di Sara Alawia

Pagine Esteri, 30 novembre 2021 – Cent’anni dopo la nascita del Grande Libano e 30 anni dopo la conclusione formale della sanguinosa guerra civile non è solo il porto di Beirut a esser saltato in aria il 4 agosto 2020: la crisi politica, economica e sanitaria iniziata nell’ottobre del 2019 è culminata, letteralmente, nell’esplosione del paese.



Ma quasi due anni dopo, anni che hanno visto la pandemia di COVID-19, un’esplosione devastante al porto di Beirut e l’iperinflazione che ha impoverito il popolo libanese, il paese è diventato, per molti libanesi, “un inferno”. La gente comune lotta per procurarsi cibo, carburante e medicine scarsi e inaccessibili. La promessa della “Rivoluzione del 17 ottobre”, come la chiamarono i manifestanti, sembra un lontano ricordo.

I dati della Banca Mondiale mostrano che l’economia libanese si è contratta del 20% nel corso del 2020, con un’ulteriore contrazione prevista del 9,5% quest’anno. Ciò rende la crisi economica del paese una delle più gravi al mondo, dalla metà del XIX secolo.

Man mano che cresce l’insoddisfazione nei confronti del sistema aumentano anche le repressioni contro i dissidenti. Proprio recentemente, le forze di sicurezza hanno impedito al teatro Al-Madina di Hamra Street di Beirut di tenere uno spettacolo di Tanfiseh (dall’arabo “Sfogarsi”), con l’accusa di aver insultato l’immagine del presidente Michael Aoun nella commedia.

Le pratiche di censura e oppressione trovano spazio anche nei social media, l’Ufficio per i crimini informatici del paese ha condotto 4.154 indagini per diffamazione tra il 1° gennaio 2015 e il 7 dicembre 2020, secondo Human Rights Watch.

SMEX – Social Media Exchange – (ONG libanese per lo sviluppo e la difesa dei diritti digitali nel MENA), ha riportato un incremento delle limitazioni del dissenso pubblico e delle opinioni espresse sulle piattaforme digitali.

Secondo il rapporto di SMEX del 2020, sette persone sono state arrestate per attività online nel 2020 e 42 sono state convocate dai funzionari della sicurezza per la loro attività online, 18 dei convocati sono stati accusati di diffamazione e calunnia e nove sono stati accusati di aver criticato il presidente.

Nonostante il paese sia firmatario di un ampio numero di convenzioni e trattati internazionali, che affermano il suo impegno nella protezione della libertà di espressione, le sue leggi vanno in netta contraddizione con i valori di libertà. “Negli ultimi due anni abbiamo assistito a un grave deterioramento dei diritti umani in Libano”, ha affermato Bitar. “Storicamente, il Libano era uno dei paesi più liberali del Medio Oriente: avevi libertà di espressione e di manifestare. Oggi non è più così.

Le organizzazioni della società civile hanno raccolto dati sull’uso della legislazione che il governo ha adottato per punire giornalisti, attivisti e cittadini, di modo che si potesse avanzare la richiesta di leggi che tutelino la libertà di espressione nel paese.

Questa documentazione non è stata accolta favorevolmente dai politici, dalla magistratura e dai servizi di sicurezza nazionali, che avallano la soppressione delle opinioni, la censura mediatica e- come nel caso della Maharat Bill – allungano i tempi di approvazione di un progetto di legge sulla libertà di espressione. Il forte aumento di arresti e detenzioni evidenzia il deterioramento della libertà di parola, in particolare per quanto riguarda le libertà di espressione negli spazi digitali.

Al di là delle questioni inerenti alla censura, all’oppressione e all’utilizzo dei media volto a documentare i conflitti interni, la questione infrastrutturale in Libano è un tema che rispecchia il clima di austerity e di corruzione che avvolge la nazione. Infatti, l’infrastruttura per le connessioni telefoniche e di internet è in mano ad una sola azienda, Ogero, così come i gateway dei tre cavi in fibra ottica sottomarini che collegano il paese tramite i cavi I-ME-WE ( India – Medioriente -Europa occidentale). Oltre a gestire la spina dorsale, Ogero, stabilisce i prezzi di Internet, costi enormemente elevati ad una qualità estremamente bassa. Rimanere in contatto con il web è il risultato di un processo che costa al Libano un totale annuo di circa 4 milioni di USD. Stando alle dichiarazioni rilasciate lo scorso giugno dal presidente della società Orego Kreidieh, la società deve affrontare molti problemi, tra cui la carenza di carburante, l’impossibilità di importare nuove attrezzature necessarie alla manutenzione e la svalutazione della sterlina libanese. Kreidieh, ha inoltre avvertito che il servizio Internet libanese potrebbe interrompersi a causa della mancanza di dollari statunitensi e di quantità insufficienti di diesel necessari alle stazioni di trasmissione e ai generatori di riserva.

Lo scorso 5 novembre, il Ministro delle comunicazioni Johnny Korm ha dichiarato a MTV News che stava lavorando per ottenere finanziamenti sufficienti per acquistare diesel. Ha promesso, inoltre, che il Libano non avrebbe assistito al crollo completo di Internet, ma ha avvertito che potrebbero esserci “interruzioni intermittenti” in alcune parti del paese. Affermando, infine, che le quantità garantite di diesel sarebbero state sufficienti per i prossimi 20 giorni.

L’insolvibilità dello stato rispetto al debito pubblico investe anche il settore delle infrastrutture e potrebbe causare, qualora non si riuscisse a fornire gli importi richiesti ai fornitori, la disconnessione del paese dalla rete globale. Pagine Esteri

*Laureata in Comunicazione con una tesi di ricerca sulla sorveglianza e le violazioni dei diritti digitali in Libano e in Palestina. Attivista internazionalista, appassionata di Medio Oriente, diritti umani e di tutto ciò che concerne il sociale

 

 

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