualsiasi terreno non accatastato. La catalogazione fondiaria, avviata durante il mandato britannico e proseguita sotto l’amministrazione giordana, ha riguardato circa il 30% delle terre ed è stata interrotta da Israele quasi sessant’anni fa, con l’occupazione del 1967.

Con questa procedura Israele potrà ottenere il controllo di circa l’80% dell’area C. Anche perché le modalità richieste per la registrazione sono estremamente costose, lunghe, complesse e sottoposte a un ampio margine di discrezionalità. I documenti in possesso dei proprietari palestinesi spesso non vengono riconosciuti da Tel Aviv, che ha introdotto un sistema sistema tutto suo di registrazione anche nei territori palestinesi. Senza contare che molti atti di proprietà sono andati perduti nel corso di occupazioni, espropri e guerre. È la stessa dinamica che nel 1948, con la proclamazione dello stato d’Israele, ha consentito la colonizzazione di interi quartieri e di migliaia di abitazioni palestinesi: una volta occupate dalle forze armate del neonato Stato, le proprietà non sono state riconosciute ai legittimi titolari, ai quali sono state requisite. In quegli anni l’obbligo di dimostrare la titolarità fu esteso, in alcuni casi, ad arredi, mezzi di trasporto e persino abiti.

L’organizzazione israeliana Bimkom, che si occupa di diritti fondiari e abitativi, ha dichiarato che la misura offrirà a Israele una strada legale per la “sistematica espropriazione della terra palestinese, per promuovere l’espansione degli insediamenti israeliani e cementare il regime dell’apartheid”. Una ricerca dell’associazione ha rivelato che soltanto l’1% dei terreni di Gerusalemme Est registrati tra il 2018 e il 2024 risulta di proprietà palestinese: il 99% è stato assegnato allo stato o a privati israeliani, ampliando l’occupazione in violazione del diritto internazionale.

Sulle colonne di Haaretz, Galon ha scritto parole dure contro l’amministrazione: “Il governo ha deciso di prendere le risorse di Israele – umane, economiche e reputazionali – e affondarle, ancora una volta, oltre il confine. Senza un dibattito. Senza un voto nella Knesset. Come i ladri che sono […] La destra israeliana non si fermerà finché non avrà rivendicato la sovranità su quella che era affettuosamente conosciuta come occupazione, ma che in realtà è un’espulsione di massa”. Pagine Esteri